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Quando non conviene aprire la Partita Iva

24 Aprile 2020 | Autore:
Quando non conviene aprire la Partita Iva

Vale la pena, al giorno d’oggi, di iniziare un’attività in proprio aprendo una Partita Iva? Vediamo vantaggi e svantaggi di questa scelta e quando essa è sconsigliabile.

Se hai in mente di iniziare un’attività tutta tua, come ad esempio avviare uno studio professionale o aprire un negozio, ti starai chiedendo quali sono i necessari adempimenti, anche dal punto di vista fiscale. Probabilmente, saprai che, tra i vari passi da compiere, c’è l’apertura della Partita Iva. Questo, però, ti spaventa, perchè temi di dover sostenere spese e oneri superiori ai possibili guadagni. Ti sarà quindi utile leggere questo articolo, nel quale ti spiegherò quello che serve sapere sull’argomento e soprattutto quando non conviene aprire la Partita Iva.

Cosa è l’Iva?

Immagina di rivolgerti a un libero professionista, ad esempio un avvocato. Naturalmente, dovrai pagare il suo onorario; ebbene, all’importo spettante al legale verrà aggiunta una somma, corrispondente a una percentuale del compenso. Si tratta dell’Iva (Imposta sul valore aggiunto): denaro che il libero professionista non incassa, ma versa allo Stato, trattandosi di un’imposta.  La stessa cosa succede quando si acquista qualcosa in un negozio oppure si paga un servizio, come ad esempio quello telefonico o di erogazione dell’energia elettrica.

L’Iva è, quindi, un’imposta che viene pagata da chi si rivolge a un lavoratore autonomo.

Sono lavoratori autonomi:

  • i liberi professionisti, come gli avvocati, gli ingegneri, gli architetti, i geologi, in genere tutti coloro che hanno delle competenze specifiche e le mettono a disposizione dei clienti in cambio di un compenso. Essi possono esercitare la loro attività da soli, oppure insieme ad altri, formando un’associazione professionale o una società;
  • gli imprenditori, cioè coloro che vendono qualcosa (ad esempio i negozianti) o forniscono un servizio (ad esempio le imprese di costruzione). Anche le imprese possono essere singole oppure organizzate in forma di società più o meno complesse. Pensa, ad esempio, all’attività dell’idraulico: può trattarsi di un artigiano che lavora da solo, oppure di una società, organizzata tra più persone, che si occupa di riparazioni.

Cos’è la partita Iva?

La partita Iva è un codice costituito da 11 cifre che viene associato a ciascun lavoratore autonomo e che il Fisco adopera per identificarlo. Quindi, ogni lavoratore autonomo ha una sua personale partita Iva. Essa può essere richiesta sia dalle persone fisiche (i singoli individui), sia dalle persone giuridiche (le società).

In alcune situazioni, previste dalla legge, al lavoratore autonomo è consentito non aprire la partita Iva; nella maggior parte dei casi, però, si tratta di un adempimento obbligatorio e chi esercita la sua attività senza esserne provvisto è soggetto a sanzioni.

La partita Iva serve al Fisco per individuare il lavoratore autonomo e per porre a suo carico tutte le imposte da pagare.

Come si apre la partita Iva?

La Partita Iva si apre facendone richiesta all’Agenzia delle Entrate entro trenta giorni dall’inizio dell’attività. La richiesta, che si effettua compilando un apposito modulo scaricabile dal sito dell’Agenzia, può essere effettuata in tre modi:

  • recandosi di persona presso l’Agenzia delle Entrate;
  • inviando il modulo a mezzo raccomandata a.r.;
  • per via telematica.

Al momento della richiesta, bisogna scegliere tra due possibili regimi fiscali: la contabilità ordinaria e il regime forfettario. Tra poco, ti dirò di cosa si tratta; è comunque utile affidare questi adempimenti a un commercialista, che può consigliare bene sulle scelte da fare per evitare una tassazione eccessiva.

L’apertura della partita Iva non comporta nessuna spesa; i costi ci sono, come vedremo tra poco, per il mantenimento dell’attività.

Cos’è il regime forfettario?

Il regime forfettario, introdotto con una legge del 2014 [1], è un regime fiscale particolarmente vantaggioso, che può essere utilizzato dai lavoratori autonomi che hanno un volume d’affari ridotto. E’ possibile accedervi:

  • se si sta iniziando un’attività autonoma e si prevede di avere, nell’arco dell’anno, ricavi di importo non superiore a 65.000 euro;
  • oppure se si esercita l’attività già da tempo, ma nell’anno fiscale precedente i ricavi non sono stati superiori al suddetto importo.

