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Si può chiedere di fare il cesareo?

12 Settembre 2020 | Autore:
Si può chiedere di fare il cesareo?

Medicina interventistica e nascita naturale: quando bisogna optare per l’intervento chirurgico? La madre ha la facoltà di scegliere il metodo per far venire al mondo il proprio bambino?

Quello della gravidanza è un periodo molto intenso e impegnativo per la futura madre: il corpo si trasforma, nel grembo prende vita e cresce una nuova creatura, gli sbalzi ormonali scompensano continuamente l’umore. I nove mesi di gestazione sono, quindi, indimenticabili sotto tutti i punti di vista.

Ciò che però preoccupa maggiormente la donna in procinto del parto è il fatidico giorno del travaglio: la corsa all’ospedale, il dolore, le ore di attesa, la sala parto, le possibili conseguenze negative. I timori aumentano con l’avvicinarsi della data di compimento della gestazione: ecco perché molte madri si interrogano su possibili soluzioni alternative.

Si può chiedere di fare il cesareo? Questa è la domanda che in molti casi viene rivolta al personale sanitario; in particolar modo, alle ostetriche e ai ginecologi. La risposta varia non solo da Paese a Paese, ma anche da Regione a Regione: infatti, il sistema sanitario nazionale, nella sua gestione e organizzazione, è lasciato alla determinazione territoriale.

Vediamo, allora, come comportarsi in questi casi e quali sono le richieste che possono avere risposta positiva.

La gravidanza e il parto: procedure a confronto?

La nascita di un bimbo è una gioia immensa per tutto il nucleo familiare, ma è fuor di dubbio che le difficoltà principali vengono affrontate dalla gestante: è lei che deve partorire e deve sostenere il carico di tutto il travaglio.

Salvo complicazioni, la natura fa il suo corso. La madre mette al mondo il bambino con le sue forze, anche se viene assistita da personale specializzato. Per tale motivo, negli ultimi anni, ci si sta interrogando molto sull’ospedalizzazione delle partorienti. Alcune Regioni, infatti, hanno emanato una legge che consente di tornare al parto in casa e molte altre sono sulla via della loro adozione.

Quindi, la regola generale è quella del parto naturale: non è necessario un intervento del ginecologo che forzi la mano alla natura, ma vengono rispettati i ritmi scanditi dalla madre e dal nascituro. In alcuni casi, però, un’azione tempestiva del personale sanitario è indispensabile per salvare la vita di entrambi (o di uno dei due): in queste ipotesi, si ricorre al cosiddetto taglio cesareo.

Che cos’è il parto cesareo?

Il taglio (o parto) cesareo è un intervento chirurgico che consente la nascita del bambino attraverso un’incisione dell’utero. In Italia, è una prassi molto utilizzata, anche se è sconsigliata dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Secondo la regola generale, bisogna ricorrere a tale soluzione soltanto in presenza di circostanze oggettive che giustificano un’operazione di questo tipo. Ecco perché, di solito, il parto cesareo viene praticato:

  • in presenza di precedenti tagli cesarei;
  • in caso di distocia fetale: si tratta di una condizione anomala che rende difficoltoso un parto naturale;
  • in presenza di insufficienza cardiaca o respiratoria della madre o del nascituro;
  • in tutte le circostanze in cui vi sono delle condizioni di salute precarie che rendono pericoloso il parto naturale.

Quali sono le linee guida della comunità scientifica?

Nonostante nell’opinione comune si pensi il contrario, il taglio cesareo è la soluzione più rischiosa per la donna che deve partorire. L’Istituto superiore della sanità fa riferimento a un tasso del 3-4% di mortalità materna. Si tratta, d’altronde, di un vero e proprio intervento chirurgico caratterizzato da tutte le possibili complicazioni del caso: pensa, ad esempio, che occorre sottoposti a un’anestesia (di solito parziale) e a un’incisione del proprio corpo con il bisturi elettrico.

I pericoli dell’errore umano o dell’accadimento imprevedibile sono quindi sempre presenti: infezioni, complicanze uterine, eventuali isterectomie. Il novero dei rischi è purtroppo molto ampio.

Il decorso post operatorio è poi particolarmente invalidante: a causa dei punti la mamma non può prendersi cura del neonato e ha bisogno di sottoporsi, almeno per i primi tre giorni, a un’apposita terapia del dolore.

Per tal motivo, nella maggior parte dei casi, ginecologi e ostetriche sconsigliano il parto programmato e accompagnano la gestante in tutto il suo percorso, prendendo in carico la sua condizione fisica ed emotiva. Peraltro, la comunità scientifica suggerisce il parto naturale anche a coloro che hanno affrontato un precedente taglio cesareo: se, infatti, l’utero si è sufficientemente cicatrizzato (e, quindi, sono passati almeno due anni dalla precedente gravidanza) è possibile provare con la procedura fisiologica.

La prassi medica è, dunque, nel senso di scoraggiare il ricorso al parto cesareo elettivo.

E’ possibile chiedere il parto cesareo?

Molte donne soffrono di tocofobia: tale termine di origine greca sta ad indicare la paura incontrollata delle contrazioni e del parto. Per questo motivo esse fanno ricorso al cesareo elettivo. In altri termini, chiedono al proprio ginecologo di anticipare la data della presunta nascita per praticare un taglio chirurgico. Tale tendenza porta l’Italia ad essere ancora oggi la prima Nazione europea nell’adozione di queste operazioni.

Il cesareo, dunque, oltre che nei casi di necessità per condizioni di salute avverse, può essere frutto di una libera scelta della futura madre. In tale ipotesi, sulla base delle indicazioni fornite dal sistema nazionale di ginecologia e ostetricia, il medico deve:

  1. discutere approfonditamente con la donna delle motivazioni che giustificano la sua scelta;
  2. esporle tutti i benefici del parto naturale e i pericoli dell’intervento chirurgico;
  3. inserire tutto il percorso decisionale all’interno della sua cartella clinica.

Sul punto occorre fare attenzione a un altro dato di particolare interesse: è molto più semplice che tale decisione sia assecondata nelle strutture private (e, quindi, a pagamento) piuttosto che nell’ambito del servizio sanitario nazionale. Il motivo risiede, soprattutto, in un fattore di carattere economico: il parto cesareo costa molto di più al sistema medico e, soprattutto nelle Regioni con deficit elevati, tale metodologia è fortemente scoraggiata.

In ogni caso, a prescindere dal contesto in cui viene eseguito l’intervento chirurgico, la gestante deve compilare uno specifico modulo relativo al consenso informato. In tale documento, la partoriente afferma:

  • di sottoporsi all’intervento sulla base della sua autodeterminazione;
  • di essere stata adeguatamente informata sui rischi cui va incontro;
  • di autorizzare (o meno) la struttura ospedaliera, in caso di necessità, a eseguire una trasfusione di sangue;
  • di consentire (o non consentire) agli operatori sanitari di fornire informazioni sulle proprie condizioni mediche a soggetti diversi da quelli da lei espressamente indicati.

Concluso l’iter di accompagnamento psicologico e burocratico della partoriente, è possibile programmare la data di nascita del bambino e procedere con l’intervento.



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