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Truffa online

30 Aprile 2020
Truffa online

Che fare se una persona compra un oggetto su internet ma poi non lo riceve? Si può denunciare?

C’è spesso confusione quando si parla di truffa online. La truffa, in sé per sé, è un raggiro, un comportamento malizioso volto a far cadere in errore la vittima per un vantaggio del reo. La truffa richiede, quindi, un’alterazione della realtà, una simulazione non facilmente individuabile.

Quando si compra un oggetto su internet e non si riceve la merce acquistata, non è scontato che si possa parlare di truffa online. Si potrà tutt’al più agire per inadempimento contrattuale. La differenza è enorme: nel primo caso, quello cioè della truffa, siamo in presenza di un reato dinanzi al quale è possibile sporgere una denuncia presso la polizia postale o i carabinieri. Nel secondo caso, invece, occorre agire in via civile, con una causa per il recupero del denaro e l’eventuale risarcimento dei danni. 

A questo punto, vien spontaneo chiedersi come fare a sapere se si tratta di truffa online o di inadempimento? In parte lo abbiamo già detto: la truffa richiede un artificio, un raggiro: in buona sostanza, un comportamento attivo volto a indurre in errore una persona dotata di buon senso. L’inadempimento, invece, è un semplice comportamento passivo, dettato dalla volontà o dall’incapacità di adempiere. 

In questa guida, proveremo a fare qualche esempio e a spiegare, in termini pratici, cosa fare in caso di truffa online e come difendersi. Ma procediamo con ordine.

Quando c’è truffa online

Partiamo dal dato normativo e, più in particolare, dall’articolo 640 del codice penale. La norma stabilisce che, per aversi truffa, è necessario che il reo compia «artifizi o raggiri» allo scopo di indurre una persona in errore e, in tal modo, procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno».

Se, quindi, non c’è questa alterazione della realtà materiale non c’è truffa ma solo un inadempimento. 

In cosa possono consistere gli artifici o raggiri? Ce lo dice la giurisprudenza. 

Secondo la Cassazione [1] si ha una truffa online quando una persona (o un’azienda) pone in vendita uno o più oggetti o servizi, su di un sito internet, pubblicizzandone le caratteristiche ed ingenerando la convinzione nel compratore circa l’esistenza dello stesso e la validità dell’offerta; in realtà, il venditore ha costruito il tutto “ad arte”, solo per procurarsi un illegittimo guadagno, ma non avendo alcuna intenzione e/o possibilità, sin dall’inizio, di consegnare la merce o il servizio. Si pensi a chi struttura un sito web, con tanto di fotografie e prezziario, facendo ritenere di avere un magazzino che in realtà non ha o di poter procurare orologi firmati quando invece non è vero. 

Diverso sarebbe il caso del venditore che, effettivamente munito di un negozio e svolgente attività di commercio regolare, non adempie a un singolo ordine (per negligenza, dimenticanza, incapacità economica, ecc.).

La truffa si verifica solo nel momento in cui il fasullo venditore ottiene il denaro. Per cui, se l’acquirente ha revocato il bonifico o comunque ha bloccato il pagamento, non si può più parlare di truffa consumata ma solo tentata [2]. 

Truffe online su Amazon, e-Bay ed altre piattaforme

Il reato di truffa online si consuma anche se il venditore si avvale di una piattaforma di terzi come, ad esempio, e-Bay o Amazon. Difatti, la messa in vendita di un bene per via telematica attraverso un sito web noto costituisce un mezzo per indurre in errore i potenziali acquirenti sulle effettive intenzioni truffaldine di chi offre beni senza alcuna intenzione di consegnarli; risulta così integrato il reato di truffa e non un semplice inadempimento di natura civilistica [3].

Truffe online di privati

Gli stessi principi valgono infine nel caso di vendite tra privati. Se un ragazzo promette in vendita un cellulare a un altro prospettandogli delle foto di un oggetto che, in realtà, non è nella sua disponibilità commette truffa. Allo stesso modo, si può parlare di truffa se il medesimo oggetto – esistente e nella disponibilità del venditore – viene promesso in vendita a più persone e, da tutte queste, si riscuote il prezzo.

Come distinguere una truffa online?

Per verificare se sussistono gli estremi della truffa online, bisognerebbe effettuare delle indagini nei confronti del venditore. A tal fine, bisognerà accertarsi se la partita Iva – che obbligatoriamente il venditore deve riportare sul proprio sito – e la sede sociale corrispondono ad attività effettivamente esistente. Stesso controllo potrebbe essere fatto con il numero di telefono. 

I dati del venditore possono essere reperiti presso la Camera di Commercio: con una visura camerale sarà possibile accertarsi se l’azienda esiste o meno.

Nel caso di vendite da parte di privati è certamente più difficile un accertamento di questo tipo e bisognerebbe lasciare alla polizia le indagini per verificare se lo stesso soggetto si è comportato nello stesso modo nei confronti di altri acquirenti, inducendoli tutti in errore. 