Il regime forfettario presenta numerosi vantaggi. Il maggiore di questi riguarda la tassazione: infatti al reddito si applica un’imposta unica del 15%, che può arrivare al 5% nei primi cinque anni di attività dell’imprenditore o del professionista. Essa sostituisce tutte le altre imposte: Irpef, addizionali regionali e comunali, Irap e per questo è detta imposta sostitutiva.

Sulle fatture emesse non si applica l’Iva; quindi, se ti rivolgi a un professionista e quest’ultimo opera in regime forfettario, dovrai pagargli il suo compenso, ma non quest’ultima imposta.

Quando è possibile non aprire la partita Iva?

Tutti i lavoratori autonomi devono avere una partita Iva; però se la loro attività è discontinua e non consente loro di avere un reddito di almeno 5.000 di euro l’anno, possono fare a meno di richiederla. Naturalmente, non appena questo limite viene superato, bisogna aprirla immediatamente.

Quali sono i costi della partita Iva?

Come ti ho detto, l’apertura di una partita Iva di per sè non costa nulla. Successivamente, però, il lavoratore autonomo si trova a dovere adempiere degli obblighi ben precisi e a sostenere delle spese. Tutto questo deve essere tenuto in considerazione quando si vuole avviare una propria attività.

Ecco quali sono gli obblighi e i costi di cui bisogna tenere conto:

  • la previdenza. Come saprai, i lavoratori che sono alle dipensenze di qualcuno hanno la pensione garantita: infatti tutti i datori di lavoro devono versare all’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) i contributi previdenziali, grazie ai quali verranno pagate le pensioni ai dipendenti. I lavoratori autonomi, invece, devono pensare da soli a costruire la propria pensione. Essi devono quindi iscriversi obbligatoriamente all’Inps e pagare i contributi. I liberi professionisti, nella maggior parte dei casi, non si iscrivono all’Inps bensì ad apposite casse previdenziali di categoria, ma il meccanismo è lo stesso;
  • la Camera di commercio o l’ordine professionale. Appena si inizia l’attività occorre iscriversi alla Camera di commercio. Questo comporta un costo iniziale e un pagamento annuale. I liberi professionisti si iscrivono, invece, agli ordini di appartenenza, pagando annualmente i contributi di iscrizione;
  • il pagamento delle imposte. Aprire la partita Iva significa essere conosciuti dal fisco e dovere quindi cominciare a pagare le imposte. Nel periodo iniziale dell’attività, oppure se il reddito è inferiore a 65.000 Euro in un anno, è possibile come abbiamo visto scegliere il regime forfettario e ridurre il carico fiscale;
  • l’onorario del commercialista. Gestire un’attività autonoma comporta molti adempimenti di carattere fiscale e la necessità di conoscere e calcolare le imposte da pagare. Non tutti hanno le competenze per farlo: a meno che non si sia commercialisti è meglio rivolgersi a un professionista del settore. Sbagliare, infatti, può costare caro. Questo, naturalmente, comporta la necessità di pagare l’onorario al commercialista, il che di solito avviene annualmente;
  • la tenuta delle scritture contabili. Secondo il tipo di attività e il regime fiscale prescelto occorre tenere e conservare registri e documenti previsti dalla legge.

Come vedi, se si inizia un’attività autonoma bisogna entrare nell’ordine di idee che si dovranno sostenere dei costi e si dovranno porre in essere diversi adempimenti.

Quando non conviene aprire la partita Iva?

A questo punto, dovrebbbe esserti chiaro quando non conviene aprire la partita Iva. Per poter lavorare serenamente, infatti, è necessario che i guadagni superino le spese necessarie per l’esercizio dell’attività.

Prima di iniziare occorre quindi valutare con obiettività quali potranno essere i guadagni derivanti dall’attività. Quali beni o servizi si vogliono offrire? Si tratta di qualcosa di cui la gente ha bisogno? Quanta clientela si pensa di poter avere realisticamente? Che prezzi si vogliono praticare? C’è concorrenza?

Occorre poi considerare le spese alle quali si dovrà andare incontro: eventuale affitto del locale, pagamento delle utenze, tassa sui rifiuti, necessità di collaboratori e dipendenti. A queste bisognerà aggiungere i costi di cui ti ho parlato: le imposte che bisognerà presumibilmente pagare, i contributi previdenziali, il costo di iscrizione alla Camera di commercio o all’ordine professionale, l’onorario del commercialista.

Se si prevede che i guadagni, anche orientativi, possano superare tutti i suddetti costi, si può cominciare l’avventura di un’attività autonoma. Diversamente, non conviene aprire la Partita Iva.


note

[1] L. n. 190/2014.


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