Diritto e Fisco | Articoli

Insinuazione: è reato?

25 Aprile 2020
Insinuazione: è reato?

La mamma di un mio studente non vuole che il figlio accenda la webcam per un colloquio, poiché violerebbe la privacy. Le ho spiegato che, senza una video interrogazione, il giudizio del ragazzo potrebbe essere condizionato negativamente. La mamma mi ha scritto, privatamente, e ha insinuato che la sto minacciando e che si riserva ogni azione legale. Questo genitore ha commesso un reato?

Gentile cliente, il Garante per la privacy, allo scopo di chiarire come impiegare le tecnologie necessarie ai fini didattici, [1] ha dichiarato che non è necessario acquisire il consenso dei genitori o degli alunni per il trattamento dei dati personali. Ha inoltre ammesso l’uso delle video conferenze, suggerendo, a tal proposito, l’utilizzo di servizi on line o di piattaforme che non consentano il monitoraggio sistematico degli utenti. In tal caso, infatti, non sarebbe nemmeno necessaria la cosiddetta valutazione d’impatto prevista dal Regolamento europeo poiché, precisa il Garante, non ci sarebbero le condizioni per ritenere il trattamento dei dati personali molto più rischioso dell’ordinario.

Quindi, in tale contesto normativo e interpretativo, non sarebbe illegittimo chiedere all’alunno di svolgere un’interrogazione in video conferenza, magari, per ipotesi, evitando il trattamento di altri dati personali (ad esempio, un’inquadratura in primo piano impedirebbe di focalizzare su elementi distintivi della stanza o dell’abitazione in cui si trova lo studente).

Detto ciò, ben comprendendo il suo dispiacere per il mancato apprezzamento del suo lavoro, per quanto riguarda la comunicazione ricevuta, non sembrano emergere elementi di reato per le seguenti ragioni:

  • le parole utilizzate dal genitore, per quanto espresse con tono deciso e perentorio, non sono minacciose della sua incolumità fisica;
  • non emerge, con certezza, che l’insinuazione mossa nei suoi riguardi sia stata espressa senza alcun dubbio sulla sua innocenza. In pratica, secondo la Cassazione [2], il reo deve accusare qualcuno con la certezza di calunniarlo, in quanto il semplice dubbio escluderebbe il reato. Il genitore, invece, appare come convinto di proteggere ed esercitare un proprio diritto e non di volerla ingiuriare consapevolmente e senza alcun presupposto;
  • si prospetta l’esercizio e la titolarità di un proprio diritto. A questo specifico riguardo si tratta di un comportamento privo di rilievo penale, poiché ipotizzare un’azione legale, per quanto infondata, non è sufficiente a coartare la volontà del destinatario, come chiarito dalla Cassazione [3].

Infine, indipendentemente dalla valutazione sulla portata offensiva delle parole utilizzate dal suo interlocutore, le preciso che, a proposito del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale (come lei che è un’insegnante), si tratta di un illecito che prevede che la condotta offensiva dell’onore si realizzi in pubblico o luogo aperto e in presenza di più persone [4] (elementi oggettivi e costitutivi che appaiono qui mancanti). Pertanto, anche questo tipo di reato non è riconoscibile nella circostanza descritta in quesito.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Marco Borriello


note

[1] Garante per la privacy provv. del 26.03.2020.

[2] Cass.  sent. n. 45045/11 del 06.12.2011.

[3] Cass.  sent. n. 5093/18 del 2.02.2018.

[4] Art. 341 bis cod. pen.


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