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Commercialista ha omesso dichiarazione: cosa rischio?

9 Maggio 2020
Commercialista ha omesso dichiarazione: cosa rischio?

Sono un ex libero professionista oggi in pensione. Purtroppo, per quanto riguarda le mie dichiarazioni dei redditi, mi ero affidato ad una carissima amica nonché mia socia in alcune situazioni. Ebbene, a seguito di verifica della GdF, ho scoperto che non solo non mi ha mai presentato le dichiarazioni, ma si intascava lei i soldi che le versavo per i pagamenti IVA, imposte, ecc… e come se non bastasse alla mia richiesta ha risposto che tutti i miei documenti lei li aveva gettati dopo la nostra lite. Purtroppo essendo come “una sorella” mi fidavo e non ho nessun documento per denunciarla o altro. GdF ha fatto i verbali ed i controlli incrociati.

Adesso trovandomi momentaneamente all’estero, ho saputo che sono stati emessi avvisi di accertamento da parte dell’Amm.ne Finanziaria, ma che io non ho chiaramente ricevuto e/o ritirato. Sembra anche che nel settembre 2019 ci sia stata una causa in relazione al D.Lgs. 74/2000, art. 10, della quale io però non so nulla.

 Quali conseguenze gravi (reclusione, ecc..) e non (pignoramento pensione, ecc…) potrò avere a causa di tutto ciò, considerando comunque quanto sopra e come anche redatto da GdF in merito alla truffa da me subita ed anche dal fatto che io non ero a conoscenza degli avvisi di accertamento e della causa?Ho anche in scadenza il passaporto, potrò ottenere il rinnovo?

Sto vivendo nella più totale angoscia e questo si ripercuote anche in famiglia, vi prego, quindi, di volermi aiutare al meglio possibile.

Comprendo il suo stato d’animo, la tensione emotiva e l’angoscia che sta vivendo, ma è utile fare alcuni distinguo e comprendere che sono diverse le azioni che può porre in essere.

Cominciamo col dire che non è purtroppo un caso isolato quello che Le è capitato.

Partiamo dalla fine, vale a dire dalle sanzioni (di importi mai trascurabili) conseguenti alla omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. Sul punto la giurisprudenza tributaria ha da tempo chiarito che non è dovuta né applicabile “nessuna sanzione se l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi è imputabile esclusivamente al consulente incaricato dell’invio” (cfr. sentenza 379/03/2013 della Ctp Milano). La Commissione Tributaria Provinciale meneghina, infatti, fa rientrare tale fattispecie nelle cause di non punibilità previste dall’articolo 6, comma 3, del Dlgs 472/1997, precisando che “la mancata presentazione delle dichiarazioni è esclusivamente imputabile al consulente che era stato incaricato dell’invio” e sancendo la non punibilità della condotta perché riferita esclusivamente ad attività e/o omissioni di terzi soggetti.

L’applicazione di tale principio “liberatorio” per il contribuente – precisano i giudici di merito tributari – è possibile “solo quando l’omesso versamento e/o la violazione consegua alla condotta illecita penalmente rilevante di ‘dottori commercialisti, ragionieri, consulenti del lavoro, avvocati, notai e altri professionisti, iscritti nei relativi albi, in dipendenza del loro mandato professionale’ ”.

Quanto sopra, peraltro, riflette altresì le indicazioni fornite dal Ministero dell’Economia nel corso del question time del 23.07.2014 nel quale, con i quesiti 5-03725 e 5-03726, gli interroganti, in particolare, chiedevano di conoscere le eventuali iniziative adottate a favore di quei contribuenti che hanno in corso misure esecutive da parte dell’Amministrazione finanziaria per inadempimenti fiscali causati da condotte fraudolenti dei propri consulenti.

Il Ministero ha ricordato che in base all’articolo 6, comma 3 del decreto legislativo 472/97 il contribuente, il sostituto e il responsabile d’imposta non sono punibili quando dimostrano che gli adempimenti prescritti ed il pagamento del tributo non siano stati effettuati ed eseguiti per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi.

È necessario, tuttavia, che il conferimento del mandato non sia inficiato da culpa in eligendo, cioè a dire affidato a soggetto che appaia all’evidenza non affidabile né da culpa in vigilando del contribuente circa l’assolvimento dell’obbligo tributario.

Se la Sua commercialista è dunque (circostanza che sembrerebbe sussistere in base alla Sua narrazione) persona abilitata all’esercizio della professione di dottore commercialista e regolarmente iscritta all’Albo, la vicenda che l’ha coinvolta deve essere prontamente segnalata alle Autorità, poiché la condotta posta in essere è astrattamente sussumibile in una o più fattispecie penalmente rilevanti (e ciò al di là dell’appropriazione delle somme che Lei di volta in volta consegnava per i pagamenti e che il consulente teneva invece per sé).

