Coronavirus: gli effetti negativi della chiusura delle scuole

29 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: gli effetti negativi della chiusura delle scuole

Quali sono le conseguenze della riapertura degli istituti scolastici a settembre? Leggi la mia intervista al dr. Stefano Vicari.

Nella conferenza stampa del 26 aprile, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato le misure per il contenimento dell’emergenza Covid-19 nella Fase 2. Misure che partiranno dal 4 maggio e saranno valide per le successive due settimane.

E la scuola quando riaprirà? La didattica si svolgerà ancora a distanza? Fino a quando? Sono queste le domande che si sono poste a lungo le famiglie italiane. In occasione di un’intervista rilasciata a La Repubblica, il premier ha risposto alle perplessità della popolazione sottolineando che «La scuola è al centro dei nostri pensieri e riaprirà a settembre. Ma tutti gli scenari elaborati dal comitato tecnico-scientifico prefigurano rischi molto elevati di contagio, in caso di riapertura delle scuole. È in gioco la salute dei nostri figli, senza trascurare che l’età media del personale docente è tra le più alte d’Europa. La didattica a distanza, mediamente, sta funzionando bene. La ministra Azzolina sta lavorando per consentire che gli esami di stato si svolgano in conferenza personale, in condizioni di sicurezza».

Nel decreto, sono previste misure specifiche di sostegno per i genitori che hanno figli a casa: congedo straordinario e bonus babysitting. Ma queste misure basteranno? Quanto inciderà l’assenza da scuola sui bambini? Quanto graverà sulle famiglie e sugli studenti disabili?

Ne abbiamo parlato nella nostra intervista al dr. Stefano Vicari, professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile Neuropsichiatria dell’Infanzia e della Adolescenza all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. L’esperto ha evidenziato come la scelta di riaprire le scuole a settembre richieda una riflessione ponderata da parte di tutti.

Quali ripercussioni avrà la chiusura delle scuole sui bambini e sulle famiglie italiane?

Rimanere chiusi in casa non è facile per noi adulti, quasi impossibile per un bambino specie se con qualche difficoltà. Ho l’impressione che in questo lunghissimo tempo di quarantena ci siamo preoccupati, giustamente, di molti (runner, cani, postini di Amazon e non solo, …) ma abbiamo trascurato i più deboli, primi fra tutti i bambini e, ancora di più, i bambini con disabilità.

Come ricordano venti autorevoli colleghi nella loro lettera aperta pubblicata dal quotidiano La Repubblica: “Senza un’azione urgente questa crisi sanitaria rischia di diventare una crisi dei diritti dei minori”.

Del resto, è facilmente immaginabile quale effetto potrà avere questo terribile periodo sulla vita dei nostri piccoli. Niente scuola, niente compagni, nonni, corse in cortile o passeggiate al sole e, nei casi meno fortunati, niente terapie.

Ora, con la prossima Fase 2 e grazie all’impegno dei colleghi coinvolti nelle diverse task force qualcosa certamente migliorerà: sarà possibile per i bambini, ad esempio, rincontrare i nonni, seppure a distanza, e fare qualche piccola passeggiata. Il rientro a scuola però no, questo non è ancora consentito.

Con la didattica a distanza saranno sacrificate le relazioni umane che si creano nel contesto scolastico. Inoltre, la didattica a distanza rischia di creare delle disparità tra gli studenti. Cosa ne pensa a riguardo?

La scuola per un bambino non è tanto apprendimento di materie curricolari quanto, piuttosto, occasione unica per sperimentare relazioni, riconoscere negli altri le proprie emozioni, scoprire sé stessi. Resta, inoltre, la necessità di assolvere al dettato costituzionale che garantisce a tutti il diritto allo studio (articoli 33 e 34).

Se è vero che sarebbero un milione e cinquecentomila gli studenti privi di rete o strumenti tecnologici, quindi impossibilitati nel seguire le lezioni a distanza, come abbiamo garantito questo inalienabile diritto? Come è stato affrontato questo problema? Ignorandolo, sembrerebbe, almeno fino a pochi giorni fa quando le scuole sono state dotate di fondi per l’acquisto degli strumenti necessari a garantire la didattica a distanza. Sta succedendo, però, che le scuole con alunni più ricchi si dimostrano in grado di dotarsi delle apparecchiature necessarie ai pochi studenti sprovvisti, mentre le scuole di quartieri più periferici o borgate (penso, ad esempio, il Quarticciolo a Roma) hanno talmente tante richieste da riuscire a soddisfarne solo una minima parte.

La task force riunita dal ministro dell’Istruzione certamente ci aiuterà, indicando possibili soluzioni anche per queste difficoltà.

Quali conseguenze ha la didattica a distanza sugli studenti disabili? 

A proposito, trovo una disattenzione grave, ma certamente recuperabile, l’assenza in tale gruppo dei rappresentanti del mondo della disabilità, delle famiglie di bambini costretti ogni giorno ad improvvisare assistenza e sostegno.

