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Coronavirus: quei ritardi che forse sono costati molte vite

21 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: quei ritardi che forse sono costati molte vite

Tutti gli errori e le incertezze del Governo e delle Regioni dall’inizio dell’epidemia: i tentennamenti iniziali sul lockdown hanno avuto un prezzo umano molto alto.

L’Italia si è mossa tardi di fronte all’emergenza Coronavirus e ne ha pagato un caro prezzo in termini di morti e di malati. Ad oggi, un bilancio di 24.114 deceduti e 181.228 casi totali dall’inizio dell’epidemia, secondo gli ultimi dati forniti dalla Protezione civile alla sera del 20 aprile.

Forse, è facile dirlo col senno di poi, ma è utile ripercorrere le tappe di ciò che è successo per vedere se si poteva fare di più e meglio. E anche valutare chi aveva visto giusto fin dall’inizio e chi, invece, ha sottovalutato il problema ed è intervenuto quando ormai era tardi.

L’inizio il 7 gennaio

Partiamo dall’inizio, quando ancora nessuno sapeva cosa fosse il Coronavirus, con un’episodio di cronaca raccontato dal Corriere della Sera. La mattina del 7 gennaio, subito dopo l’Epifania, un medico di Cividate, in provincia di Bergamo, apre il suo ambulatorio. Ad attenderlo ci sono cinque pazienti, tutti con febbre e una strana tosse. Fanno fatica a respirare. Eppure, erano tutti vaccinati contro l’influenza.

Le polmoniti sottovalutate

La radiografia prescritta dal medico svela che in tutti i casi si tratta di polmonite. I casi analizzati dal medico si susseguono e si moltiplicano nei giorni successivi. Tutti con gli stessi sintomi e la stessa diagnosi di polmonite interstiziale. Il medico si consulta con i suoi colleghi dei paesi vicini e tutti rappresentano lo stesso problema.

Alla metà di febbraio, questo piccolo gruppo di medici bergamaschi scrive all’Azienda sanitaria della provincia di Bergamo, segnalando i numerosi casi e chiedendo di analizzare le lastre al torace fatte a tutti questi pazienti. Non arriverà mai una risposta.

Il medico eroe

Fin qui sembra una vicenda simile a quella della Cina, dove il problema sorto a Wuhan nello stesso periodo e ancor prima, sin da dicembre, era stato sottovalutato ed anzi il medico che per primo aveva lanciato l’allarme fu osteggiato dalle autorità locali. Continuò a lavorare, si infettò, morì di Coronavirus il 7 febbraio e ha ottenuto una riabilitazione postuma: adesso, solo adesso, tutta la Cina lo riconosce come un eroe e lo venera come un martire.

Le prime misure

L’Italia dichiara lo stato di emergenza il 31 gennaio, seguendo a distanza di poche ore l’Oms che aveva dichiarato l’emergenza globale non appena il virus si era “ufficialmente” diffuso oltre i confini della Cina. Ma tralasciamo qui le reticenze e le omissioni di cui è accusato tuttora il governo cinese e concentriamoci su quanto è avvenuto in Italia.

Tutto questo accade 20 giorni prima che si registrasse il primo caso “tutto italiano”, il famoso paziente uno del Lodigiano, ma due giorni dopo il ricovero allo Spallanzani di Roma della coppia di turisti cinesi ai quali era stata diagnosticata la malattia. Il focolaio romano fu subito circoscritto in partenza, mentre l’indagine sui contatti del paziente uno immediatamente intrapresa in Lombardia servì a poco: il contagio si era già propagato a macchia d’olio.

L’allarme mondiale anticipato

Su questo sito già il 20 gennaio scrivevamo: nuovo Coronavirus dalla Cina, è allarme mondiale. Non abbiamo utilizzato la parola emergenza perché ancora non era stata dichiarata, ma il termine eloquente di allarme perché in quell’occasione avevamo raccolto, in base alle informazioni già allora disponibili grazie ai puntuali resoconti della nostra agenzia stampa Adnkronos, i semi di tutto ciò che si sarebbe sviluppato dopo.

