Cronaca | News

Coronavirus, perché i morti non calano?

22 Aprile 2020
Coronavirus, perché i morti non calano?

Il lockdown ha scongiurato la catastrofe sanitaria e che il bilancio complessivo delle vittime si attestasse sull’ordine delle centinaia di migliaia, ma contiamo comunque almeno 400 decessi al giorno.

Più volte ci siamo soffermati sui dati della protezione civile, chiarendo che non sono pienamente rappresentativi della situazione. Non lo sono certamente su due piani: il piano dei positivi al Coronavirus e il piano del numero delle vittime. Per quale motivo? Per via del monitoraggio: le modalità variano da regione a regione. A chi si è messo sulla strada dei tamponi a tappeto, o comunque di uno screening massiccio, fa da contraltare di chi pratica la teoria dei soli test necessari, cioè a sintomatici, persone a rischio, personale sanitario. Ma al di là del diverso approccio al controllo dell’epidemia, tra realtà e “contabilità” ci sarà sempre, inevitabilmente, uno scarto, non potendo comunque mappare l’intera popolazione. Inoltre, i dati in possesso della protezione civile vengono comunicati dopo che il dipartimento li ha ricevuti dalle varie asl. C’è quindi un altro problema di fondo: non sono dati istantanei, ma frutto di un’attività di raccolta che richiede tempo e questo implica che un ritardo nel fotografare la situazione.

Sono diversi gli studi che indagano questo scarto tra dati della protezione civile e realtà di contagi e decessi. La certezza che abbiamo è che i numeri ufficiali siano, se non proprio la punta dell’iceberg, almeno da considerare come parziali e incompleti, senza sapere precisamente di quanto. Negli ultimi giorni abbiamo visto un consistente calo dei ricoverati in terapia intensiva. C’è stata anche una diminuzione delle vittime, ma molto più oscillante da un giorno all’altro e comunque con cifre che restano sempre nell’ordine delle centinaia giornaliere. Un fatto che sgomenta.

Il Corriere della Sera ha provato a fornirci una risposta, domandando a Luca Foresti, medico, matematico e fisico il perché di questa decrescita lenta. “Al momento —spiega ancora Foresti — non lo sappiamo con certezza: però abbiamo alcune ipotesi. Una è che nonostante il blocco continuino a esserci contagi significativi: tra familiari, perché i positivi rimangono per lo più a casa; o negli ospedali, perché non si fanno abbastanza tamponi agli operatori sanitari asintomatici, che quindi se infetti possono contagiare i pazienti; o infine tra le persone che hanno interazioni sociali perché vanno a lavorare o escono a fare la spesa”.

Una diminuzione delle vittime, nel complesso, c’è stata: le morti per Covid sono in calo costante dal 27 marzo, quando si è raggiunto il picco di 969 decessi in 24 ore. In questo momento siamo nell’ordine dei 400-500 al giorno.

“Le persone che muoiono oggi – scrive Elena Tebano sulla Corriere – sono quelle contagiate in media 23 giorni fa, e quindi contagi che risalgono a quando gli effetti del lockdown erano ancora limitati. In parte perché ci sono dei ritardi nella raccolta dei dati, che sono tanto più forti quanto più il sistema sanitario di un territorio è messo in difficoltà dall’epidemia: i numeri della protezione civile indicano i nuovi decessi segnalati nelle ultime 24 ore dalle Regioni, che però non arrivano in tempo reale ma aggregano quelli raccolti nei giorni precedenti da Comuni e dalle Agenzie di tutela della salute. Infine c’è il fatto che le persone decedute a casa, negli ospizi e o nelle residenze sanitarie assistite quasi mai vengono sottoposte a tampone. Per questo è fondamentale organizzare meglio, velocizzare e uniformare la raccolta dati: senza la certezza in tempo reale di quello che sta succedendo sul territorio è impossibile programmare la ripartenza”.



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