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Così potrebbe cambiare l’Europa dopo il coronavirus

28 Aprile 2020 | Autore:
Così potrebbe cambiare l’Europa dopo il coronavirus

La gestione dell’emergenza ha allontanato di più gli italiani dall’Ue. Ma ci sono i margini per rinascere. Con conseguenze anche politiche nel nostro Paese.

Gli italiani mandano l’Europa dietro la lavagna. In castigo, colpevole della sua fin qui penosa gestione dell’emergenza sanitaria ed economica scatenata dal coronavirus. Se già l’Unione europea veniva vista come un’istituzione lontana, a cui addossare la responsabilità di ogni male di cui non si trovava un colpevole al di qua dei nostri confini, oggi viene messa al muro, pronta per essere fucilata. È il quadro che emerge dal sondaggio Winpoll-Sole24Ore pubblicato questa mattina. Il 42% degli italiani non crede all’Ue, a cui si aggiunge un altro 23% che potrebbe farci un pensierino se venisse proposta l’uscita dall’Unione. Solo un 35% si dice convinto che rimanere nel «club dei 27» sia la cosa migliore. Un po’ pochino, per essere uno dei Paesi fondatori.

Da qualche settimana si è capito che il coronavirus, oltre a stravolgere la vita di decine di milioni di persone, stia segnando un «prima» e un «dopo» anche nella storia dell’Unione europea. Il cambiamento dell’Europa sarà non solo necessario ma anche inevitabile, se si vuole andare avanti con un certo equilibrio.

Lo chiedono i cittadini italiani e ne sono consapevoli i politici. Lo dice, ad esempio, il fatto che il 70% dei nostri parlamentari fa parte di partiti con una certa «allergia» più o meno manifesta all’Ue. Un po’ per convinzione, un po’ perché prendersela con l’Europa fa sempre bene alle urne.

Finora, il problema era l’austerità imposta sui conti pubblici. Troppi paletti, troppa rigidità per colpa del Patto di stabilità che strozzava gli Stati membri. Adesso, si punta il dito sul fatto che l’Europa non sta facendo il necessario per aiutare l’Italia in questo momento di enorme, epocale difficoltà causata dalla pandemia. L’idea di un’Europa sempre più estranea alle nostre necessità si fa largo tra i cittadini: solo il 21% degli italiani ritiene che da Bruxelles si stia facendo qualcosa per darci una mano. Forse, in questa percentuale non rientra nemmeno il nostro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che è arrivato a suggerire davanti al Consiglio europeo la possibilità di arrangiarci da soli.

Andando a spulciare tra i diversi elettorati, si scopre che solo nel Partito Democratico c’è una maggioranza di persone che vede l’Unione europea con una certa simpatia. Ma anche che all’interno del Movimento 5 Stelle (punto di riferimento politico del premier) quelli che hanno un’opinione favorevole sull’Ue sono 1 su 10. E se più del 60% degli intervistati non vuole sentire la parola Mes (nel M5S sono quasi l’80%), il Meccanismo europeo di stabilità riesce ad avvicinare le posizioni di Pd e Forza Italia, anziché quelle del partito di Berlusconi e degli alleati del centrodestra.

Come mai questo disfattismo quando si parla di Europa? A ben guardare, forse ha ragione il detto popolare: «La brocca va così tanto alla fontana che alla fine si rompe» (lo conoscevate?). Tradotto al nostro caso: i politici hanno dato così tanto addosso all’Europa che, alla fine, gli italiani si sono convinti che sia pressappoco un «genio del male», una sorta di pericolo pubblico che pretende ma che non dà nulla in cambio, poco più delle briciole.

Guardando, però, le cose da un altro punto di vista, occorrerebbe interrogarsi se davvero le cose stiano così. Bisognerebbe, ad esempio, domandarsi se l’Italia avrebbe potuto e potrebbe ancora oggi fare a meno degli interventi della Banca centrale europea, a partire da quelli attuati negli anni precedenti da un Mario Draghi che adesso anche gli antieuropeisti più accaniti vorrebbero alla guida del nostro Governo pur di levarsi Conte di torno. Senza dimenticare che proprio l’istituto di Francoforte potrebbe toglierci le castagne dal fuoco con l’acquisto – già deciso – dei nostri titoli spazzatura, avendo capito che può essere una mossa vincente per salvare il nostro debito pubblico. Insomma, forse l’ipotesi di «fare da soli» non sempre si potrebbe rivelare la migliore.

Ciò nonostante, puntare il dito contro l’Europa, ed in particolare contro «la Germania della Merkel» resta, dopo il calcio, lo sport nazionale praticato da chi vuole seguire l’onda del populismo anti-Ue. Eppure, il rilancio dell’Unione potrebbe partire di nuovo da Berlino. In maniera diversa, ma sempre da lì. Dal progetto incompiuto dell’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl, che sognava un’Europa in cui le politiche economiche di tutti messe insieme portassero alla vera unione politica degli Stati membri, sigillata da una moneta stabile. Dopo il coronavirus, l’Europa potrebbe cambiare grazie alle misure prese per la ricostruzione: un bilancio pluriennale dal 2021 al 2027 ed il Recovery Fund che distribuirà fino a 1.500 miliardi tra prestiti ed aiuti a fondo perso. E ancora: i fondi per sostenere i lavoratori in difficoltà e le imprese che hanno bisogno non di una boccata ma di una bombola di ossigeno per sopravvivere. Anche se da qualche parte di quella bombola ci sarà il marchio «Mes».

L’Europa cambierà – o dovrà cambiare – grazie alla spinta della Commissione europea, chiamata ad essere il vero collante di tutti gli appartenenti all’Unione e a gestire le sinergie tra i due pilastri della ricostruzione citati prima, cioè la nuova strategia di bilancio ed il Recovery Fund.

Che tiri aria di cambiamento lo ha ammesso la stessa Angela Merkel che, davanti al Parlamento tedesco, ha detto: «Nulla sarà più come prima». Ecco, allora, che la Germania potrebbe mantenere un ruolo centrale nell’Unione, ma mutando pelle: non più lo Stato che detta legge ma quello che contribuisce a costruire un’Unione più solidaria («dobbiamo prepararci ad aumentare i contributi al bilancio per rafforzare il mercato unico», ha detto la cancelliera al Bundestag). Berlino è sempre più convinta che il bene di tutti è il bene della Germania. E già questo rappresenta un passo avanti.

Se tutto questo diventerà realtà e se l’Italia e gli italiani coglieranno con favore l’eventuale svolta, lo dirà solo il tempo. Per ora, resta una diffidenza sulla quale, tra l’altro, qualche leader politico comincia a pagare il conto. L’odio verso Bruxelles è stata una delle armi preferite da Matteo Salvini, e lo è ancora oggi che non si parla più di immigrati. Il sentimento aintieuropeista è rimasto il suo unico argomento forte, ma non è detto che paghi a breve termine. Sempre secondo i sondaggi, la leadership di Salvini è messa in discussione sia nel centrodestra, dove Giorgia Meloni sta prendendo il sopravvento, sia nella stessa Lega. Nel Carroccio, infatti, è emersa una figura che potrebbe dare parecchio fastidio politico al Capitano. Si chiama Luca Zaia, fa il governatore del Veneto ed ha avuto la consacrazione a livello nazionale proprio grazie alla gestione dell’emergenza coronavirus nel suo territorio, e non grazie agli attacchi all’Europa, alla Merkel, a Macron. Salvini ha un gradimento del 19%, Zaia del 46%. Quasi il triplo. Il governatore supera addirittura Conte e Mattarella. Mica male.



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