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Bloccare la fila di un ufficio pubblico è reato?

29 Aprile 2020
Bloccare la fila di un ufficio pubblico è reato?

Interruzione di un pubblico servizio per chi si mette a discutere con un dipendente pubblico e impedisce lo svolgimento degli atti. 

Immagina di stare in fila all’Inps. Una persona, qualche turno prima di te, si intrattiene più del dovuto allo sportello. Gli è stata rifiutata una richiesta e ha di che sfogarsi con l’addetto di turno: chiede spiegazioni, esige un riesame, pretende di parlare con il direttore. Il suo tono diventa sempre più polemico e, nonostante l’invito a farsi da parte, si pianta lì davanti in segno di protesta. Tutto  l’ufficio è rivolto verso i due che ormai litigano apertamente ed a gran voce. 

Nel frattempo guardi l’orologio: hai fretta, devi sbrigarti e tra poco lo stesso sportello chiuderà, costringendoti a tornare un altro giorno. Ci sono delle guardie lì davanti con lo stemma della polizia. Perché non intervengono? Bloccare la fila di un ufficio pubblico è reato?

La questione è di particolare interesse: non è infatti raro trovare, in presenza di code presso gli uffici pubblici – le poste, l’Inps, il Comune, l’Asl, ecc. – il contestatore di turno che, pur di averla vinta, è capace di bloccare l’attività disinteressandosi degli altri utenti.

La Cassazione [1] si è di recente occupata di un caso del tutto simile a quello appena rappresentato nell’esempio di apertura. Alla Corte è stato appunto chiesto se lo sfogo dinanzi a un dipendente di un ufficio pubblico possa essere, in qualche modo, sanzionato penalmente. Insomma, bloccare la fila è reato? Ecco qual è stata la risposta dei giudici supremi.

Bloccare la fila: interruzione di pubblico servizio

Il codice penale prevede il reato di interruzione di pubblico servizio. Questo reato scatta in presenza di un comportamento che comporti una interruzione o una turbativa nei confronti della regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità. La pena è la reclusione fino a un anno.

La norma configura due ipotesi: 

  • l’interruzione: intesa come un impedimento del funzionamento che possa comportare una notevole pausa nella continuità dell’ufficio o del servizio;
  • la turbativa della regolarità: significa impedire, senza tuttavia interromperlo, l’ordinato svolgimento dell’ufficio o del servizio nel suo complesso e non già con riguardo alle singole prestazioni.

Alla luce di ciò, secondo la Cassazione, bloccare la fila di un ufficio pubblico integra il reato di interruzione di pubblico servizio.

Quando bloccare la fila è reato

Nel caso di specie, l’imputato si è difeso sostenendo che, in realtà, egli avrebbe solo «causato un trambusto transitorio» senza provocare «il malfunzionamento del locale ufficio Inps nel suo complesso, né sotto forma di interruzione né di mera turbativa». Peraltro, «le rimostranze» espresse all’interno della struttura «erano volte unicamente a vedere realizzato un diritto e non certo a recare turbativa all’ufficio INPS», aggiunge l’uomo.

Nulla da fare, invece, secondo la visione dei giudici supremi per i quali il prolungato e «assai vocale» comportamento aggressivo tenuto dall’imputato «nei confronti di plurimi addetti dell’ufficio Inps, succedutisi nello spiegare la tempistica della liquidazione della sua indennità» ha provocato «una volontaria e apprezzabile alterazione della regolare funzionalità di quel pubblico ufficio, determinando un notevole ritardo nell’erogazione dei servizi della locale sede Inps nei confronti di decine di persone». Tali persone «hanno dovuto attendere, loro malgrado, che l’intervento dei carabinieri riducesse a più miti consigli l’uomo», il quale «era consapevole di determinare con la sua condotta un consistente turbamento dell’operatività del servizio».

Attenzione però: questo non significa che l’utente non possa chiedere spiegazioni all’addetto allo sportello e, magari, fare il pignolo. Non qualsiasi ritardo può comportare il reato. Secondo la Cassazione [2], si deve trattare di «un’alterazione anche temporanea del servizio» ma che rivesta «un’oggettiva significatività».  

Non rileva che l’interruzione sia definitiva, ne’ che il turbamento sia totale, essendo il reato integrato da una interruzione momentanea, purché di durata non irrilevante, e da un turbamento relativo, purché non insignificante [3].

Ed ancora «Integra il reato di cui all’art. 340 c.p. la condotta che, pur non determinando l’interruzione o il turbamento del pubblico servizio inteso nella sua totalità, comporta comunque la compromissione del regolare svolgimento di una parte di esso [4]».


note

[1] Cass. sent. n. 12986/20 del 27.04.2020.

[2] Cass. sent. n. 37456/2019.

[3] Cass. sent. n. 56361/2018.

[4] Cass. sent. n. 1334/2018.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 4 marzo – 27 aprile 2020, n. 12986

Presidente Fidelbo – Relatore Mogini

Ritenuto in fatto

1. Kh. Mo. ricorre per mezzo del suo difensore avverso la sentenza in epigrafe, con la quale la Corte di appello di Palermo ha confermato quella di primo grado, pronunciata dal Tribunale di Marsala in composizione monocratica ad esito di giudizio abbreviato, che lo ha condannato alla pena di giorni venti di reclusione per il reato di interruzione di pubblico servizio a lui contestato al capo 2 dell’imputazione.

2. Il ricorrente deduce i seguenti motivi.

2.1. Violazione di legge e vizi di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza degli elementi soggettivo ed oggettivo del contestato delitto di interruzione di pubblico servizio, posto che la sentenza impugnata non individua l’ufficio o il servizio pubblico interrotto o la condotta del ricorrente che avrebbe concretamente determinato tale interruzione, trattandosi in realtà di un comportamento che ha causato al più un trambusto transeunte che non ha cagionato il malfunzionamento del locale ufficio INPS nel suo complesso, né sotto forma di interruzione né di mera turbativa. Inoltre, le rimostranze del ricorrente erano volte unicamente a vedere realizzato un suo diritto e non certo a recare turbativa all’ufficio INPS cui egli si era rivolto.

2.2. Mancanza di motivazione in relazione alla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

1.1. Il primo motivo è aspecifico, poiché non si confronta con la del tutto congrua motivazione della sentenza impugnata, che ha compiutamente giustificato, anche con il richiamo di pertinente giurisprudenza di legittimità, le ragioni per le quali il prolungato e assai vocale comportamento aggressivo del ricorrente nei confronti di plurimi addetti dell’Ufficio INPS di Mazara del Vallo succedutisi nello spiegare la tempistica della liquidazione della sua indennità ha causato una volontaria e apprezzabile alterazione della regolare funzionalità di quel pubblico ufficio, determinando un notevole ritardo nell’erogazione dei servizi della locale sede INPS nei confronti di decine di perone che hanno dovuto attendere, loro malgrado, che l’intervento dei Carabinieri riducesse a più miti consigli l’esagitato ricorrente, del tutto consapevole di determinare con la sua condotta un consistente turbamento dell’operatività del servizio (pp. 1-2 della motivazione).

1.2. Il secondo motivo di ricorso è generico, manifestamente infondato e meramente reiterativo di analoga censura di merito alla quale la Corte di appello ha puntualmente e adeguatamente risposto con riferimento alla presenza di plurimi, recenti e gravi precedenti penali a carico del ricorrente che rappresentano indici rivelatori di una tendenza dell’imputato a comportamenti violenti verso le persone e alla mancanza di manifestata resipiscenza (p. 2).

2. All’inammissibilità del ricorso conseguono le pronunce di cui all’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


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