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Disparità di trattamento concorso pubblico

19 Luglio 2020 | Autore:
Disparità di trattamento concorso pubblico

Principio di parità di trattamento: cos’è? Come provare la disparità in una selezione pubblica? Eccesso di potere: entro quanto tempo fare ricorso al Tar?

È cosa nota che la pubblica amministrazione possa assumere solamente mediante concorso pubblico; le altre forme di arruolamento o di collaborazione rappresentano l’eccezione alla regola. Il concorso pubblico è garanzia di imparzialità nei confronti di coloro che decidono di parteciparvi; in pratica, la legge assicura che la pubblica amministrazione proceda ad assumere solamente le persone oggettivamente più meritevoli. Purtroppo, può accadere che la commissione chiamata a valutare i candidati non sia imparziale, oppure che sia il bando di concorso stesso a non esserlo. Cosa fare in caso di disparità di trattamento in un concorso pubblico?

Con questo articolo vedremo quali rimedi ha previsto la legge nel caso in cui sia violata la parità di trattamento nelle selezioni pubbliche. È possibile fare ricorso? Entro quanto tempo? A quale giudice? quando può dirsi che ci sia stata una disparità di trattamento tra i candidati? Se l’argomento ti interessa, magari perché sei stato vittima di un trattamento ingiusto durante un concorso pubblico, allora prosegui nella lettura: vedremo come comportarsi in caso di disparità di trattamento in un concorso.

Parità di trattamento: cos’è?

Il principio della parità di trattamento è fondamentale all’interno dell’ordinamento giuridico nazionale. Ma cosa significa?

Per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa di una determinata ragione. Ad esempio, potrebbe dar luogo a disparità di trattamento la preferenza attribuita a che appartenga a un sesso piuttosto che a un altro, a un’etnia, a una religione, a un orientamento politico, ecc.

In sede di concorso pubblico, il principio di parità di trattamento si traduce nell’obbligo, per l’amministrazione pubblica, di valutare alla stessa maniera tutti i candidati alla selezione, senza operare discriminazioni di sorta.

Ovviamente, la parità di trattamento può essere derogata allorquando un candidato dimostri di essere più idoneo di un altro: pensa a colui che abbia un titolo preferenziale o che abbia conseguito una votazione superiore a una prova.

Parità di trattamento nei concorsi: come si attua?

Come si attua la parità di trattamento in una selezione pubblica? Come fa il candidato a sapere che non ci saranno discriminazioni?

Il principio di parità di trattamento all’interno dei concorsi pubblici è assicurato mediante la predeterminazione dei criteri di valutazione delle prove da somministrare ai candidati.

In pratica, per evitare discriminazioni di sorta, chi decide di partecipare a un concorso pubblico può prendere visione, generalmente già all’interno del bando (o magari in un momento successivo, in apposito verbale da redigersi tassativamente prima dell’esame o dello svolgimento delle prove già indicate), dei criteri di selezione.

In pratica, il principio di parità di trattamento si sostanzia in un: patti chiari, amicizia lunga. Purtroppo, però, i criteri di valutazione delle prove e dei titoli dei candidati non sempre rispetta un principio di giustizia.

Inoltre, anche quando la disparità di trattamento non sia rinvenibile già all’interno del bando, essa può essere attuata in sede di valutazione delle prove: pensa alla commissione esaminatrice che premia ingiustamente un candidato, a tutto svantaggio di altri.

Disparità di trattamento: come si prova?

Colui che ha partecipato a un concorso pubblico e lamenta una disparità di trattamento è tenuto a dimostrare tale incresciosa situazione. Come si prova la disparità di trattamento?

Ebbene, se la discriminazione è presente già all’interno del bando, occorrerà evidenziare i punti che manifestano un’evidente disparità: pensa, ad esempio, al bando che consenta la partecipazione solamente alle donne e non agli uomini, senza che tale distinzione abbia un reale senso per il posto pubblico da occupare.

La disparità di trattamento commessa in sede di valutazione delle prove d’esame, invece, presuppone la dimostrazione che siano state trattate diversamente due situazioni uguali o analoghe. Questa prova non è così semplice, se solo si considera che la commissione esaminatrice è dotata di discrezionalità valutativa. Vediamo di cosa si tratta.

