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Ferie non godute: quando vanno pagate?

21 Aprile 2020
Ferie non godute: quando vanno pagate?

Indennità per mancata fruizione di ferie: il lavoratore ne ha diritto solo se dimostra che non ha goduto dei riposi per colpa del datore di lavoro. 

Il lavoratore dipendente ha sempre diritto a godere delle ferie annuali: un diritto a cui non può rinunciare neanche dietro pagamento da parte dell’azienda. Ma che succede se, per una ragione o per un’altra, non dovesse fruirne.

Mettiamo un dipendente che, per questioni di stacanovismo o perché implorato dal proprio datore, per due anni di fila non va in vacanza. Al terzo anno, viene licenziato per crisi del settore. Al ché il lavoratore chiede, oltre al Tfr, la monetizzazione delle ferie non godute. Il datore di lavoro rifiuta il pagamento sostenendo che non per colpa sua il lavoratore non ha goduto dei riposi. Chi ha ragione? Quando vanno pagate le ferie non godute?

La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco la sintesi di questa interessante pronuncia.

Ferie: si possono convertire in denaro?

Il diritto alle ferie è irrinunciabile. Lo dice l’articolo 36 della Costituzione. Solo le ferie contrattuali – quelle cioè eccedenti le 4 settimane previste per legge – se non godute, possono essere convertite in un’indennità, quindi monetizzate.

Il datore di lavoro non può costringere il dipendente ad andare in ferie se questi non vuole, non può cioè chiudergli le porte dell’azienda in faccia e costringerlo a non entrare. Tuttavia, è comunque tenuto ad offrire al dipendente, una volta all’anno, di andare in ferie. E farà meglio a farlo con una lettera scritta perché, come vedremo a breve, in caso di contestazione da parte di quest’ultimo, spetta all’azienda dimostrare di aver dato la possibilità al lavoratore di andare in vacanza almeno una volta all’anno.

Oltre a una responsabilità nei confronti del lavoratore – che approfondiremo meglio nel prosieguo di questo articolo – il datore di lavoro che non riconosce le ferie al lavoratore incorre anche in una responsabilità di tipo amministrativo. Egli, infatti, subisce le seguenti sanzioni dall’Inps (cui può rivolgersi lo stesso lavoratore pregiudicato): 

  • da 100 a 600 euro, nella generalità dei casi;
  • da 400 a 1.500 euro, se la violazione si riferisce a più di 5 lavoratori o si è verificata in almeno 2 anni;
  • da 800 a 4.500 euro, se la violazione si riferisce a più di 10 lavoratori o si è verificata in almeno 4 anni. In tal caso, non è ammesso il pagamento della sanzione in misura ridotta.

Ferie non godute: che succede?

Ciò nonostante, potrebbe tuttavia avvenire che, alla cessazione del rapporto di lavoro, il dipendente non abbia ugualmente goduto delle ferie obbligatorie. Potrebbe succedere in caso di morte improvvisa, per un licenziamento imprevisto o per le dimissioni volontarie (determinate o meno da giusta causa). Che succede in questi casi?

Secondo la Cassazione, dal mancato godimento delle ferie, una volta divenuto impossibile per l’imprenditore adempiere all’obbligazione di consentire la loro fruizione, anche senza sua colpa, deriva il diritto del lavoratore al pagamento dell’indennità. Al contrario, se il rapporto di lavoro è ancora in piedi, il datore ha l’obbligo di offrire le ferie al dipendente affinché ne goda. Se lo fa, non dovrà mai pagare alcuna indennità; se non riesce invece a dimostrare di averlo fatto, alla cessazione del rapporto di lavoro dovrà versare l’indennità sostitutiva delle ferie.

Quando c’è il diritto all’indennità sostitutiva delle ferie

Dunque, il diritto del lavoratore all’indennità sostitutiva per le ferie non godute viene meno solo in un caso: se il datore di lavoro dimostra di aver offerto al dipendente un adeguato tempo per godere del periodo di riposto, di cui il lavoratore non abbia volontariamente usufruito [2]. Insomma, deve risultare che la volontà di non andare in vacanza sia del lavoratore e non quindi del datore. Per questo, il datore di lavoro che voglia evitare di corrispondere al lavoratore l’indennità sostitutiva delle ferie deve procurarsi la prova di aver sollecitato quest’ultimo al godimento dei riposi annuali. Come si dice in gergo tecnico, insomma, l’onere della prova è a carico dell’azienda.

In base alla legge [3], il diritto alle ferie può essere sostituito dall’indennità soltanto in caso di cessazione del rapporto. 

Come sottolinea la Corte Suprema, alle ferie non si può rinunciare: lo stabilisce l’articolo 36 della Costituzione. E in base all’articolo 10, secondo comma, del decreto legislativo 66/2003 il diritto «non può essere sostituito dalla relativa indennità per ferie non godute, salvo in caso di risoluzione del rapporto di lavoro». Solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro è possibile sostituire il diritto alle ferie con una indennità.

Approfondimenti

Per maggiori informazioni, leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 7976/20 del 21.04.2020.

[2] Cass. sent. n. 2496/2018.

[3] Art. 7, co. 2, direttiva 2003/88/Ce.

Lavoro subordinato – Indennità sostitutiva delle ferie – Controversia – Onere della prova. 

Il lavoratore che agisca in giudizio per richiedere il pagamento dell’indennità sostitutiva delle ferie non godute, ha l’onere di provare l’avvenuta prestazione di attività lavorativa nei giorni a esse destinate, dal momento che lo svolgimento dell’attività lavorativa in eccedenza rispetto alla normale durata dell’effettivo lavoro annuale si pone come fatto costitutivo della suddetta indennità, mentre incombe al datore di lavoro l’onere di fornire la prova del relativo pagamento.

•Corte di cassazione, sezione lavoro, ordinanza 6 aprile 2020 n. 7696 

Controversie – Diritto all’indennità sostitutiva di ferie e permessi – Presupposti – Onere probatorio. (Cc, articolo 2697)

Ai fini del diritto al pagamento della relativa indennità sostitutiva, grava sul lavoratore l’onere di dimostrare il mancato godimento delle ferie, delle festività e dei permessi. 

•Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 19 aprile 2013 n. 9599 

Lavoro – Lavoro subordinato – Periodo di riposo – Ferie annuali – Onere probatorio a carico del lavoratore – Oggetto – Fondamento. 

Il lavoratore (nel caso di specie, informatore medico-scientifico) che agisca in giudizio per chiedere la corresponsione della indennità sostitutiva delle ferie non godute ha l’onere di provare l’avvenuta prestazione di attività lavorativa nei giorni a esse destinati, atteso che l’espletamento di attività lavorativa in eccedenza rispetto alla normale durata del periodo di effettivo lavoro annuale si pone come fatto costitutivo dell’indennità suddetta, risultando irrilevante la circostanza che il datore di lavoro abbia maggior facilità nel provare l’avvenuta fruizione delle ferie da parte del lavoratore.

•Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 3 dicembre 2004 n. 22751 

Lavoro – Lavoro subordinato – Indennità – Sostitutiva delle ferie. 

Il lavoratore che agisca in giudizio per chiedere la corresponsione della indennità sostitutiva delle ferie non godute ha l’onere di provare l’avvenuta prestazione di attività lavorativa nei giorni a esse destinati, atteso che l’espletamento di attività lavorativa in eccedenza rispetto alla normale durata del periodo di effettivo lavoro annuale si pone come fatto costitutivo dell’indennità suddetta, risultando irrilevante la circostanza che il datore di lavoro abbia maggior facilità nel provare l’avvenuta fruizione delle ferie da parte del lavoratore. Infatti l’indennità sostitutiva si configura come emolumento di natura retributiva, essendo posta in relazione a lavoro prestato con violazione di norme a tutela del lavoratore e per il quale il lavoratore ha in ogni caso diritto alla retribuzione e, secondo i criteri generali, l’onere probatorio si ripartisce esclusivamente facendo riferimento alla posizione processuale, restando rispettivamente a carico di chi vuol far valere un diritto ovvero di chi ne contesti l’esistenza, la estinzione o la modifica.

•Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 21 agosto 2003 n. 12311


Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 9 gennaio – 21 aprile 2020, n. 7976

Presidente Raimondi – Relatore Garri

Rilevato che:

1. La Corte di appello di Firenze ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva rigettato l’opposizione proposta da F.D. & Figlio s.n.c. avverso il decreto con il quale le era stato ingiunto il pagamento della somma di Euro 37.547,78 a titolo di indennità di ferie non godute in favore di V.L. , M. e F. eredi di V.A. .

2. Il giudice di secondo grado, ritenuto sufficientemente specifico il gravame, ha poi escluso che la scrittura del 13 giugno 2009 con la quale era pattuita la corresponsione di un acconto in riferimento al T.F.R. e ad ulteriori pendenze da verificare precludesse l’ulteriore azione proposta dagli eredi del V. osservando che non conteneva alcuna rinuncia ad azionare eventuali maggiori crediti. Con riguardo all’indennità di ferie non godute la Corte territoriale ha ritenuto dovute le somme chieste sul rilievo che il diritto all’indennità prescinde da una responsabilità datoriale per il mancato godimento; che non era stata nè allegata nè provata una specifica offerta di fruirne disattesa dal lavoratore; che il numero di giorni risultava confermato dalle buste paga, predisposte dal datore di lavoro e non specificatamente contestate; che la prescrizione, decorrente dalla data di cessazione del rapporto, non era maturata. Infine la Corte ha escluso che fosse stata offerta la prova dell’imputabilità a ferie non godute dell’importo giornaliero di Euro 100,00 pagato al de cuius in costanza di rapporto.