D’altronde anche la sentenza della C.T.R. Lombardia n. 126/12, tra le altre, ha statuito lo stesso principio confermando come “le sanzioni tributarie sono irrogabili solo in presenza di dolo o colpa, poiché l’articolo 6 del Dlgs 472/1997 – richiamato prevede una ‘scriminante’ fondata proprio su tale principio, prevedendo la non punibilità se il contribuente dimostra che il pagamento del tributo non è stato eseguito per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi”.

Con riferimento poi al secondo aspetto, vale a dire gli avvisi di accertamento spiccati dall’Agenzia delle Entrate, vi è necessità di analizzarli per poter capire a quali anni fanno riferimento e cosa – nel dettaglio – contestano. In assenza di modelli di dichiarazione presentati, infatti, sarebbe interessante sapere se il tipo di accertamento è di tipo analitico (sulla scorta delle risultanze delle verifiche della GdF, sulle quali dovrebbe dirci qualcosa in più) o induttivo (come spesso accade in casi come questi) per comprendere come è stato ricostruito e contestato il presunto reddito poi sottoposto a tassazione. Ove fosse decorso il termine di 60 giorni dalla notifica (nel caso in cui detta notifica fosse – peraltro – validamente eseguita nei modi di legge) per la proposizione di un’istanza di accertamento con adesione e/o per un’impugnazione dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale competente, è necessario valutare la sussistenza di elementi utili a richiedere una rettifica in autotutela delle risultanze tributarie fino ad oggi incontestate.

Terzo aspetto del suo quesito è l’accenno ad una causa del settembre 2019 per una presunta violazione dell’art. 10 D.Lgs. 74/2000. Trattandosi di condotta penalmente rilevante, è necessario reperire immediatamente tutta la documentazione afferente la contestazione che le viene mossa. Presso la Procura della Repubblica ed il Tribunale di riferimento, Lei avrà la possibilità di vedere gli atti d’indagine e di conoscere lo stato del procedimento. Il reato di che trattasi (punito con la reclusione da 1 anno e 6 mesi sino a 6 anni) censura la condotta di chi “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari”.

Comprenderà che la Sua difesa è inevitabilmente collegata a quanto sopra affermato relativamente al primo aspetto, vale a dire alla condotta della sua commercialista. E’ per questo motivo che Le consiglio vivamente di verificare (con l’ausilio di un legale a ciò incaricato) tutta la documentazione e ciò al fine di verificare preliminarmente se tutto è stato notificato nei modi di legge. Consideri, infatti, che la fase dibattimentale è successiva ad una serie di atti, vale a dire l’informazione di garanzia, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, il decreto di citazione a giudizio, che devono essere obbligatoriamente comunicati a Lei ed al Suo difensore di fiducia o di ufficio (nel caso in cui non avesse nominato, come pare, il primo). Dette verifiche sono importantissime e Le consentono, sussistendone i presupposti, di annullare tutti gli atti compiuti in violazione del diritto di difesa costituzionalmente garantito.

Rispetto all’altro punto su cui ha richiesto un parere, vale a dire il rischio legato ad una reclusione (penale) e/o ad un pignoramento o altro (tributario), vanno fatte della precisazioni. Se infatti la prima rappresenta la pena prevista in caso di condanna definitiva nel processo penale di che trattasi (col rischio concreto di condanna che è da valutare sulla scorta di elementi che vanno accuratamente analizzati), il secondo è solo uno degli strumenti per la riscossione coattiva e l’esecuzione che l’Agente della Riscossione ha a disposizione per tentare di recuperare ciò che non è stato spontaneamente pagato (per intero o a rate) dopo la notifica degli accertamenti, delle cartelle di pagamento o delle intimazioni (l’iter di formazione degli atti è esattamente quello indicato).

Il cd. “pignoramento”, ove non gestito nelle fasi precedenti, può riguardare eventuali giacenze di conto corrente o colpire (fino alla misura massima di 1/5) le prestazioni periodiche (dunque eventuali rendite, pensioni, ecc…).

Ha poi chiesto notizie circa il rinvio del passaporto. Ebbene in presenza di un procedimento penale in corso non ci sono problemi di sorta. Una condanna definitiva, invece, può sospendere il procedimento amministrativo per maggiori accertamenti. In tal caso nel termine di legge bisognerà chiarire genesi e dettagli della stessa al fine di provare a risolvere il problema.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Marco Sansone


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