La discrezionalità valutativa della commissione

Come anticipato, chi lamenta una disparità di trattamento davanti al giudice deve dimostrare che, in effetti, vi sia stata una discriminazione assolutamente ingiustificata.

La prova della disparità è particolarmente difficile quando si ritiene che la commissione esaminatrice abbia voluto favorire un candidato a discapito di un altro.

È cosa nota che, in materia di pubblici concorsi, le commissioni esaminatrici, chiamate a fissare i parametri di valutazione e poi a giudicare l’idoneità dei candidati sulla base delle prove sostenute, sono dotate di un potere valutativo molto elevato.

In queste circostanze si parla di discrezionalità tecnica, per indicare appunto la libertà di cui godono persone particolarmente esperte in un settore nell’adempiere al proprio compito. Nel caso di specie, la discrezionalità tecnica riguarda la valutazione delle prove dei candidati.

Su tale discrezionalità tecnica il sindacato di legittimità del giudice amministrativo è limitato al riscontro del vizio di legittimità per violazione delle regole procedurali e quello di eccesso di potere, ma solamente in particolari ipotesi, riscontrabili dall’esterno e con immediatezza dalla sola lettura degli atti (errore sui presupposti, travisamento dei fatti, manifesta illogicità o irragionevolezza).

Secondo la giurisprudenza [1], l’ampia discrezionalità concessa alla commissione è giustificata per via della necessità di stabilire in concreto l’idoneità dei candidati; pertanto, la sua valutazione è sindacabile dal giudice amministrativo nei limitati casi in cui l’esercizio del potere discrezionale si concretizzi in un vero e proprio eccesso di potere.

Eccesso di potere e disparità di trattamento

L’eccesso di potere è uno dei vizi da cui può essere affetto un provvedimento amministrativo. Per eccesso di potere si deve intendere la decisione amministrativa che devìa in modo evidente dalle regole poste dall’amministrazione stessa.

Detto in altre parole, l’eccesso di potere è un vizio di legittimità dell’atto amministrativo che si manifesta nel cattivo uso del potere da parte della pubblica amministrazione o nella deviazione del potere da quei principi generali stabiliti dal legislatore, come la correttezza, la buona fede o la diligenza.

Nel caso della valutazione della commissione esaminatrice, l’eccesso di potere si avrà quando la commissione abbia discriminato un candidato, ad esempio attribuendogli ingiustificatamente un punteggio inferiore a quello di un altro nonostante l’evidente correttezza della prova sostenuta.

In un concorso per soli titoli, Tizio e Caio si candidano presentando lo stesso curriculum. Nonostante abbiano gli stessi titoli, Tizio ottiene una votazione maggiore rispetto a Caio.

Sempronio ottiene un punteggio di 60 a un concorso pubblico, mentre Mevio uno pari a 70, nonostante alla prova orale Mevio abbia fatto scena muta.

Il vizio di eccesso di potere per disparità di trattamento troverà dunque luogo allorquando, davanti a situazioni uguali, siano stati adottati criteri valutativi diversi, oppure quando siano state distorte le regole del bando.

Disparità trattamento concorso pubblico: cosa fare?

In caso di violazione del principio di parità di trattamento, il candidato che ritiene di essere stato ingiustamente danneggiato all’interno di un concorso pubblico può fare ricorso al Tar entro sessanta giorni dall’approvazione (e comunicazione) della graduatoria finale e far valere il vizio di eccesso di potere. Oltre alla graduatoria, deve essere impugnato anche il bando.

Il termine di sessanta giorni decorre dalla pubblicazione del bando se quest’ultimo opera una discriminazione tale da escludere sin dall’inizio la partecipazione. Pensa al concorso al quale sono ammesse solamente le donne: tutti gli uomini potrebbero fare ricorso in quanto esclusi sin dall’inizio. In un’ipotesi del genere, dunque, se la disparità impedisce del tutto la partecipazione, occorrerà impugnare direttamente il bando.


note

[1] Cons. di Stato, sent. n. 1218/2018.

Autore immagine: Canva.com


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