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Sexting e chat erotiche con minorenne: è reato?

2 Maggio 2020
Sexting e chat erotiche con minorenne: è reato?

Ho iniziato a chattare con una ragazza la quale esplicitamente mi ha richiesto di avere una chat a sfondo erotico. Quando le ho chiesto l’età ha dichiarato di avere 14 anni. Io sono maggiorenne.

Abbiamo avuto chat erotiche, con reciproco scambio di materiale fotografico a sfondo sessuale. In nessun modo ho esercitato coercizione o altro. La ragazza mi cerca spontaneamente, dice che le piaccio e persino mi propone degli incontri, che io sto rimandando.

Navigando su altri siti, taluni riportano che anche solo fare sexting con una minore di anni 16 può far incorrere il maggiorenne nel reato di adescamento di minori. Insomma, c’è tanta confusione e io non riesco a capire se, al di là del fatto puramente morale, stia compiendo qualcosa di legale o meno.

Occorre procedere ad analizzare con calma l’episodio descritto, atteso che le norme in materia di violenza sessuale, pedopornografia e, più in generale, tutela dei minori, sono talmente numerose da costituire una vera jungla normativa nella quale è facile smarrirsi.

Il reato di adescamento di minorenni (art. 609-undecies c.p.) presuppone che le lusinghe nei confronti della persona minore di sedici anni siano dirette a commettere uno dei reati indicati nella norma stessa, e cioè: riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile, detenzione di materiale pedopornografico (anche virtuale), iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile, violenza sessuale, atti sessuali con minorenne, corruzione di minorenni o violenza sessuale di gruppo.

Dunque, la lusinga o l’allettamento del minore, di per sé, non costituisce reato; lo è, però, se è diretto a commettere uno dei reati sopra elencati, anche se poi l’intento non si realizza concretamente (per questo si dice che l’adescamento di minorenni è un reato di pericolo, perché è sufficiente che vi sia il semplice pericolo astratto che si verifichi una delle conseguenze che la norma intende scongiurare).

Nel caso esposto, nessuno dei fini illeciti cui dovrebbe tendere l’adescamento mi sembra essere voluto: in altre parole, l’adescamento non sarebbe finalizzato né agli atti sessuali con minorenne né al compimento di altro reato.

L’unica ipotesi che può destare maggiori perplessità è quella della detenzione di materiale pedopornografico: secondo il codice penale (art. 600-quater cod. pen.), chiunque consapevolmente si procura o detiene materiale pornografico realizzato utilizzando minori degli anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a euro 1.549.

Secondo la giurisprudenza, il reato di detenzione di materiale pedopornografico si integra solamente se le immagini di pornografia minorile sono realizzate da terzi utilizzando il minore; ciò significa che se è il minore stesso a scattare dei selfie osé non si integra alcuna condotta illecita da parte di chi riceve le immagini e le conserva.

La sentenza di riferimento è quella della Corte di Cassazione, n. 11675/2016, a tenore della quale la pedopornografia scatta solamente quando  il materiale sia stato formato attraverso l’utilizzo strumentale del minorenne ad opera di terzi. La Corte si spinge ancora oltre: non solo l’invio (e la ricezione) di selfie a sfondo sessuale non è reato, ma non lo è nemmeno la condotta di chi, ricevuti gli scatti osé, ha poi provveduto a girarli a terze persone. Questo perché la cessione di materiale pedopornografico (di cui al comma 4 dell’art. 600-ter c.p.) è perseguibile penalmente solo qualora il materiale in questione sia stato realizzato mediante l’utilizzo del minore da parte di terzi.

Quest’ultima affermazione, però, deve essere rivista alla luce dell’introduzione (nel luglio del 2019) del nuovissimo reato di diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti (art. 612-ter cod. pen.). Questo nuovo delitto, introdotto per fronteggiare la deprecabile pratica del revenge porn, ha introdotto espressamente il divieto di cedere contenuti hard senza il consenso di chi li ha realizzati.

Per la precisione, la norma dice che chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui sopra, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentateal fine di recare loro nocumento.

Dunque, il codice penale punisce ora anche la diffusione di immagini o video a sfondo erotico di cui la persona è in possesso perché inviati spontaneamente da chi li ha realizzati; la pena scatta, però, solamente se la cessione, diffusione o pubblicazione di tale materiale abbia lo specifico fine di arrecare danno alla persona ritratta (appunto, il revenge porn). È appena il caso di ricordare che la norma si applica anche alle immagini pornografiche aventi ad oggetto persone maggiorenni.

Per quanto riguarda la detenzione di materiale pedopornografico, la giurisprudenza ritiene che, affinché si integri questo reato, occorre che le immagini pornografiche siano state fatte “utilizzando” il minore, non dal minore stesso. Dunque, chi riceve selfie erotici da un minorenne non commette reato.

Ciò si evince anche da una sentenza resa a Sezioni Unite (Cass., sez. un., sent. n. 51815/2018), all’interno della quale si afferma che l’art. 600 quater c.p. (che punisce la mera detenzione di materiale pedopornografico) ha ad oggetto lo stesso materiale pornografico di cui all’art. 600 ter c.p., cioè quello ottenuto da terzi utilizzando un minore: «Deve infatti ribadirsi che è lo stesso concetto di “utilizzazione”, cui fanno riferimento sia l’art. 600 ter sia l’art. 600 quater cod. pen., che circoscrive l’area del penalmente rilevante, perché presuppone la ricorrenza di un differenziale di potere tra il soggetto che realizza le immagini e il minore rappresentato, tale da generare una strumentalizzazione della sfera sessuale di quest’ultimo».

Tirando le fila di quanto detto sinora, a sommesso avviso dello scrivente non si ravvisano reati nelle condotte descritte nel quesito, in quanto non sembrano sussistere né i presupposti per il reato di adescamento, né quelli per il reato di pedopornografia, atteso che le immagini sono volontariamente realizzate e cedute.

Ad ogni buon conto, il consiglio è di smettere di scambiarsi contenuti di questo tipo in quanto, nell’ipotesi in cui la polizia dovesse effettuare dei controlli, ci si troverebbe nella condizione di dover giustificare il possesso del suddetto materiale, occorrendo dimostrare che l’invio da parte della minore è stato del tutto spontaneo, privo di ogni tipo di coercizione, e che si è trattato di un modo di flirtare libero e reciproco.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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