In questo periodo, dicevamo, non è mancata solo la vita in classe ma anche la possibilità, per chi ne ha bisogno, di svolgere terapia riabilitativa che, per bambini con autismo, disturbo di linguaggio, iperattività, disabilità intellettiva non è un passatempo capriccioso, ma rappresenta l’unica opportunità per implementare le proprie competenze e ridurre, così, lo svantaggio sociale che appare sempre più un destino inevitabile.

Tutto questo non c’è stato. Non c’è. Certo si dirà che la realtà di oggi è dettata da ragioni superiori quale quella di garantire la salute pubblica e di evitare di esporre i più piccoli a grave rischi.

Giusto, giustissimo, condivido il principio anche se i dati fin qui disponibili, certamente non definitivi, indicano come i bambini siano meno contagiosi degli adulti (4% invece del 17,1%) e che in loro la malattia mostri un decorso sostanzialmente benigno. Invece, l’isolamento prodotto anche dalla chiusura protratta delle scuole li espone, questo sì, a rischi gravi e possibili danni psicologici duraturi.

C’è da chiedersi, allora, se davvero, non ci fosse un altro modo, un’altra possibile soluzione? Facile citare l’esperienza di altri Paesi (Danimarca, Francia, Germania, …) che sembrano suggerire che sì, forme alternative di socialità possibile ci sono anche in questa situazione di emergenza. Se è poi vero che in Lombardia il 50% delle fabbriche non si è mai fermato, c’è da chiedersi come si possa ragionevolmente sostenere che il contagio viaggi con gli alunni piuttosto che con i genitori costretti alla produzione.

Che senso ha, e lo chiedo a chi ha maggiori competenze di me, non riaprire le scuole in Basilicata o in Umbria o in tutte le Regioni compresa la mia, che mostrano contagi ormai prossimi allo zero?

Quali sono le sue perplessità sulla riapertura delle scuole a settembre?

Spero che la decisione di non riaprire agli studenti e agli insegnanti il loro spazio vitale non nasca da una inespressa visione che riduce la scuola, nella società moderna post-industriale votata al consumo e al facile profitto, a un elemento non indispensabile, una sorta di costoso e superfluo accessorio.

La rinuncia alla scuola discrimina e rimarca le differenze sociali perché rende più forti i privilegiati e infinitamente più deboli gli ultimi, ci rende tutti meno uguali e, in un’ultima analisi, meno liberi. Perché, come ci ha insegnato Don Milani, è proprio l’istruzione che rende liberi.



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5 Commenti

  1. Io temo il contagio anche per i più piccoli… Come fai a spiegare ad un bambino che non deve avvicinarsi e giocare con gli altri piccoli? Finché stanno a casa, ci siamo noi genitori e sono nel “nido sicuro” con la famiglia…una volta a scuola, temo che le maestre non riescano ad assicurare l’osservazione la vigilanza di tutti. Non lo facevano molto bene prima, immagino a quando i piccoli si fanno male durante l’orario scolastico… Forse, sono un po’ troppo apprensiva, ma questo virus mi preoccupa e finché non ci sarà una cura o un vaccino spero non abbiamo l’incoscienza di non aprire le scuole se non in assoluta sicurezza

  2. Molto interessante. Sono d’accordo. I bambini stanno soffrendo di stare chiusi in casa. Io ogni giorno, cerco di inventarmi un gioco nuovo per tenere occupato mio figlio. Cerco di allegerirgli questi momenti difficili in cui anche io sono molto preoccupata. Giocare insieme a lui fa anche bene a me perché così provo a far vedere a lui e a vedere per me stessa una giornata come una nuova occasione per fare cose nuove e cerco di insegnargli il più possibile anche per quanto riguarda le distanze da rispettare. E quanto facciamo le videochiamate con i parenti lui dice: non possiamo vederci perché c’è il coronavirus. E mi si stringe il cuore

  3. Quando con il mio bambino andiamo a fare le passeggiate e portiamo il cane a spasso lui appena vede un’altra persona si rivolge verso di me e mi dice: attenzione arriva un possibile contagiato. Questi bambini sono traumatizzati. Io cerco di allegerire il discorso e trovare sempre la soluzione per buttarla sul gioco insegnandogli come tossire e stare distante dalle altre persone… Insomma, crescendo avranno un brutto ricordo di questo periodo in cui erano costretti a non vedere i loro amichetti, compagni di scuola e parenti

  4. In questi due mesi, io e il mio bambino abbiamo fatto tante attività insieme. Prima, tra lavoro e altre faccende burocratiche il tempo a disposizione era ridotto e lui era una tempesta, perché mi vedeva poco a casa. Ora, lo vedo più sereno, perché sa che sono accanto a lui e si sente protetto…

  5. Per noi genitori lavoratori la didattica a distanza è una soluzione efficace nel breve periodo, ma pensare di trascorrere molti mesi così diventa difficile. Noi dobbiamo lavorare e mentre i piccoli seguono le lezioni dovremmo seguirli. Insomma, diventa complicato el lungo periodo. Anche perché dopo le lezioni ci sono i compiti da fare, i momenti di gioco giustamente da trascorrere insieme. E come facciamo con il lavoro? Ecco questo nel tempo diventa stressante

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