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Disparità di trattamento pubblica amministrazione

25 Luglio 2020 | Autore:
Disparità di trattamento pubblica amministrazione

Principio di parità di trattamento: cos’è? Discriminazione della pubblica amministrazione: quando si può impugnare l’atto per eccesso di potere?

La pubblica amministrazione è tenuta a rispettare il principio di parità di trattamento: significa che, nell’adottare i suoi provvedimenti e, più in generale, nel decidere come agire, l’amministrazione pubblica non può fare discriminazioni. Il principio di parità di trattamento trova applicazione soprattutto in ambito di selezione del personale da assumere, cioè di concorsi pubblici; ma non solo: l’amministrazione deve essere imparziale anche quando adotta provvedimenti che non presuppongono una selezione a monte. Con questo articolo ci occuperemo della disparità di trattamento nella pubblica amministrazione.

La disparità di trattamento può costituire uno specifico motivo di impugnazione della decisione della pubblica amministrazione: nello specifico, come vedremo, si tratta del vizio di eccesso di potere, il quale rende annullabile un provvedimento, se impugnato nei termini davanti al Tribunale amministrativo regionale. Quando si può parlare di disparità di trattamento nell’ambito della pubblica amministrazione? Dove finisce la discrezionalità amministrativa e inizia la vera e propria discriminazione? Scopriamolo insieme.

Parità di trattamento: cos’è?

La pubblica amministrazione deve rispettare il principio di parità di trattamento. Cosa significa? Vuol dire che, nel compiere le proprie valutazioni e adottare i conseguenti provvedimenti, deve essere imparziale e agire solamente per il bene pubblico.

La parità di trattamento significa, dunque, che sono vietate le discriminazioni ingiustificate, cioè quelle che non hanno alcun tipo di fondamento.

Disparità di trattamento: cos’è?

Dalla definizione del principio di parità di trattamento possiamo ricavare il suo esatto opposto, cioè la disparità di trattamento. Cos’è? Di cosa si tratta?

Si ha disparità di trattamento quando, in presenza di situazioni identiche o analoghe, l’amministrazione pubblica applica trattamenti diversi, o, viceversa, quando in presenza di situazioni diverse opera uguale trattamento.

Tizio e Caio si candidano a un concorso pubblico. Nonostante i titoli di Tizio dovrebbero garantirgli un punteggio superiore, Caio viene ritenuto idoneo e supera la selezione pubblica.

Discriminazione: si può annullare il provvedimento della Pa?

Come anticipato in premessa, nel caso di disparità di trattamento è possibile perfino impugnare l’atto della pubblica amministrazione e chiederne l’annullamento.

Per la precisione, si ritiene che la violazione del principio di parità di trattamento rientri tra i casi di eccesso di potere, uno dei vizi di cui può essere affetto un provvedimento della pubblica amministrazione.

L’eccesso di potere è un vizio di legittimità dell’atto amministrativo che si manifesta nel cattivo uso del potere da parte della pubblica amministrazione, ovvero nella deviazione del potere da quei principi generali stabiliti dal legislatore, come la correttezza, la buona fede o la diligenza.

È chiaro che la discriminazione, cioè la violazione del principio di parità di trattamento, costituisce una manifestazione di eccesso di potere, visto che la pubblica amministrazione agisce in maniera non imparziale al fine di raggiungere, probabilmente, scopi poco trasparenti.

Un atto della pubblica amministrazione che si ritiene essere frutto di una scelta discriminatoria oppure che sia esso stesso evidentemente non imparziale può essere impugnato, entro sessanta giorni dalla sua notifica, comunicazione o pubblicazione, davanti al Tribunale amministrativo regionale al fine di chiederne l’annullamento.

Eccesso di potere: quando si può impugnare un atto?

Se la nozione di disparità di trattamento è piuttosto chiara in teoria, nella pratica non è sempre così facile capire quando un provvedimento sia viziato da eccesso di potere.

