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Molestie e offese su Facebook

20 Aprile 2020
Molestie e offese su Facebook

Dalla diffamazione allo stalking: ecco cosa rischia chi perseguita sui social network. 

Tutto ciò che si fa su un social network è amplificato, nel bene e nel male. È chiaro quindi che, in caso di illecito, anche le sanzioni saranno più gravi. 

Chi è vittima di molestie e offese su Facebook – così come su qualsiasi altro social – ha più di una freccia nel proprio arco. Si va dalla denuncia per diffamazione aggravata a quella per il più grave reato di stalking. Così ha confermato una recente sentenza della Cassazione [1]. 

Cerchiamo di fare il punto della situazione per illustrare quali sono le tecniche di difesa contro una persona che molesta un’altra sul social network.

Messaggi molesti su Facebook è reato?

La prima forma di approccio tra due persone su un social è solitamente la messaggistica privata. 

La conversazione è segreta. Nessuno può fare uno screenshot e pubblicarlo o comunicarlo a terzi. In caso contrario commetterebbe reato di violazione dell’altrui privacy e potrebbe essere quindi passibile di procedimento penale. 

Eventuali offese in chat privata – con non più di tre persone – non costituiscono reato, rientrando nell’ingiuria che è stata depenalizzata. In questo caso bisognerebbe agire con una normale causa di risarcimento del danno.

Inviare insistenti messaggi in chat privata potrebbe configurare il reato di molestie anche se, sul punto, la giurisprudenza si è mostrata titubante. L’articolo 660 del Codice penale infatti, nel declinare le ipotesi del reato di molestie, si riferisce alle condotte avvenute in pubblico o con l’uso del telefono. Il telefono è un mezzo di comunicazione sincrono, dal quale non ci si può sottrarre. La chat privata invece crea una molestia solo se la si apre; l’utente quindi vi si può sottrarre [2]. 

L’orientamento però non è condiviso da tutti i giudici e anche la stessa Cassazione ha fornito un’interpretazione contrastante a quella appena riportata. In ogni caso, la vittima potrebbe provare a querelare il responsabile per molestie dimostrando che i tentativi di approccio non hanno mai ricevuto alcun riscontro. Diverso infatti sarebbe se la vittima avesse risposto ai messaggi.

Per la querela bisogna recarsi alla polizia o ai carabinieri con la stampa delle conversazioni che poi sarà riportata con prova fotografica (screenshot). 

Post offensivi

I post contenenti offese possono integrare il reato di diffamazione aggravata. «Aggravata» perché c’è l’uso di uno strumento di pubblicità quale il social network. Non conta che il profilo sia chiuso alla ristretta cerchia degli amici: per la diffamazione semplice bastano solo 3 persone mentre per quella aggravata è sufficiente l’impiego di internet. 

Bisogna fare molta attenzione a distinguere la diffamazione dall’esercizio della critica. È diritto di critica un messaggio che si riferisca ai fatti, senza toccare la moralità delle persone coinvolte e trasbordare in giudizi gratuiti. Invece è diffamazione l’invettiva personale e gratuita, che esorbita dal fatto storico.

Anche in questo caso è possibile presentare una querela alla polizia postale o ai carabinieri. In alternativa c’è sempre il deposito della querela alla Procura della Repubblica. 

Post molesti: c’è stalking 

Secondo la Cassazione [1], chi molesta e offende su Facebook corre il rischio di subire anche una condanna per il reato di stalking. 

Affinché si verifichi lo stalking però è necessario che la vittima subisca uno di questi tre effetti:

  • un grave e perdurante stato d’ansia;
  • il timore di danno grave a sé o ad un proprio caro;
  • il cambiamento delle abitudini di vita: i comportamenti persecutori devono cioè impedire alla vittima di svolgere una vita normale, “insinuando la paura che nelle ore di relax all’improvviso si materializzasse l’imputato” e costringendola a modificare le proprie abitudini quotidiane, ad esempio ricorrendo all’aiuto di amici per farsi accompagnare a casa, installando blocchi delle chiamate e dovendo giustificare le intrusioni diffamatorie dell’uomo sui social anche in ambito lavorativo. Una modifica delle abitudini di vita è stata ritenuta essere anche la semplice sospensione dell’account Facebook. 

I continui post, commenti e tag che possano portare uno di questi tre effetti nella vittima rientrano quindi nel reato di stalking.

Lo stalking, ricordano quindi i giudici di piazza Cavour, «è strutturalmente una fattispecie di reato abituale – in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di ‘condotte reiterate’, omogenee od eterogenee tra loro, con cui l’autore minaccia o molesta la vittima – ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari: a) cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero b) ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero, ancora, c) costringere (la vittima) ad alterare le proprie abitudini di vita (cfr. Cass. n. 39519/2012)».

Lo stato d’ansia e tensione della vittima, inoltre, «prescinde dall’accertamento di un vero e proprio stato patologico e non richiede necessariamente una perizia medica, potendo il giudice argomentare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta dell’agente sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di massime di esperienza». In particolare, è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori «abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima».

Le prove

Le prove possono essere costituite dalle dichiarazioni della stessa vittima che, in quanto parte offesa, è testimone di se stessa. Non rileva il fatto che questa possa aver avuto, in passato, un coinvolgimento sentimentale con il persecutore: ciò non inquina l’attendibilità delle sue affermazioni. 

Come chiarito dalla Corte, «l’attendibilità e la forza persuasiva delle dichiarazioni rese dalla vittima del reato non sono inficiate dalla circostanza che all’interno del periodo di vessazione la persona offesa abbia vissuto momenti transitori di attenuazione del malessere in cui ha ripristinato il dialogo con il persecutore, atteso che l’ambivalenza dei sentimenti provati dalla persona offesa nei confronti dell’imputato non rende di per sé inattendibile la narrazione delle afflizioni subite, imponendo solo una maggiore prudenza nell’analisi delle dichiarazioni in seno al contesto degli elementi conoscitivi a disposizione del giudice [3]».


note

[1] Cass. sent. n. 45141/19 del 6.11.2019.

[2] Cass. 7 giugno 2012, n. 24670.

[3] Cass. n. 5313/2014, sent. n. 31309/2015.


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