L’allerta negli aeroporti di quel giorno si sarebbe poi tradotto nel blocco dei voli dichiarato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte insieme alla dichiarazione dello stato di emergenza (mentre per i controlli più stretti sulle navi in arrivo nei porti si attese fino all’11 febbraio). Fu deciso anche il protocollo di trasferimento in bio-contenimento dei pazienti allo Spallanzani di Roma e si iniziò a pensare ai primi abbozzi di misure sociali per impedire la diffusione di questo virus ancora abbastanza misterioso. Ma in quel momento, tutto il mondo era impreparato all’esplodere della pandemia.

Walter Ricciardi, rappresentante italiano nel comitato esecutivo dell’Oms, e che sarebbe diventato durante l’emergenza consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, quel giorno dichiarava che “La situazione è preoccupante, ed è una storia che si ripete da anni, come con la Sars e la Mers. Si dovrebbe imparare dalle esperienze precedenti: bisognerebbe essere pronti. Ma noi spesso questa lezione non la impariamo. Occorre attivarsi subito pensando al peggio, poi semmai si sarà smentiti”.

Italia in emergenza ma senza un piano 

Parole che oggi sembrano profetiche, considerato cos’è realmente successo. Intanto, al di là delle buone intenzioni, in quei giorni, come acutamente sottolinea il Corriere della Sera, «c’è uno stato d’emergenza, ma non un piano d’emergenza». Le Regioni e le strutture sanitarie non sanno come comportarsi, non hanno istruzioni precise. Il 1° febbraio, un noto primario milanese scriveva nella chat dei suoi medici: «Con quel provvedimento hanno costruito una bella casa. Peccato che si siano dimenticati di farci il tetto». Presto iniziarono a piovere i primi morti italiani per Coronavirus.

L’inutile blocco dei voli

Durante il mese di febbraio, il blocco dei voli diretti dalla Cina – prima dell’emergenza ce n’erano tre al giorno da e per Wuhan – si è rivelato inutile perché chi voleva arrivare in Italia provenendo dalle zone già contagiate poteva farlo approfittando di scali intermedi.

Così è stato molto facile aggirare l’ostacolo. Sarebbe stato molto più efficace – con il senno di poi e che allora mancava – controllare i visti sui passaporti dei passeggeri per trovare chi “realmente” proveniva dalla Cina o da altri Paesi infetti e rifiutarne l’ingresso. Non è mancato il coraggio e neanche la tempestività: l’Italia è stata la prima ad adottare una misura così drastica, sollevando anche le proteste della Cina, ma il blocco si è rivelato inutile a impedire la penetrazione del virus nel nostro Paese.

Medici senza mascherine

Con l’esplodere dei contagi nei focolai della Lombardia, le strutture sanitarie si rivelano certo non impreparate per professionalità e dedizione – che anzi hanno brillato in maniera encomiabile – ma sguarnite dei dispositivi necessari. A partire dalle famose mascherine, di cui già a metà febbraio si registrava una penuria.

Il fabbisogno era insufficiente a soddisfare la richiesta; gli ordinativi per i quantitativi necessari partivano in ritardo, molti carichi provenienti dall’estero venivano ingiustificatamente bloccati alle frontiere dei Paesi in transito e in qualche caso addirittura requisiti. La solidarietà europea si è incrinata già allora, molto prima del no agli aiuti economici, poi rettificato e per il quale la presidente della Commissione europea ha chiesto scusa agli italiani. Di fronte all’improvviso bisogno, ciascuno Stato ha pensato per sé.

Soltanto due mesi fa, l’Italia non aveva una produzione propria di mascherine e altri dispositivi di protezione più che mai essenziali durante l’emergenza; da marzo in poi, con l’ingegno che contraddistingue il Made in Italy, molte fabbriche hanno riconvertito la loro produzione e adesso, ad esempio, le industrie tessili riescono a realizzare mascherine di qualità anche in quantitativi consistenti e le aziende di liquori producono gel disinfettanti.

