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Ostruzionismo dirigente scolastico: quando è mobbing?

25 Aprile 2020
Ostruzionismo dirigente scolastico: quando è mobbing?

Sono un insegnante di scuola media a tempo determinato e  purtroppo, mio malgrado mi sono trovato in una situazione paradossale che mi ha  “costretto ” ad accettare diversi periodi di malattia, come richiesto dalla DS che per il “suo” quieto vivere su richiesta di alcuni genitori “importanti” mi ha indotto ad accettare.  Ora finita la malattia, la DS ha dato continuità alla supplente e la cosa mi sta danneggiando molto nell’umore e nell’autostima. Volevo pertanto sapere come comportarmi per la tutela della mia famiglia, persona e della mia reputazione di uomo ed insegnante.

La procedura tenuta dal dirigente scolastico, che ha mantenuto la supplente, è sicuramente corretta, vista sotto un aspetto meramente formale, dove l’insegnante ha avuto un decorso veritiero della malattia, e non è stato – viceversa – costretto a fingersi malato, com’è nel Suo caso, per un capriccio di qualche genitore o, peggio, di qualche coordinatore di classe.

Ora, a prescindere dal fatto che questa Sua assenza forzata sia scaturita dalla volontà diretta di qualche genitore, quest’ultimo non aveva la possibilità concreta di porre tale azione, se non tramite l’aiuto fattivo del dirigente scolastico.

Ecco perché, nel Suo caso, sembra sia stata consumata la fattispecie di mobbing lavorativo.

Lei è stato destinatario di una condotta illegittima posta in essere dall’Amministrazione scolastica, e che ha comportato un danno evidente a Lei in primis, ma anche alla Sua famiglia.

La condotta tenuta, in modo complesso, continuato e protratto nel tempo, sebbene non palese, ma subdolamente, è sicuramente grave, perché caratterizzata dalla molteplicità di comportamenti o provvedimenti (nel caso in esame finti consigli e inviti a rimanere a casa, con la costrizione di fingere una malattia) espressivi di un preordinato percorso finalizzato alla vessazione del lavoratore.

La finalità vessatoria è stata nel tempo preordinata, da un lato, ad accontentare alcuni genitori, sottraendola ai suoi compiti istruttivi, dall’altro a fingere una malattia fino al momento in cui è stata concessa la possibilità al direttore scolastico di lasciare in cattedra la supplente, grazie ad un esercizio della potestà discrezionale, riconosciuta dalla legge.

Se alla luce del giorno, sembra tutto legittimo, questo porta a pensare che la condotta omertosa della dirigenza scolastica era chiaramente dolosa, tale da configurare un mobbing lavorativo, nei sensi innanzi specificati.

Il modo migliore per tutelare la Sua immagine professionale, nonché quella della Sua famiglia, è quello di far valere i Suoi diritti dinnanzi ad un Giudice.

Il problema più grande, per un esito vittorioso della causa, è quello di provare i fatti: l’essere stato indotto alla malattia, per paura di contrastare la volontà del dirigente scolastico, con condotte ripetute in questo periodo. Questo potrà farlo o con documentazione (mail, sms, e quant’altro) o, se privo, con i testimoni che hanno assistito ai fatti.

Dopodiché, occorrerà dimostrare il danno, morale ed esistenziale, sulla Sua persona, tramite una certificazione della A.S.L. di competenza, che attesti il disagio lavorativo, tramite specifici colloqui, rilevando una situazione psicologica negativa, di delusione, che ha dato vita anche ad un disturbo del sonno.

Il danno sarebbe comunque liquidato in via equitativa, riguardando un aspetto non prettamente economico e, quindi, di non facile valutazione numerica.

Ad ogni modo, prima di una qualsiasi azione giudiziale, potrebbe essere utile anche solo una missiva stragiudiziale, a firma di un legale, con la quale rappresentare i torti subiti, e anticipare una prossima azione giudiziale, finalizzata a tutelare i Suoi diritti di insegnante (anche se il Suo intento è quello di fermarsi alla diffida).

In questo modo, potrebbe essere possibile che la dirigente scolastica – onde evitare una responsabilità personale, oltre che amministrativa del suo operato – possa cercare di addivenire ad un punto di incontro, magari restituendoLe la cattedra e confessando il proprio sbaglio, già di per sé sufficiente a ripristinare l’immagine nei confronti di alunni e genitori.

Certo non avrebbe un risarcimento del danno, ma avrebbe comunque salvo il proprio diritto personalistico, senza sostenere le spese legali di un giudizio.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla



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