3. Per la cassazione della sentenza propone ricorso la F.D. & Figlio s.n.c. affidato a due motivi. V.L. , M. e F. eredi di V.A. hanno opposto difese insistendo per l’inammissibilità del ricorso e, nel merito, la sua infondatezza. La società ricorrente ha depositato memoria. I controricorrenti si sono costituiti con un nuovo difensore insistendo nelle conclusioni già prese.

Considerato che:

4. Con il primo motivo di ricorso è denunciata la violazione dell’art. 36 Cost., art. 2109 c.c., D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10, art. 7 direttiva 2003/88/CE e dell’art. 93 c.c.n.l. Aziende terziario e distribuzione e servizi interpretato anche alla luce del D.L. n. 95 del 2012, art. 5, comma 8.

4.1. Sostiene la società ricorrente che il mancato godimento delle ferie non era imputabile al datore di lavoro e dunque nessuna indennità poteva essere riconosciuta al lavoratore al quale era riferibile la scelta di non beneficiarne. Sottolinea che semmai, nel ricorso dei relativi presupposti, si sarebbe potuta riconoscere una somma a titolo di risarcimento del danno conseguente alla mancata fruizione delle ferie ma evidenzia che tale azione non era stata esercitata dagli eredi e si era perciò prescritta.

5. Con il secondo motivo di ricorso è denunciata la violazione dell’art. 2109 c.c., art. 96 c.c.n.l. e degli artt. 2947, 2934 e 2935 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e l’omessa motivazione su un punto controverso e decisivo in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5.1. Sostiene la ricorrente che erroneamente la Corte di merito ha individuato nella cessazione del rapporto di lavoro il termine dal quale decorre la prescrizione del diritto all’indennità sostitutiva per ferie non godute e non considera invece che le ferie maturano anno per anno e che dunque il relativo diritto, in caso di mancato godimento, si prescrive del pari anno per anno. Conseguentemente sarebbero prescritte tutte le somme maturate prima del 2 marzo 2006 ove si ritenga che la prescrizione sia quinquennale. Nel caso di termine decennale di prescrizione, invece, sarebbero prescritte quelle relative al periodo fino al 2 marzo 2001.

6. Il ricorso non può essere accolto.

6.1. Rileva il Collegio che dal mancato godimento delle ferie, una volta divenuto impossibile per l’imprenditore adempiere all’obbligazione di consentire la loro fruizione, anche senza sua colpa, deriva il diritto del lavoratore al pagamento dell’indennità sostitutiva, che ha natura retributiva, in quanto rappresenta la corresponsione, a norma degli artt. 1463 e 2037 c.c., del valore di prestazioni non dovute e non restituibili in forma specifica. Al fine di escludere il diritto del lavoratore all’indennità sostitutiva per le ferie non godute è necessario che il datore di lavoro dimostri di avere offerto un adeguato tempo per il godimento delle ferie, di cui il lavoratore non abbia usufruito, venendo ad incorrere, così, nella “mora del creditore” (cfr. Cass. 01/02/2018 n. 2496).

6.2. Ciò posto la Corte territoriale ha esattamente applicato i su esposti principi ed ha ritenuto in primo luogo che l’indennità di ferie non godute non fosse collegata ad una responsabilità datoriale per il mancato godimento delle ferie. Ove non sia più possibile beneficiare delle ferie maturate in corso di rapporto – ed è questo quello che accade quando il rapporto di lavoro cessi come nel caso in esame per morte del lavoratore – queste non possono essere che monetizzate specie quando risulti che il lavoratore non avesse rifiutato un’offerta datoriale di goderne (nello specifico la Corte di merito ha rilevato che tale circostanza non era stata neppure allegata).

6.3. In tale modo la Corte si è attenuta al disposto dell’art. 36 Cost., che esclude che si possa rinunciare alle ferie ed al D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10, comma 2, che dispone che il diritto alle ferie “non può essere sostituito dalla relativa indennità per ferie non godute salvo il caso di risoluzione del rapporto di lavoro”. La pronuncia risulta del pari conforme a quanto disposto dall’art. 7, comma 2 della direttiva 2003/88/CE che prevede che solo per il caso di cessazione del rapporto di lavoro è possibile sostituire il diritto alle ferie con una indennità ed ha correttamente applicato l’art. 93 del c.c.n.l. delle aziende del terziario, applicato.

6.4. Del pari è corretta la decisione che fa decorrere il termine di prescrizione dalla data in cui il diritto all’indennità è sorto con la cessazione del rapporto di lavoro.

7. In conclusione il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello versato per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R., se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 5000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello versato per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R., se dovuto.

 


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