Coronavirus e aria condizionata: quali rischi?

27 Aprile 2020
Coronavirus e aria condizionata: quali rischi?

Gli impianti di condizionamento installati in ambienti chiusi potrebbero favorire la diffusione del virus. Lo dimostra un caso accaduto in un ristorante cinese.

Ora che la Fase 2 sta diventando realtà, con le riaperture già programmate a partire dal 4 maggio in base al nuovo Decreto varato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tra le numerose domande ci si pone anche quella degli eventuali rischi dell’aria condizionata sulla diffusione del coronavirus.

I sistemi di condizionamento presenti in moltissimi ambienti frequentati da tutti coloro che riprenderanno a circolare (esercizi commerciali, i mezzi di trasporto, gli uffici e le fabbriche) e che verosimilmente incrementeranno il loro funzionamento con l’aumento della temperatura primaverile inoltrata, possono favorire il contagio?

Su questi timori prende oggi la parola il virologo Roberto Burioni, che sul suo portale ‘Medical Facts’ ricorre a un esempio di contagio avvenuto in un ristorante cinese di Guangzhou (ex Canton), per spiegare “come alcuni semplici dettagli possano fare la differenza” quando tra pochi giorni partirà la ripresa.

Nel racconto della vicenda, che ci fornisce l’Adnkronos Salute, Burioni premette che “la distanza e l’attenzione ai flussi d’aria saranno i due elementi ai quali ci dovremo affidare per la protezione contro l’infezione quando tenteremo di riprendere la nostra vita normale” entrando nella Fase 2 dell’emergenza coronavirus.

I fatti avvengono il 23 gennaio quando una famiglia parte da Wuhan, dov’è cominciata l’epidemia, per andare a Guangzhou, racconta Burioni. Stanno tutti bene e, una volta arrivati, “vanno a pranzo in un bel ristorante“, con un’ampia sala “di 145 metri quadrati dove ci sono altri 14 tavoli per un totale di 83 commensali e 8 camerieri”.

Però la sera stessa uno dei commensali si sente male. Va all’ospedale e la diagnosi è Covid-19. Le autorità intervengono immediatamente, prosegue Burioni: “identificano tutte le persone che erano presenti nella sala del ristorante e le mettono in isolamento“. Una precauzione che servirà a poco: dopo qualche giorno “alcune persone sedute nello stesso tavolo del malato si ammalano“, ma oltre alla famiglia che stiamo seguendo “se ne ammalano anche altre di due famiglie diverse, sedute nei due tavoli vicini e lontane più di un metro dal paziente infettato”.

Gli epidemiologi cinesi hanno stimato che “una di queste due ulteriori famiglie è stata al ristorante contemporaneamente a quella da cui è partito il contagio per 53 minuti, l’altra per 73”, dunque una poco più e l’altra poco meno di un’ora, nella stessa sala. A quel punto – continua Burioni – “La sala viene esaminata con attenzione e ci si accorge che i getti dei condizionatori creano forti correnti d’aria“.

Ecco spiegato, a parere dell’esperto virologo, “il motivo per cui la trasmissione è avvenuta a distanza superiore ad un metro“: le goccioline di saliva del commensale che si è ammalato per primo (dunque era già infetto al momento del pranzo al ristorante) “sono state sospinte dal getto del condizionatore e sono arrivate più lontano“.

Cosa insegna questa esperienza? Innanzitutto Burioni sottolinea che “certo c’è voluto molto tempo, un’ora o più” per propagare il contagio, quindi “verrebbe da dire che per essere contagiati ci vuole una vicinanza prolungata e magari l’aiuto di una corrente d’aria“, un getto così forte da annullare l’efficacia del rispetto della distanza interpersonale, che era stata mantenuta.

Perciò, per Burioni “nel momento in cui ci accingiamo a riaprire ristoranti, bar e uffici dobbiamo ben tenere presente quanto è successo, che non ha solo aspetti negativi. E’ vero che persone dei tavoli vicini, colpiti dalla corrente d’aria generata dal condizionatore, sono state infettate a distanze maggiori” e “questo deve portare a particolare cautela nella disposizione dei tavoli e nel loro distanziamento, specie in presenza di forti correnti d’aria dovute a condizionatori ventilatori“.

Però nella vicenda c’è anche un aspetto positivo “in quella sala hanno pranzato insieme al paziente 82 persone: 9 sono state infettate (a riprova che un singolo paziente può essere molto contagioso), ma gli altri 72 commensali e soprattutto gli 8 camerieri, che certamente hanno servito anche il paziente infetto, non hanno contratto il virus“.

Infine, conclude Burioni, “non sappiamo se l’uso delle mascherine avrebbe potuto diminuire la contagiosità” del cliente malato, “ma d’altra parte le mascherine nel ristorante non si possono portare, altrimenti non si riesce a mangiare”. Da qui la lezione: “La
distanza e l’attenzione ai flussi d’aria saranno i due elementi ai quali ci dovremo affidare per la protezione contro l’infezione quando tenteremo di riprendere la nostra vita normale”.

Sul tema è intervenuto anche un altro esperto, Matteo Bassetti, direttore delle Malattie infettive al policlinico San Martino di Genova. L’Adnkronos Salute gli ha chiesto se si teme il rischio che il coronavirus possa annidarsi nell’aria condizionata. “Io credo di no – ha risposto l’infettivologo, ma forse bisognerà valutare in ambienti chiusi dove ci sono soggetti che aerosolizzano grandi quantità di virus. Credo però che i filtri siano in grado di trattenere questo virus”.

Bassetti ricorda che “il coronavirus non viaggia nell’aria esterna da solo, ma viene trasportato tramite goccioline emesse da una persona infetta che starnutisce o tossisce”. Così “sulla nave da crociera in Giappone si era detto del potenziale rischio, ma ad esempio escludo qualsiasi rischio per chi viaggia in aereo“. Invece potrebbe esserci un rischio nei piccoli locali, tipo ristoranti o parrucchieri? Qui non è possibile una risposta generale: “Su questi casi occorre valutare singolarmente”, risponde l’infettivologo.



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