Diritto e Fisco | Articoli

Chat come prova di pagamento

23 Aprile 2020
Chat come prova di pagamento

Messaggi WhatsApp, email, sms e conversazioni sui social: che valore hanno in un processo?

Capita spesso di eseguire pagamenti in contanti e di disinteressarsi di chiedere una quietanza o magari di perdere la relativa ricevuta cartacea. Se dovessero sopraggiungere contestazioni in merito all’avvenuto adempimento, come si potrebbe ovviare? Come dimostrare il pagamento di un debito in contanti? 

Oggi più che mai si usa comunicare a mezzo smartphone. Soprattutto le chat istantanee come WhatsApp, più che le stesse email, sono diventate il mezzo di contatto più frequente anche nei rapporti commerciali. Così ben potrebbe essere che, in qualche conversazione “telematica”, vi sia la dimostrazione della consegna “a mani” del denaro. Ma si può usare una chat come prova di pagamento? Che valore avrebbe, ad esempio, la stampa di una conversazione avvenuta tramite un sistema di messaggistica? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Pagamenti in contanti: limiti 

Prima di parlare della chat come prova di pagamento c’è un’importante questione da tenere in debito conto: la legge vieta pagamenti in contanti oltre una determinata soglia che, dal 1° giugno 2020, è pari a 2.000 euro. Questo significa che, se si volesse dimostrare di aver eseguito un versamento cash di 3.000 euro, si andrebbe poi incontro alle sanzioni, sanzioni che possono arrivare anche a 50mila euro. 

Certo, ad elevare tali “multe” non potrebbe essere il giudice di una causa civile e, trattandosi di un reato, questi non avrebbe neanche il dovere di comunicare l’illecito all’autorità amministrativa. Quindi, se la prova dovesse servire solo per difendersi da una pretesa illegittima del creditore, non dovrebbero porsi problemi neanche nel caso in cui la somma pagata dovesse superare il tetto previsto dalla normativa sull’antiriciclaggio.

Come dimostrare un pagamento in contanti?

Per dimostrare un pagamento in contanti la cosa migliore è farsi rilasciare una ricevuta. Il creditore potrebbe anche dichiarare, ex post, che il debito è stato estinto, mettendolo nero su bianco su una quietanza.

In assenza di documenti scritti, il problema si complica. Si potrebbe ricorrere alla prova per testimoni, ma il codice civile limita il ricorso a testimoni per tutti i contratti superiori a 2,58 euro, salvo che il giudice, tenuto conto della qualità delle parti, della natura della prestazione e degli usi, ritenga invece di ammetterli.

È ad esempio convenzione che chi paga il giornalaio o il panettiere non firmi un contratto o non si faccia rilasciare una ricevuta, rendendo così possibile il ricorso a testimoni per dimostrare l’adempimento. Tuttavia è meno probabile che ciò avvenga quando si danno 5mila euro alla ditta di costruzioni o all’avvocato, situazioni in cui è accortezza comune farsi rilasciare una ricevuta. 

In pratica, più è alto l’importo versato, meno è probabile che il giudice autorizzi l’audizione di testimoni a provare l’avvenuto pagamento.

Chat come prova di pagamento

A questo punto vediamo se è possibile quantomeno portare, innanzi al giudice, come prova di pagamento la chat presente sullo smartphone.

Immaginiamo una persona che, tra padrone di casa e inquilino, vi sia uno scambio di messaggi con cui il primo, mensilmente, dica all’altro: «domani passo a ritirare i soldi dell’affitto» e l’altro risponda affermativamente. Una conversazione di questo tipo potrebbe valere a dimostrare l’avvenuto adempimento?

Sul punto la giurisprudenza non è concorde anche se, più di recente, si registrano maggiori aperture.

In generale, nel processo civile, ogni documento fotografico o informatico non ha valore di prova se viene contestato dall’avversario. La contestazione non deve però essere generica (il tradizionale «Vostro onore, mi oppongo») ma deve insinuare nel giudice il dubbio sulla genuinità del messaggio. Insomma, tutto è rimesso alla valutazione del magistrato. 

Oggi si usa stampare gli screenshot e allegarli al fascicolo di parte. Per farne poi convalidare la corrispondenza al dato reale, è possibile recarsi dinanzi a un notaio che ne attesti la data e la conformità rispetto all’originale a lui prodotto. 

In alternativa, è possibile, in causa, chiedere il cosiddetto interrogatorio formale alla controparte con cui la si interroga circa lo scambio di messaggi. In quella sede, se mai l’avversario dovesse mentire potrebbe essere querelato. 

Anche la Cassazione si è infine espressa nel senso di conferire valore di prova a chat ed sms. Abbiamo approfondito tale aspetto nell’articolo Messaggi WhatsApp ed sms valgono come prova? Leggi anche I messaggi WhatsApp hanno valore legale di prova?


note

Autore immagine: it.depositphotos.com


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube