Diritto e Fisco | Articoli

Offese su WhatsApp: è ingiuria o diffamazione?

29 Aprile 2020
Offese su WhatsApp: è ingiuria o diffamazione?

Cosa fare se una persona inveisce contro un’altra in una chat davanti ad altri soggetti? Si può denunciare?

In un gruppo di WhatsApp in cui sei stato inserito – peraltro senza aver mai dato il consenso – una persona si è scagliata contro di te con parole molto pesanti e volgari. La discussione era partita con toni pacifici, ma il soggetto in questione ha perduto subito le staffe e, davanti a tutti, ti ha riempito di insulti.  Lo hai zittito più volte ma, ciò nonostante, anche quando non eri più connesso, ha proseguito parlando male di te con tutti gli altri utenti iscritti alla chat. 

Dopo aver letto i messaggi incriminati – a cui non hai avuto modo di replicare in “tempo reale” – hai fatto gli screenshot e ora intendi denunciare il responsabile. Prima però di agire ti chiedi se, in caso di offese su Whatsapp, è ingiuria o diffamazione.

Cosa prevede la legge? I chiarimenti sono stati forniti da una recente sentenza della Cassazione [1] che finalmente apre un faro sull’esatta qualificazione giuridica di tali comportamenti, qualificazione che spesso ha creato numerosi equivoci negli interpreti. Ma procediamo con ordine.

Differenza tra ingiuria e diffamazione

Come già noto a molti, l’ingiuria è l’offesa proferita a una persona che, in quel momento, è presente. La diffamazione è, invece, l’offesa rivolta a una persona assente, ma dinanzi ad almeno altre due persone.

Per dirla con gergo comune, la diffamazione è il comportamento di chi parla male alle spalle degli altri mentre l’ingiuria è l’impropério, la parolaccia, l’offesa indirizzata direttamente a un soggetto con cui si sta parlando.

La differenza tra ingiuria e diffamazione non sta, quindi, nel numero delle persone presenti nel momento in cui vengono proferite le offese, ma nel soggetto con cui il responsabile discute: se questi dovesse essere la vittima, si parlerebbe di ingiuria; se, invece, dovesse trattarsi di altre persone sarebbe diffamazione. 

Ma la differenza tra ingiuria e diffamazione è anche un’altra. L’ingiuria non è un reato ma solo un illecito civile a fronte del quale è possibile tutt’al più chiedere il risarcimento dei danni entro cinque anni dalla vicenda. Per farlo bisogna però azionare una causa civile, anticipare i costi e, soprattutto, fornire la prova dei danni. Danni che non possono essere presunti nel solo fatto dell’offesa. Insomma, bisogna dimostrare la lesione al proprio onore.

All’esito del giudizio di risarcimento, poi, il giudice condanna il colpevole a una sanzione amministrativa da pagare allo Stato.

La diffamazione è invece un reato. Questo significa che la vittima può presentare una querela entro tre mesi dal fatto; nello stesso processo penale potrà anche chiedere i danni costituendosi parte civile (in quel caso, il giudice accorda una provvisionale con onere per la parte di agire in via civile per l’esatta quantificazione degli importi dovuti). Se la diffamazione avviene via internet, scatta l’aggravante.

Altro aspetto da non sottovalutare è la prova. Nel processo penale, la vittima è testimone; nel processo civile no. Quindi, in quest’ultimo caso, bisognerà procurarsi la testimonianza di un terzo o altra prova (ad esempio, fotografica).

Offese su WhatsApp: è ingiuria o diffamazione?

Alla luce di ciò, possiamo ora rispondere al quesito da cui siamo partiti. Ebbene, le offese su WhatsApp possono integrare sia l’ingiuria che la diffamazione. Tutto dipende da come e quando è avvenuto l’illecito. 

Se, difatti, le offese sono state proferite nell’ambito di una discussione tra l’aggressore e la vittima – seppur alla presenza degli altri iscritti alla chat – si deve parlare di ingiuria e, pertanto, è necessario agire in sede civile.

Se, viceversa, gli insulti sono avvenuti quando la vittima era assente dalla chat e non collegata, allora si parlerà di diffamazione in quanto i soggetti a cui sono indirizzate le frasi offensive dell’altrui reputazione sono terzi. Come anticipato, però, è necessario che, alla chat, siano iscritte almeno altre due persone oltre al colpevole e alla vittima. In tale ipotesi, dunque, si può procedere alla querela presso i Carabinieri, la polizia o la Procura della Repubblica.

Se vuoi maggiori informazioni su questo tema e sulla sentenza in commento della Cassazione, leggi l’articolo Offese in chat: è reato?.

Screenshot della chat come prova della diffamazione o ingiuria

Ormai, è sempre più nutrito il numero di sentenze che ammettono lo screenshot della chat come prova dell’altrui illecito. Per rendere ancora più attendibile la rappresentazione fotografica si può chiedere – in sede civile – l’interrogatorio formale del responsabile. Responsabile che potrebbe disconoscere il documento, in quanto mera rappresentazione meccanica del fatto, ma che, a tal fine, dovrebbe procurarsi un valido motivo per insinuare la non genuinità dello screenshot. La contestazione, peraltro, non impedisce al giudice di accertare la conformità all’originale anche mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni.

Inserimento in una chat WhatsApp senza autorizzazioni

In ultimo, è il caso di ricordare che non è possibile inserire una persona in una chat privata senza l’autorizzazione di questa. Si tratterebbe, infatti, di illecito trattamento dei dati personali che la legge sulla privacy non consente. Difatti, l’inclusione in un gruppo WhatsApp implica anche la diffusione del numero di telefono del soggetto in questione che, come noto, è un dato personale tutelato dalla normativa.


note

[1] Cass. sent. n. 10905 del 31.03.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube