Deficit pubblico da record per l’Italia

23 Aprile 2020 | Autore:
Deficit pubblico da record per l’Italia

Il decreto aprile vale 100 miliardi e più della metà saranno finanziati in deficit. Così il rapporto deficit-Pil arriva al 10% e il debito pubblico supera il 150%.

Oggi il Consiglio dei ministri è chiamato ad approvare il nuovo deficit pubblico da 50 o forse anche 55 miliardi – lo sapremo tra poche ore – che porterà l’asticella del rapporto con il prodotto interno lordo (Pil) verso l’8% o più, probabilmente sino al 10%, per effetto del crollo della crescita economica e dei consumi, provocato dall’emergenza Coronavirus.

Il rapporto tra deficit e Pil peggiora perché il valore della produzione diminuisce mentre aumentano le spese per fronteggiare la crisi e, magari, stimolare la ripresa, ma nel frattempo le entrate statali si sono assottigliate. Così il deficit aumenta a vista d’occhio, come anche l’ammontare complessivo del debito pubblico che vola oltre il 150% del Pil ed è questo il vero record assoluto, inimmaginabile fino a pochi mesi fa, ma il Covid ha sconvolto tutti gli scenari e scardinato ogni schema.

Una cifra così non si vedeva da un secolo, precisamente dal 1920, quando l’Italia uscì prostrata dalla fine del primo conflitto mondiale. Oggi il debito raggiunge livelli percentuali senza precedenti, ma anche il collasso economico è paragonabile a quello provocato dalla guerra e questo in un certo senso giustifica la sua assunzione e tutte le responsabilità che ne conseguono. È la “nuova normalità” che la crisi Coronavirus impone non solo all’Italia ma a tutte le potenze industrializzate del mondo, che dovranno sforare i rigidi schemi di stabilità ormai superati dalle nuove esigenze.

Con questa nuova crisi, le vecchie regole non valgono più, tranne qualcuna: quella di misurare, contabilizzare, registrare e prevedere. Ed infatti questi dati fondamentali per l’economia pubblica vengono misurati dal Documento di Economia e Finanza, già predisposto nelle ultime ore dal ministro Gualtieri insieme ai suoi tecnici e che dovrebbe approdare sempre stamane in Consiglio dei ministri: contiene un quadro a tinte fosche, con stime pessime per quest’anno sull’andamento dei conti pubblici schiacciati sotto il peso dell’emergenza.

Sarà il Parlamento a dover autorizzare nei prossimi giorni il nuovo margine di spesa e le misure da finanziare con queste risorse: la deviazione dal deficit programmato è la seconda che arriva negli appena quattro mesi di quest’anno dominato dal Coronavirus, dopo i 25 miliardi del Decreto Cura Italia, ma stavolta l’intervento varrà più del doppio e servirà a coprire il Decreto aprile, in arrivo entro fine mese.

Infatti il nuovo decreto, oltre alla spesa in deficit (per un valore appunto tra i 50 ed i 55 miliardi), dovrebbe stanziare altri 30 miliardi per finanziare le garanzie statali alle imprese del decreto Liquidità, che arrivano al 100% per i prestiti fino a 25mila euro e al 90% per quelli superiori e fino a 800mila euro (i finanziamenti da questa cifra in su e fino a 5 milioni sono garantiti dalla Sace) e probabilmente altri 20 miliardi per per pagare i debiti della pubblica amministrazione verso le imprese.

Questo farebbe lievitare il conto del fabbisogno totale del nuovo Decreto aprile a circa 100 miliardi di euro. Un valore record, se consideriamo che la Legge di bilancio con cui era iniziato il 2020, senza il Coronavirus, e che pure conteneva interventi economici importanti valeva meno di un terzo di questa cifra che oltretutto riguarda uno dei Decreti emergenziali (il terzo in ordine di tempo) e che non sarà certo l’ultimo provvedimento straordinario in materia, considerato che i tempi per la ripresa non si profilano affatto brevi.

Sta di fatto che il Decreto di aprile è particolarmente corposo perché contiene le prime misure emergenziali di marzo da confermare, come la Cig e gli altri ammortizzatori sociali, altre misure da potenziare, come l’indennità per i lavoratori autonomi che sale da 600 ad 800 euro mensili, e ancora nuove misure, come il Reddito di emergenza e forse l’indennità a fondo perduto per le imprese a cui il Governo sta pensando.

C’è di buono, nelle previsioni, che lo scenario su conti pubblici e crescita economica peggiorato nel 2020 dovrebbe migliorare – almeno leggermente – nel 2021: a spingere verso il basso la crescita quest’anno c’è il doppio effetto del Covid, con lo shock alle esportazioni iniziato dai primi contagi in Cina e poi con il crollo dei consumi interni dovuto alle misure di contenimento, con le chiusure della maggior parte delle attività produttive e le  restrizioni agli spostamenti.

Le nuove tabelle sul tavolo del Consiglio dei ministri oggi dovrebbero indicare un calo del Pil dell’8%, con il rapporto tra deficit e Pil che salirebbe verso il 10% a causa del peggioramento della crescita; così il debito pubblico potrebbe viaggiare fino a quota 155-160% del Pil.

Un valore che potrebbe ancora peggiorare con i successivi interventi, ma quello che conta non è il valore assoluto ma piuttosto la tendenza, cioè la forza economica per superare l’emergenza. Nel 2021 – sempre se si riuscirà a contenere il Coronavirus – dovrebbe arrivare la prima ripresa, con il rimbalzo del Pil al 6%. Una buona ripartenza, anche se non in grado di riassorbire subito tutti gli effetti della crisi, ma a quel punto il rientro del deficit sarà graduale, per non soffocare il recupero dell’economia.

Un’altra buona notizia è che il Def di oggi dovrebbe mandare in soffitta l’automatismo sulle clausole Iva: viene quindi depennato l’impegno a varare oltre 20 miliardi di rialzi su Iva e accise nel 2021, come prevedevano le clausole di salvaguardia che ora sono state sospese insieme all’allentamento dei vincoli del Patto di Stabilità. Ora si può sforare ai parametri e aumentare il deficit annuale e il debito pubblico complessivo per favorire la ripresa economica. Il Coronavirus ha ottenuto il risultato di sfondare questo muro di rigidità di bilancio che per decenni era stato a malapena scalfito e sembrava incrollabile e questo dà la misura di quanto sia seria l’emergenza che stiamo attraversando.



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