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Restituzione somme tra conviventi

22 Aprile 2020
Restituzione somme tra conviventi

Soldi prestati al compagno convivente: quando e come è possibile ottenere la restituzione del denaro speso per l’interesse dell’altro. 

Dopo aver convissuto alcuni anni con un uomo avete deciso di separarvi. In tutto questo tempo, lo hai più volte aiutato economicamente, prestandogli soldi per la sua attività e impiegando parte del tuo denaro per la ristrutturazione della sua casa. Oltre a ciò hai partecipato alle spese familiari, versando periodicamente su un conto cointestato una somma a titolo di contributo mensile.  

Ora che la convivenza è finita ti chiedi se puoi ottenere indietro i tuoi soldi e quali prove ti servono per vincere un’eventuale causa. 

Per rispondere a queste domande dobbiamo affrontare il tema della restituzione delle somme tra conviventi che, in tutti questi anni, è stato più volte trattato dalla giurisprudenza. Ecco dunque tutto ciò che bisogna sapere sul tema.

Regime patrimoniale delle coppie di conviventi

Al contrario di quanto succede di norma tra marito e moglie, i conviventi non entrano mai in un regime di comunione dei beni. Pertanto, ogni partner resta proprietario, anche dopo la fine dell’unione, di ciò che ha pagato con i propri soldi durante il periodo di convivenza.       .

Vien fatta comunque salva la possibilità di stipulare un patto di convivenza, stabilendo regole diverse e, ad esempio, optando per una forma di comunione dei beni.

Prestiti tra conviventi

I conviventi sono liberi di farsi dei prestiti. Come tutti i prestiti, vanno restituiti. La volontà di eseguire un prestito (tecnicamente chiamato “mutuo”) deve però risultare in modo chiaro e inequivoco. Difatti, è chi chiede la restituzione del denaro che deve dimostrare l’esistenza di un’obbligazione e l’entità del denaro consegnato. 

Giovanna dà 2mila euro al compagno Antonio. Al termine della convivenza, glieli chiede indietro. Antonio, invece, sostiene che si è trattato di una donazione e che, in ogni caso, l’importo era di 500 euro. Spetta a Giovanna procurarsi la prova di ciò che afferma ossia che, alla base della consegna del denaro, vi era la volontà di eseguire un mutuo e che l’importo effettivo era di 2mila euro. 

Se tale prova non viene fornita, lo scambio del denaro si considera avvenuto a titolo di donazione. 

Contributi per il ménage domestico tra conviventi

Sorte diversa hanno i contributi in denaro fatti dai coniugi per provvedere alle spese relative al nucleo familiare. Si pensi alla spesa al supermercato, al pagamento delle bollette, ai soggiorni vacanza, ecc.

In questo caso, la giurisprudenza ritiene che, anche tra coppie di fatto, sussista quello stesso dovere di solidarietà che la legge prevede per le coppie sposate. Ciascuno deve, quindi, provvedere ai bisogni comuni e dell’altro in proporzione alle proprie capacità economiche. Si tratterebbe allora di una sorta di donazione che non può mai essere chiesta indietro. 

Come chiarito già da numerosi tribunali [1], nelle unioni di fatto, le attribuzioni patrimoniali e le prestazioni lavorative in favore del convivente effettuate nel corso del rapporto configurano l’adempimento di un obbligo naturale; si presume che tali prestazioni vengano eseguite in funzione dei doveri di carattere morale e civile nonché di reciproca assistenza e collaborazione che caratterizza questi rapporti. 

Pertanto, il convivente che chiede la restituzione di somme date in prestito è tenuto a provare l’esistenza dell’accordo e, quindi, non solo la consegna del denaro ma anche la ragione di tale consegna (ossia il mutuo), da cui derivi l’obbligo della restituzione. Il fatto che l’altro partner ammetta di aver ricevuto una somma di denaro ma neghi che ciò sia avvenuto a titolo di mutuo non significa che riconosca il debito. Pertanto, chi agisce deve sempre dimostrare l’esistenza del contratto.

Esulano dalle spese del ménage domestico quelle di particolare consistenza che, per la loro entità, costituiscono un arricchimento in favore dell’altro. 

Come si dimostra il prestito tra conviventi?

Di fatto, il modo più sicuro per dimostrare l’esistenza di un contratto di mutuo tra conviventi è l’accordo scritto. La semplice tracciabilità dell’operazione (ad esempio, quando avviene tramite assegno o bonifico), seppur è prova dell’entità della somma versata, non dimostra che la consegna della somma sia avvenuta in forza di un prestito e non di una donazione. Dunque, solo un documento scritto, firmato da entrambe le parti, può servire a vincere qualsiasi contestazione.

Arredi e oggetti di casa

Quando la convivenza di fatto viene meno, gli oggetti restano nella disponibilità di chi ne è l’effettivo proprietario. Pertanto, la convivente “more uxorio”, una volta cessata la convivenza, è tenuta a restituire all’ex partner i beni da lui acquistati, anche se le è stata assegnata la casa per viverci con i figli minori. Dalla restituzione vanno esclusi soltanto i beni di stretta necessità dei figli e il compito di individuarli spetta alle parti che possono risolvere l’eventuale conflitto sul punto davanti al giudice. A chiarirlo è la Cassazione [2] che conferma così l’obbligo gravante su una donna di restituire all’ex convivente tutti quei beni non strettamente necessari a soddisfare le necessità dei figli. Per la Corte, dunque, quando la convivenza more uxorio viene meno, gli oggetti restano nella disponibilità di chi ne è l’effettivo proprietario.

Spese di ristrutturazione casa

Le spese di ristrutturazione pagate da uno dei due partner per la casa di proprietà dell’altro vanno restituite. E ciò perché altrimenti si configurerebbe un indebito arricchimento. A chiarirlo è stata la Cassazione [3] secondo cui l’ex convivente ha diritto di chiedere il rimborso del prezzo pagato per i lavori di ristrutturazione e per l’arredo della casa dove si è convissuto, di proprietà della compagna.

Gli esborsi per la ristrutturazione, infatti, non possono essere considerati come contributi alla vita comune (che, come detto, non vanno restituiti). Il loro importo eccede il limite dell’ordinaria amministrazione trattandosi di opere destinate a migliorare ed incrementare il valore di un bene di proprietà dell’altro.

Approfondimenti

Per maggiori informazioni leggi:

note

[1] Trib. Reggio Calabria, sent. n. 10/2019.

[2] Cass. sent. n. 4685/2017.

[3] Cass. sent. n. 21479/2018.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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