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Coronavirus, quanti malati avremmo se riaprissimo tutto

28 Aprile 2020
Coronavirus, quanti malati avremmo se riaprissimo tutto

Un documento riservato del Comitato tecnico scientifico spiega i motivi di una fase 2 necessariamente graduale. Vediamo quali sono.

Eccoci quasi arrivati all’appuntamento con la fase 2 dell’emergenza Coronavirus. Nel suo ultimo intervento televisivo, per spiegare i punti salienti del nuovo decreto, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiarito che non sarà un liberi tutti e che dovremo procedere gradualmente. Perché serve cautela? Facile, direte voi: perché altrimenti i contagi tornerebbero ad aumentare. Ovvio, rispondiamo noi. Ma di quanto? O meglio: è possibile quantificare il rischio e, quindi, sapere quanti malati gravi potremmo avere in caso di scelte affrettate sul ritorno alla “vita normale”? Sì, è possibile saperlo.

I numeri della riapertura totale

Il dato è messo nero su bianco in un documento che, in queste ore, sta circolando sui principali quotidiani nazionali. Si tratta di una relazione riservata del Comitato tecnico scientifico che, seguendo l’andamento dell’epidemia, produce report di dati che orientano il governo nelle sue decisioni per contrastarla. Ne danno notizia i principali quotidiani italiani. Anche noi ne avevamo citata una piccola parte, parlando dei timori del Comitato tecnico scientifico sulla riapertura dei ristoranti (leggi l’articolo: Coronavirus, in quanto tempo arriveremo a zero morti).

Se riaprissimo tutto, non si verificherebbe, semplicemente, un aumento dei contagi, ma uno schizzare del numero dei ricoverati oltre ogni più nefasta previsione. In particolare, arriveremmo a 151mila persone in terapia intensiva, con un totale di 430mila ricoveri a fine 2020. Al momento, in Italia, siamo a 199.414 casi totali, comprensivi anche di morti e guariti. Le persone attualmente positive sono 105.813. Piomberemmo di nuovo nell’incubo in modo ancor più devastante.

La situazione cambierebbe, ma non in modo estremamente significativo, se si tenessero chiuse solo le scuole: arriveremmo a 109mila ricoveri in terapia intensiva, per una quantità complessiva di 397mila entro fine anno. “La sola riapertura delle scuole – si legge nel documento – potrebbe portare allo sforamento del numero di posti letto in terapia intensiva attualmente disponibili a livello nazionale”.

I conteggi sono basati sulla ripresa delle vecchie abitudini: dall’utilizzo del trasporto pubblico locale alle riaperture commerciali, comprese quelle di locali e ristoranti, tenendo conto del distanziamento sociale come precauzione.

I motivi della riapertura graduale

Le conclusioni del Comitato sono le seguenti:

  • la riapertura delle scuole aumenterebbe in modo significativo il rischio di ottenere una nuova grande ondata epidemica con conseguenze potenzialmente molto critiche sulla tenuta del Sistema sanitario nazionale;
  • per tutti gli scenari di riapertura in cui si prevede un aumento dei contatti in comunità, la trasmissibilità supera la soglia epidemica, innescando quindi una nuova ondata di contagi;
  • nella maggior parte degli scenari di riapertura dei soli settori professionali (in presenza di scuole chiuse), anche qualora la trasmissibilità superi la soglia epidemica, il numero atteso di terapie intensive al picco risulterebbe comunque inferiore alla attuale disponibilità di posti letto a livello nazionale (circa 9.000);
  • se l’adozione diffusa di dispositivi di protezione individuale riducesse la trasmissibilità del 15%, gli scenari di riapertura del settore commerciale potrebbe permettere un contenimento sotto la soglia epidemica solo riuscendo a limitare la trasmissione in comunità negli over 60 anni;
  • se l’adozione diffusa di dispositivi di protezione individuale riducesse la trasmissibilità del 25%, gli scenari di riapertura del settore commerciale e di quello della ristorazione potrebbe permettere un contenimento sotto la soglia solo riuscendo a limitare la trasmissione in comunità negli over 65 anni.

Per il Comitato “l’utilizzo diffuso di misure di precauzione (mascherine, igiene delle mani, distanziamento sociale), il rafforzamento delle attività di tracciamento del contatto e l’ulteriore aumento di consapevolezza dei rischi epidemici nella popolazione potrebbero congiuntamente ridurre in modo sufficiente i rischi di trasmissione per la maggior parte degli scenari sin qui considerati”. Il Comitato, però, in linea con quanto detto da sempre dall’Organizzazione mondiale della sanità, non nasconde le incertezze sull’efficacia dell’uso esteso delle mascherine, per le quali non ci sono solide prove scientifiche. Restano però consigliate e comunque il governo le ha rese obbligatorie negli spazi chiusi e nei trasporti, luoghi più a rischio assembramento e contatti ravvicinati.

C’è poi un’altra variabile: non possiamo sapere fin d’ora se le persone si atterranno tutte a distanziamento sociale, uso delle mascherine e igiene, ma sono le uniche armi che abbiamo ora per combattere il virus. Da qui, la necessità di una fase 2 graduale, senza riapertura delle scuole e del continuare a tenere alta l’attenzione, avendo comunque ancora più di 100mila attuali positivi al Coronavirus su tutto il territorio nazionale.



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