Processo a distanza: è bufera in vista della Fase 2

29 Aprile 2020 | Autore:
Processo a distanza: è bufera in vista della Fase 2

Le udienza da remoto via internet dividono l’avvocatura e la magistratura; ma il nuovo Decreto in arrivo potrebbe risolvere la maggior parte dei problemi.

Continuano le polemiche sul processo a distanza, quello che si svolgerà da remoto anziché in aula a partire dal momento della ripartenza dell’attività giudiziaria, fissata per il 12 maggio e che regolerà nel settore civile ed anche nel penale la fase dell’emergenza fino al 30 giugno, secondo quanto ha stabilito la legge di conversione del Decreto Cura Italia.

Polemiche che hanno assunto i toni di un vero e proprio scontro che vede protagonisti da un lato l’avvocatura, capitanata dalle Camere civili e dalle Camere penali, e dall’altro lato una parte della magistratura ed alcune forze politiche. Ma, come vedremo tra poco, il Governo sta per offrire una via d’uscita, con un correttivo che potrebbe arrivare a stretto giro.

Gli avvocati in massima parte sono contro la smaterializzazione della giustizia ed il processo “da casa” che nuocerebbe alle garanzie difensive e metterebbe in crisi il tradizionale modello di giusto processo previsto in Costituzione e disegnato dai codici di procedura, mentre i sostenitori della strada telematica sottolineano i vantaggi in termini di efficienza e di tutela della salute.

L’impatto del nuovo meccanismo sul sistema giudiziario è notevole perché riguarda tutti i protagonisti del processo – giudici, avvocati, parti nel giudizio civile e imputati in quello penale, cancellieri, testimoni, periti, consulenti tecnici e polizia giudiziaria – e coinvolge praticamente tutte le fasi processuali, dal momento del rilascio della procura al difensore a quello delle notifiche, invio degli atti e scambio di memorie, fino a coinvolgere lo svolgimento delle udienze e delle successive camere di consiglio fino all’emanazione delle sentenze, anche in Cassazione.

La posizione dell’Anm

Per l’Anm, l’Associazione nazionale magistrati, in questa fase i processi da remoto sono indispensabili e le nuove norme costituiscono “l’unica risposta adeguata” alla ripresa dell’attività negli uffici giudiziari. Si tratta di una disciplina ”imposta dall’emergenza, che dovrà valere solo per il perdurare di essa e che consentirà una parziale ma significativa ripresa delle attività nel rispetto delle norme sul distanziamento sociale e delle ulteriori cautele che dovranno accompagnare le nostre vite nelle prossime settimane”.

L’associazione ritiene che “non si tratta di derogare ai principi e alle garanzie proprie del modello costituzionale di processo bensì di utilizzare una tecnologia che, da ‘remoto’, consente alcune attività nei limiti in cui le stesse siano compatibili con tali principi e tali garanzie”.

L’Anm sottolinea che la nuova tecnologia prevista “comporterà ulteriori oneri e difficoltà di gestione anche per i magistrati, la cui presenza negli uffici giudiziari è stata costante anche nelle settimane appena trascorse, che dovranno confrontarsi con uno strumento nuovo, spesso senza l’ausilio e il supporto tecnico da parte di personale qualificato”, ed assicura che i giudici italiani ”hanno a cuore i principi fondamentali del processo, il cui rispetto hanno sempre garantito e continueranno a garantire anche nella fase dell’emergenza”.

La posizione dell’avvocatura

Ma l’avvocatura reagisce ed anzi queste dichiarazioni dell’Anm sembrano l’occasione per dare fuoco alle polveri. In una dichiarazione congiunta degli avvocati civilisti e penalisti, firmata dai presidenti dell’Unione delle Camere civili, Antonio De Notaristefani, e dell’Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, si contesta proprio questo “intervento a gamba tesa del sindacato dei magistrati” sul processo da remoto.

“È per noi fonte di amarezza e di allarme che l’attuale rappresentanza associativa della Magistratura italiana non condivida le diffuse ed argomentate obiezioni sulle devastanti implicazioni del processo da remoto”, sottolineano i due presidenti nella nota.

“L’incompatibilità di simili soluzioni con i principi costituzionali che garantiscono le forme e le concrete modalità del contraddittorio non è denunziata dalle sole rappresentanze dell’Avvocatura, ma anche da tanti magistrati che ne hanno fatto oggetto di prese di posizione pubbliche e che quotidianamente si impegnano ad organizzare la loro attività in modo da salvaguardare proprio quelle garanzie“, proseguono gli avvocati.

E lanciano l’affondo quando affermano: “che i diritti processuali possano essere compressi in modo così determinante in nome della pandemia è considerazione da respingere sempre, ma diventa ancor più inaccettabile quando proviene da chi è titolare del potere di esercizio dell’azione penale e della potestà statuale, per la corretta operatività delle quali le garanzie sono nate”.

Perciò adesso l’Avvocatura “è chiamata a contrastare con la forza delle proprie iniziative l’intervento a gamba tesa di Anm, palesemente volto a sollecitare le spinte giustizialiste presenti nella maggioranza governativa”, sottolineano gli avvocati penalisti e civilisti.

La soluzione dell’ultima ora

A dissolvere le perplessità (oppure ad aumentare le polemiche già in atto) potrebbe arrivare il nuovo Decreto legge in materia di giustizia che sarà all’esame del Consiglio dei ministri previsto stasera. Le nuove norme sul tavolo del Governo contengono, infatti, proprio la definizione dei limiti all’applicazione del processo da remoto.

Secondo le anticipazioni della nostra agenzia stampa Adnkronos in base alla bozza del provvedimento in discussione, le disposizioni già varate in sede di conversione in legge del Decreto Cura Italia “non si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti”.

Sarebbe un correttivo che limiterebbe di molto la portata applicativa delle nuove disposizioni, rendendo possibile il processo a distanza solo con il consenso espresso delle parti coinvolte; basterebbe il diniego di una sola di esse ad imporre la tradizionale forma di celebrazione per le udienze di discussione e per quelle istruttorie che richiedono la presenza di soggetti diversi dalle parti.



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