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Assegno familiare e assegno alimentare: quali differenze

27 Aprile 2020
Assegno familiare e assegno alimentare: quali differenze

Assegno di mantenimento, alimenti e assegno divorzile: qual è il significato di questi termini?

Il linguaggio giuridico – in questo assomigliando molto alla medicina – ha un vocabolario tutto suo che spesso si differenzia da quello usato dalla collettività. Un esempio per tutti: la parola “compromesso” – di solito usata per rappresentare il contratto che precede la stipula di una compravendita immobiliare – è, nell’accezione tecnica, qualcosa di totalmente diverso rappresentando l’accordo volto a far decidere una causa a un arbitro privato e non a un giudice.

Quando si parla di alimenti si tende spesso a includere, in tale parola, una serie di concetti che, invece, sono differenti tra loro così come differenti sono le situazioni in cui si applicano. 

Di solito, si parla, da un lato, di assegno familiare riferendosi all’assegno di mantenimento e all’assegno divorzile, e di assegno alimentare dall’altro. 

Ebbene, in questo articolo proveremo a spiegare, in termini semplici, quali sono le differenze tra assegno familiare e assegno alimentare cercando di individuare gli aspetti pratici che contraddistinguono tali figure. Ricorreremo anche a una serie di esempi che renderanno ancora più semplice la comprensione di tutto ciò. Ma procediamo con ordine. 

Cos’è l’assegno familiare?

In verità, la legge non usa mai l’espressione «assegno familiare» che ricorre più nella terminologia comune.

Quando si parla di assegno familiare si suole intendere due figure che, invece, sono diverse tra loro: 

  • l’assegno di mantenimento; 
  • l’assegno divorzile.

Spesso, si usa impropriamente la sola parola «mantenimento» per ricomprendere entrambi tali concetti. Ma, come detto, sono differenti tra loro. Ecco di cosa si tratta.

Assegno di mantenimento

Quando una coppia di coniugi – marito e moglie, quindi – si separa, il giudice assegna a quello col reddito più basso un sostegno a carico dell’altro che va sotto il nome di assegno di mantenimento. 

Questo contributo non è dovuto nell’ipotesi in cui il richiedente abbia subìto il cosiddetto «addebito», ossia abbia violato una delle regole del matrimonio come la fedeltà, la convivenza, l’assistenza morale e materiale. 

I giudici escludono l’assegno di mantenimento anche nel caso di matrimonio di brevissima durata e soprattutto quando il richiedente – che di solito è la donna – è ancora giovane e in grado di procurarsi un lavoro.

In ogni caso, l’assegno di mantenimento ha uno scopo ben preciso: consentire al coniuge economicamente più debole di conservare lo stesso tenore di vita che aveva in costanza del matrimonio. Il che significa che tale contributo va a coprire tutte le esigenze, da quelle necessarie a quelle voluttuarie. Tanto più è ricco uno dei due coniugi, tanto più l’altro riceverà un mantenimento più elevato.

Mario e Renata si sposano e si separano dopo quattro anni. Mario ha un reddito di lavoro dipendente e percepisce 1.800 euro al mese. Renata ha un reddito da part-time e percepisce 400 euro al mese. Molto probabilmente Mario sarà condannato dal giudice a versare a Renata una somma pari a circa 350 euro al mese.

Assegno divorzile

L’assegno di mantenimento resta in vita finché la coppia non decide di divorziare. In quel momento, il giudice sostituirà l’assegno di mantenimento con l’assegno divorzile (o anche assegno di divorzio).

Tale contributo dovrà permanere finché l’ex non riuscirà a mantenersi da solo (ossia non otterrà un lavoro o un’altra rendita). Ma è verosimile che, se il beneficiario è già avanti con l’età (ad esempio, una donna di oltre 50 anni), l’assegno sarà vita natural durante.

L’entità dell’assegno divorzile è inferiore rispetto all’assegno di mantenimento, almeno in linea teorica (anche se poi, nella pratica, tende sempre ad assomigliargli). Il suo scopo, infatti, non è quello di garantire lo stesso tenore di vita che il richiedente aveva durante il matrimonio, ma la cosiddetta autosufficienza ossia la capacità di essere indipendente da un punto di vista economico, mantenendo una vita dignitosa.

Il che significa che il suo ammontare – a differenza del mantenimento – prescinde dal reddito dell’altro coniuge. Ad esempio, dinanzi a un marito che guadagna 50mila euro al mese, alla moglie potrebbero bastare 2.000 euro al mese per essere autosufficiente. Se poi il richiedente ha già un proprio reddito che gli consente di mantenersi da solo, l’assegno divorzile gli sarà negato. Così come verrà negato anche se c’è stato l’addebito (v. sopra).

In ogni caso, se uno dei due coniugi è disoccupato per essersi sempre preso cura della casa e dei figli, l’altro dovrà corrispondergli un assegno più elevato proprio per via del sacrificio dal primo prestato in favore del bene comune. 

Mario e Renata divorziano. Mario ha un reddito di 1.800 euro al mese. Renata, invece, è disoccupata perché ha sempre fatto la casalinga. Mario verrà verosimilmente condannato a pagare un assegno di circa 600 euro all’ex moglie. Se, però, dovessero esserci anche dei figli, il mantenimento di entrambi, sommato, potrebbe arrivare a 800/900 euro.

Mario e Renata divorziano. Mario ha un reddito di 30mila euro al mese mentre Renata ha un reddito da lavoro dipendente di 1.700 euro al mese. Il giudice potrebbe negare l’assegno divorzile alla moglie che è già autonoma. 

Cos’è l’assegno alimentare

Completamente diversa è la funzione dell’assegno alimentare così come diversi sono i soggetti beneficiari. Come avevamo già spiegato in Come chiedere gli alimenti, l’assegno alimentare o, più semplicemente, gli alimenti, sono un contributo che viene fornito ai familiari più stretti tutte le volte in cui questi si trovi in un reale stato di bisogno fisico o economico tanto da non poter più essere in grado di badare al proprio sostentamento. Ciò avviene quando non si è in grado di far fronte alle esigenze fondamentali della propria vita per mancanza di adeguate sostanze patrimoniali e involontaria mancanza di un reddito di lavoro. Si pensi a una persona che sia divenuta invalida e non possa più lavorare né procurarsi altri redditi; non sia in grado di provvedere in tutto o in parte al proprio sostentamento.

A versare gli alimenti deve essere il coniuge se l’altro non è in grado di badare a sé stesso. Ma se anche l’altro coniuge dovesse versare nella stessa situazione, spetterà ai figli garantire gli alimenti al genitore. E se non ci sono i figli o non sono in grado di farlo, l’onere spetta ai nipoti. In mancanza di questi ultimi, a generi e nuore, poi a suocero e suocera e, infine, ai fratelli e sorelle. 

Renata è rimasta vedova e con una pensione minima. Una disabilità grave non le consente di lavorare. Le spese per le medicine superano la pensione. Così a doverla mantenere devono essere i suoi due figli, Corrado e Giovanna versandole – ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche – gli alimenti.  

Gli alimenti si differenziano dal «mantenimento» (che mira a soddisfare tutte le esigenze di vita del mantenuto, anche quelle non strettamente necessarie alla sopravvivenza) perché sono rivolti a garantire solo la sopravvivenza, quindi il vitto e l’alloggio. Dunque, gli alimenti sono una somma nettamente inferiore al mantenimento.



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