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Coniuge invalido e tradimento: conseguenze separazione

25 Aprile 2020
Coniuge invalido e tradimento: conseguenze separazione

Sono invalido 100% sposato in comunione dei beni e con 2 figli. Mia moglie vorrebbe la separazione per il deterioramento del matrimonio in seguito all’incidente che mi ha reso invalido. Negli anni di matrimonio le finanze della casa si sono basate principalmente sul mio stipendio, lei aveva lavori part-time o anche full time ma non continuativi nel tempo. Lei ha una relazione extraconiugale da circa 1 anno anche se dice di non avere mai avuto rapporti sessuali con tale persona. In fase di separazione cosa mi devo aspettare riguardo alla assegnazione della casa, all’addebito, alla assegnazione dei figli e al mantenimento?

Con riguardo all’infedeltà di Sua moglie, ai fini dell’addebito della separazione, tale condotta costituisce senza alcun dubbio una violazione particolarmente grave, che determina l’intollerabilità della convivenza e rappresenta una circostanza idonea e sufficiente a determinare la pronuncia di addebito a carico del coniuge responsabile.

Tuttavia, la giurisprudenza ritiene necessaria la sussistenza del nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi del rapporto di coppia.

Infatti, non giustifica l’addebito della separazione l’accertamento della preesistenza di una crisi coniugale già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Tribunale Milano, sez. IX, 19/06/2017, n. 6831).

Nel Suo caso, quindi, per ottenere l’addebito della separazione, occorrerà dimostrare che prima del tradimento, il Vostro era un rapporto normale, e non in crisi.

Questo tradimento può dar luogo anche al risarcimento dei danni non patrimoniali da Lei patiti, in violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale quello alla salute, all’onore e alla dignità personale.

Con riguardo all’affidamento dei figli, oramai la giurisprudenza è conforme nel ritenere l’affidamento condiviso tra i due genitori come regola generale, restando quello esclusivo un’eccezione percorribile in casi particolari: violenza di un genitore, incapacità a gestire la prole, mancanza di un alloggio stabile e altro.

Nel Suo caso, non rientrando in tali fattispecie, l’affidamento dovrebbe essere condiviso, a meno che Lei, a causa dell’invalidità, abbia delle difficoltà a seguire i figli, nelle giornate di affido. In quel caso, potrebbe essere previsto un affidamento alla madre, con ampia possibilità da parte Sua di vedere i bambini, onerando la madre, o chi per lei, a portarli presso la Sua abitazione, almeno fino a quando uno dei due non acquisisca la patente di guida per muoversi autonomamente.

Qui ci colleghiamo anche alla questione della casa familiare e della relativa assegnazione. Essa prescinde dall’effettiva proprietà dell’immobile e si sostanzia solo con riguardo alla prevalenza dell’affidamento deciso dal giudice, in mancanza di accordo tra le parti.

Infatti, in tema di separazione personale dei coniugi, l’art. 155 comma 4 del codice civile contempla, “ove possibile”, l’assegnazione della casa familiare in favore del coniuge affidatario di figli minori, anche se non proprietario dell’immobile, né titolare di altro diritto reale od obbligatorio implicante la facoltà di godimento del bene.

Infatti, se il Giudice dovesse optare per un affidamento congiunto, ma con priorità alla madre (alla luce del Suo stato di salute), allora la casa familiare potrebbe essere affidata alla madre, almeno fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica dei figli.

Questo perché l’interesse alla tutela dei figli minori supera qualsiasi altro interesse tutelabile, compreso il Suo stato di salute; a meno che non si riesca a dimostrare che i figli possano trasferirsi insieme alla madre presso la casa di proprietà di quest’ultima, presente all’interno dello stesso Comune: in questo caso, si proverebbe il fatto che per i figli non ci sarebbe uno stravolgimento nello stile di vita, tale da impedire a Lei di trattenere la casa familiare.

Tuttavia, una sentenza della Cassazione, un po’ datata nel tempo (Cassazione civile, sez. I, 24/08/1990, n. 8705) ha previsto la possibilità di deroga a tale principio quando l’interesse dei minori sconsigli una loro permanenza in detta casa, ma anche quando il vantaggio di tale permanenza, alla luce delle peculiarità del caso concreto, non sia proporzionato alla gravosità della soluzione per il coniuge non affidatario che, nel caso trattato dalla Cassazione (e simile al Suo), era affetto da gravi menomazioni invalidanti, che richiedevano la conservazione dell’uso della casa, già attrezzata ed idonea ad accogliere personale di assistenza.

Il mantenimento dei figli segue, come in costanza di matrimonio, il potere economico dei singoli genitori: si valuteranno le ultime dichiarazioni dei redditi, oltre le possidenze mobiliari e immobiliari, al fine di valutare quale sia l’importo che ciascun genitore dovrà corrispondere per i propri figli, rispettando i propri limiti reddituali.

Facendo un esempio, se Lei guadagna 2mila euro e Sua moglie mille euro, le spese per il mantenimento dei figli saranno suddivise rispettivamente per 2/3 e per 1/3, a meno che non sussistano ulteriori variabili (spese sopravvenute, possidenze immobiliari) tali da mutare la situazione economica e patrimoniale.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla



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