Terapie intensive insufficienti

Le terapie intensive già nella seconda metà di febbraio vengono prese d’assalto, specialmente in Lombardia, e faticano a fronteggiare le richieste. Sono una risorsa tanto scarsa quanto preziosa: il numero dei posti disponibili – nei casi migliori qualche centinaio – si esaurisce rapidamente. Senza un ausilio alla respirazione, nei casi più gravi di Coronavirus si muore. Adesso, purtroppo, lo sappiamo; all’epoca, appena due mesi fa, non era stato previsto.

La sanità sguarnita

Sotto accusa finisce improvvisamente un intero modello di sanità pubblica che imperava da più di un decennio e che si era adagiato sulle esigenze di mercato e sulle logiche del profitto piuttosto che delle esigenze di assistenza ai malati.

Ci si rende conto, con grande ritardo, di quanto siano importanti i posti letto ospedalieri in numero adeguato a fronteggiare le esigenze e di come siano essenziali i medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari ausiliari, troppo spesso dimenticati nelle loro esigenze e diventati improvvisamente e loro malgrado “eroi in camice bianco”. Ma rimasti sempre senza un sufficiente numero di mascherine e tute protettive; molti ne lamentano la mancanza ancora oggi.

Ci si rende conto di quanto sia importante anche la medicina del territorio, spesso sacrificata da tagli di mezzi e risorse, e non solo quella ospedaliera, che inoltre registra differenze enormi tra il Nord e il Sud: la possibilità di propagazione dei contagi nel Meridione fa tremare perché tutti sanno che queste Regioni non sono adeguatamente attrezzate da un punto di vista sanitario per fronteggiare l’emergenza.

Le colpe della politica

Analizzando i gesti, le dichiarazioni e soprattutto le decisioni dei principali esponenti della politica si ha la sensazione che abbiano inseguito l’emergenza, più che cavalcarla, e anziché dominarla abbiano cercato di arginarla con misure tampone; talvolta, anche tenendo conto del consenso e dell’accettazione sociale dei provvedimenti più restrittivi. E parliamo qui soltanto di quella sanitaria, non di quella economica, dove la ricerca dell’adesione delle parti sociali coinvolte sarebbe più comprensibile.

Tutti abbiamo presente i videomessaggi e i relativi Decreti del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Ma a cercare di contenere gli effetti del Coronavirus ci sono stati anche il ministro della Salute Roberto Speranza ed i 20 Governatori delle Regioni, con in prima linea quelli di Lombardia e Veneto, le più colpite insieme all’Emilia Romagna ed al Piemonte.

Ed ancora il capo della Protezione civile, Borrelli, ed il nuovo Commissario all’emergenza, Arcuri (peraltro nominato solo a metà marzo), per citare solo i personaggi più visibili, senza dimenticare i numerosi comitati degli esperti, primo tra tutti quello tecnico-scientifico chiamato ad assistere il Governo nelle sue decisioni durante la delicata Fase 1, dalle prime zone rosse in Lombardia al progressivo lockdown sull’intero territorio nazionale. Senza considerare le fughe di notizie anticipate sul contenuto dei decreti in emanazione, che hanno accentuato l’allarme e le incertezze.

Lasciamo al giudizio dei lettori se la loro risposta sia stata non solo convincente a parole, ma anche tempestiva ed efficace nei fatti e nei risultati oppure no; così come lo stabilire se i tentennamenti, le infinite discussioni, i dibattiti a voce aperta in televisione e sui social di parecchi esponenti politici – non solo della maggioranza di Governo ma anche dell’opposizione – abbiano risolto i problemi oppure contribuito essi stessi a crearli, frapponendo continuamente ostacoli e indecisione.

Qui ci limitiamo a sottolineare che, nonostante i tentativi di guida del premier Conte e di indirizzo del ministro Speranza, le istituzioni hanno avanzato in ordine sparso e a macchia di leopardo sul delicato territorio dell’emergenza, chi cercando “fughe in avanti” rispetto ai provvedimenti nazionali, nel tentativo di anticiparli, ad esempio per “blindare” i propri territori, chi invece cercando di premere in controsenso alle linee del Governo per riaperture più o meno anticipate, ampie e variegate.