Ad esempio, secondo la giurisprudenza amministrativa, in caso di disparità di trattamento, il destinatario di un provvedimento illegittimo non può invocare, come sintomo di eccesso di potere, il provvedimento più favorevole illegittimamente adottato nei confronti di un terzo che si trovi in analoga situazione [1]. Facciamo un esempio.

Tizio viene raggiunto da un ordine di demolizione a causa dell’abusività del proprio immobile. Tizio impugna il provvedimento per disparità di trattamento (eccesso di potere) in quanto il suo vicino Caio, proprietario di un immobile abusivo del tutto uguale al suo, non è stato raggiunto dallo stesso provvedimento di demolizione; anzi, il Comune ha ritenuto legittima la proprietà di Caio.

Dunque, la disparità di trattamento può essere invocata solamente se, a fronte di due situazioni assolutamente uguali, per una si è agito in un modo e per l’altra in un altro, ma sempre nell’ambito della legalità: non si può impugnare un provvedimento legittimo solamente perché, illegittimamente, non si è adottato lo stesso per una situazione analoga.

Pertanto, il vizio di eccesso di potere per disparità di trattamento è configurabile soltanto in caso di assoluta identità di situazioni di fatto e di conseguente assoluta irragionevole diversità del trattamento riservato alle stesse.

Inoltre, il vizio di eccesso di potere per disparità di trattamento non può essere dedotto quando viene rivendicata l’applicazione in proprio favore di posizioni giuridiche riconosciute ad altri soggetti in modo illegittimo, in quanto, in applicazione del principio di legalità, la legittimità dell’operato della pubblica amministrazione non può comunque essere inficiata dall’eventuale illegittimità compiuta in altra situazione.

La disparità di trattamento nei concorsi pubblici

I casi più evidenti e comuni di disparità di trattamento sono quelli riguardanti i pubblici concorsi, cioè le selezioni a cui sono sottoposti i candidati che vogliono essere assunti nella pubblica amministrazione.

La violazione del principio di parità di trattamento viene invocata nei concorsi pubblici essenzialmente in due casi:

  • quando il bando di assunzione è già di per sé discriminatorio;
  • quando la commissione esaminatrice valuta in maniera discriminatoria le prove e/o i titoli dei candidati.

Disparità di trattamento nel bando di concorso

Il bando di concorso è discriminatorio quando, in maniera del tutto ingiustificata e inspiegabile, opera sin dapprincipio una selezione; in pratica, violando il principio di parità di trattamento e di uguaglianza, impedisce ad alcune categorie di persone di partecipare. Si pensi al concorso nazionale il cui bando vieta la partecipazione a tutti i residenti di una determinata regione.

In casi del genere, la persona che ritiene discriminatorio il bando può impugnarlo davanti al Tar entro sessanta giorni dalla sua pubblicazione.

Disparità di trattamento della commissione esaminatrice

Più frequenti (e difficili da dimostrare) sono i casi di disparità di trattamento operati dalla commissione esaminatrice.

Possiamo dire che la commissione viola il principio di parità di trattamento quando, nonostante la predeterminazione dei criteri di valutazione, essa compie una vera discriminazione.

Tizio e Caio consegnano alla commissione la stessa prova scritta: Tizio, però, viene premiato con un punteggio maggiore.

La commissione si macchi di disparità di trattamento quando, a parità di condizioni, avvantaggia un candidato a discapito di un altro (o di altri).

Il problema è che la commissione gode di una certa discrezionalità nel giudicare le prove: queste, infatti, a meno che non debbano essere valutate secondo criteri assolutamente obiettivi (pensa ai quiz a risposta multipla, in cui la risposta è una e una soltanto), sono soggette a un giudizio tecnico che non è facilmente contestabile.

Pertanto, si potrà impugnare la graduatoria finale solamente nel caso in cui la valutazione della commissione d’esame sia evidentemente discriminatoria, viziata cioè da eccesso di potere.


note

[1] Consiglio di Stato, sent. n. 2548 del 10 maggio 2013.

Autore immagine: Canva.com


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