Sclerosi multipla, c’è un farmaco che la rallenta

28 Aprile 2020
Sclerosi multipla, c’è un farmaco che la rallenta

L’Ocrelizumab, secondo le ultime analisi, aiuta a bloccare la progressione della malattia e a mantenere la mobilità più a lungo possibile.

La speranza di migliorare la qualità della vita di chi è affetto da sclerosi multipla nel nome di un farmaco: ocrelizumab. Attualmente, sono 150mila i pazienti che lo utilizzano, due volte all’anno. Si tratta della prima e unica terapia approvata per la Sclerosi multipla recidivante e la sclerosi multipla secondaria progressiva attiva o recidivante.

Secondo nuovi dati, relativi al trattamento dei pazienti, sembra che il medicinale di Roche sia in grado di ridurre la progressione della malattia. Ce lo dice una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos, secondo cui questi dati “apportano ulteriori evidenze al profilo beneficio/rischio del farmaco, compreso l’impatto della malattia sulla vita quotidiana” di che ne soffre. I dati sono stati selezionati per il 72° convegno annuale dell’American Academy of Neurology (Aan) e verranno messi a disposizione online tramite una presentazione virtuale nelle prossime settimane.

“Le recenti acquisizioni sulle analisi presentate al congresso Aan confermano il profilo di efficacia di ocrelizumab nel minimizzare il rischio di una perdita dell’autonomia motoria e nel preservare il danno a livello talamico, il tutto associato a un profilo di sicurezza che si conferma favorevole”, commenta Carlo Pozzilli, ordinario di Neurologia all’università La Sapienza e direttore del centro sclerosi multipla dell’ospedale Sant’Andrea di Roma. Il talamo è una struttura profonda di materia grigia situata all’interno del cervello che agisce come trasmettitore e centro integrativo. Svolge un ruolo fondamentale su reattività, controllo motorio, funzione cognitiva ed elaborazione sensoriale.

“Per le persone che soffrono di sclerosi multipla, mantenere la mobilità il più a lungo possibile è estremamente importante. Queste nuove analisi a più lungo termine sono incoraggianti, in quanto dimostrano che iniziare precocemente il trattamento con ocrelizumab potrebbe ridurre il rischio di dover ricorrere a un ausilio per la deambulazione di quasi il 50% nell’arco di sei anni”, dichiara Levi Garraway, chief medical officer and head of global product development di Roche.

“Rallentare la progressione della malattia a uno stadio patologico più precoce, e non soltanto trattare le recidive, potrebbe generare altri esiti clinicamente significativi nelle persone affette da questa malattia”, aggiunge Garraway. In particolare, i soggetti trattati con ocrelizumab hanno registrato una riduzione del rischio di dover ricorrere a un ausilio per la deambulazione pari al 49% rispetto a quelli trattati con interferone beta-1a nell’arco di sei anni di studio.



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