Quella zona rossa non fatta

Ci limitiamo a menzionare un solo episodio, che dimostra in modo eloquente la tendenza al mancato coordinamento di cui abbiamo fatto cenno. Torniamo al punto da cui siamo partiti, cioè nella bergamasca, ma due mesi dopo: zona rossa nella bergamasca, ad Alzano e Nembro? ”Era lo Stato che doveva farla come ha fatto a Codogno”, ha dichiarato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, polemizzando sui presunti ritardi negli interventi adottati per contenere l’espansione del Coronavirus.

Secondo Gallera, la Regione non aveva i poteri per istituire una zona rossa e per farlo serviva ”un decreto del presidente del consiglio dei ministri”, cioè uno dei vari decreti che il presidente Conte ha emanato, fino alla chiusura totale dell’Italia, ma all’epoca stranamente dimenticando quella zona già ampiamente colpita dal contagio.

Ma Giuseppe Conte ha subito replicato che avrebbe potuto provvedere agevolmente la stessa Regione Lombardia, che disponeva delle competenze per creare la propria zona rossa nel suo territorio. “Ammesso che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, ma io non ritengo che non ci siano delle colpe in questa situazione perché noi avevamo chiesto che venisse  istituita una zona rossa”, risponde il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana.

“Non abbiamo mai impedito ai governatori di assumere un’ordinanza”, dice ancora Conte. “La avevamo chiesta il 3 marzo”, risponde la Regione Lombardia. Al di là delle parole, sul piano degli effetti il decreto del presidente del Consiglio, che rende tutta la Lombardia zona rossa, è dell’8 marzo.

Di fronte al sospetto che il ritardo abbia fatto lievitare il numero dei contagi e delle vittime in quest’area, Governo e Regione mantengono opposte vedute sulla responsabilità di chi ha o non ha adottato le decisioni necessarie e nel momento giusto. Nei giorni successivi, l’assessore Gallera dirà di non aver dichiarato autonomamente la zona rossa perché “eravamo convinti che sarebbe stata
attivata” dal governo”. Ed ha aggiunto: “Avremmo potuto farla noi? Ho approfondito e effettivamente c’è una legge che lo consente”.

Ogni commento sulla vicenda sembra superfluo, se non una dichiarazione del sindaco di Nembro che commenta: “La decisione sulla zona rossa avrebbe dovuto essere basata sulle indicazioni tecniche e non politiche ed in questo senso mi aspettavo che Regione e Governo decidessero in modo solidale”.

Già, quello che sembra essere mancato è la comunicazione tra i due organi istituzionali. E quando in guerra si interrompono i collegamenti radio, la battaglia è già perduta e i morti giacciono sul campo. È stata “un’ecatombe“, ha osservato il sindaco di Alzano. “Spero che chi di dovere esamini tutti i fatti occorsi e riesca ad individuare – qualora vi fossero – i responsabili di queste morti”. Una domanda che rimane ad oggi ancora aperta.

Cosa accadrà dopo

Mentre scriviamo questo articolo giunge in redazione una notizia d’oltreoceano: in America, nello Stato del Colorado, zona tipica del vecchio West, un gruppo di infermieri di Denver ha fermato un corteo di protesta anti lockdown (operazione ingorgo, per far desistere il Governatore a proseguire la quarantena). I camici bianchi si sono messi fermi, a braccia conserte, davanti ai Suv dei chiassosi partecipanti: “tutti senza mascherina, molti con cappelli e magliette della campagna di Donald Trump e bandiere stelle e strisce’,suonavano il clackson ed urlavano di spostarsi”, ci riporta l’Adnkronos, ma gli infermieri hanno risposto rimanendo immobili.

Un atteggiamento che interrompe la protesta: alcuni dei manifestanti solidarizzano con gli infermieri e ricordano il numero di vittime dell’epidemia negli Stati Uniti, 35 mila morti. Il video già gira sui social. Forse quegli infermieri saranno ricordati dalla Storia, quella con la maiuscola, come il ragazzo cinese che nel 1989 fermò con una mano i carri armati di piazza Tienanmen, a Pechino. Dagli Stati Uniti alla Cina, il buon senso, come il Coronavirus, non conosce confini. E alla fine vince.



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