Cosa fare in caso di truffa online?

Non sempre il soggetto truffato è in grado di comprendere da sé se il comportamento posto in essere dal venditore (o presunto tale) sia una truffa o meno. 

Così, agire solo penalmente potrebbe costituire un problema nell’ipotesi in cui la Procura dovesse ritenere insussistenti i presupposti del reato.

La difesa più accurata prevede allora, da un lato la querela presso la polizia postale e, dall’altro, il conferimento di un incarico a un avvocato civilista affinché avvi una mediazione (obbligatoria) e poi una causa per il recupero dell’importo. In questo secondo caso, però, i costi del giudizio e le spese legali sono tutte a carico della parte, sicché bisognerà valutare con attenzione se “il gioco vale la candela”. Di solito, un’azione legale civile risulta poco conveniente per importi inferiori a 3mila euro.

Differenza tra truffa e insolvenza fraudolenta

Potrebbe succedere che il venditore, benché esistente, non abbia le capacità di economiche per adempiere. In tal caso, si parla di insolvenza fraudolenta.

Come spiega il tribunale di Udine [4], ai fini della configurabilità del reato di insolvenza fraudolenta, occorre che il soggetto agente assuma un’obbligazione di dare e che tale obbligazione non venga adempiuta. Occorre, altresì, che, al momento della sua assunzione, vi sia uno stato di insolvenza del soggetto agente, che agisca con l’intenzione di non adempierla e che tale stato di insolvenza sia dissimulato. 

Ricorre il reato di truffa, invece, quando scopo dell’agente è quello di realizzare un illecito profitto, inducendo la persona offesa a stipulare il contratto, con la consapevolezza che l’obbligazione a suo carico non sarà eseguita. Nel caso di specie, avente a oggetto il mancato pagamento del prezzo pattuito per la vendita online di una consolle per videogiochi mediante ricarica poste-pay, il tribunale ha ritenuto sussistente il reato di truffa, e non quello inizialmente contestato di insolvenza fraudolenta, tenuto conto che le trattative di vendita attraverso appositi siti internet costituiscono di per sé un mezzo insidioso, in cui anche l’equivoco atteggiamento delle parti può costituire inganno.

Differenza tra frode contrattuale e frode in commercio

Una sentenza della Cassazione [5] spiega la differenza tra frode contrattuale e frode in commercio. 

La fattispecie della truffa contrattuale si distingue da quella della frode in commercio perché la prima si concretizza quando l’inganno nei confronti della parte offesa sia stato determinante per la conclusione del contratto, mentre la seconda si perfeziona nel caso di consegna di una cosa diversa da quella dichiarata o pattuita, ma sul presupposto di un vincolo contrattuale costituito liberamente senza il concorso di raggiri o artifici. La truffa contrattuale ha, quindi, un plus costituito dall’artificio o dal raggiro che non è presente nella frode in commercio. 


note

[1] Cass. sent. n. 198/2019.

[2] Cass. sent. n. 48987/2019: «In tema di truffa contrattuale mediante vendita online di un bene, il reato si perfeziona nel momento in cui si realizza l’effettivo conseguimento del prezzo da parte dell’agente. Se si tratta di assegni, il momento rilevante per la consumazione del delitto è dunque quello dell’accredito su conto corrente, non potendo di conseguenza essere convalidato l’arresto in flagranza effettuato nel momento dei successivi prelievi di contante». Così anche Trib. Napoli, sent. n. 10056/2019: «realizzazione dell’ingiusto profitto e non quando il soggetto passivo assume, per l’effetto di artifici o raggiri, l’obbligazione. La consumazione avviene cioè nel momento in cui si realizza l’effettivo conseguimento del bene da parte dell’agente e la definitiva perdita dello stesso da parte del raggirato. Nel caso di truffa online con conseguimento del profitto da parte dell’agente mediante accredito su carta prepagata, che non consente la revocabilità dell’operazione, il versamento da parte della persona offesa realizza contestualmente sia l’effettivo conseguimento del bene da parte dell’agente, che ottiene la immediata disponibilità della somma versata, sia la definitiva perdita dello stesso bene da parte della vittima. In tale ipotesi, in ragione delle caratteristiche del peculiare mezzo di pagamento utilizzato, ovvero una carta non collegata a un conto, non è possibile risalire al luogo di conseguimento del profitto, con la conseguenza che, ai fini della individuazione del giudice territorialmente competente, deve attribuirsi rilievo al luogo in cui è stato effettuato il versamento. (Nel caso di specie, avente a oggetto una truffa on line per la mancata consegna di una macchina fotografica mai avvenuta, nonostante l’accredito su carta poste pay da parte del raggirato, il Tribunale ha dichiarato la propria incompetenza territoriale, in favore del Tribunale del luogo in cui è stato eseguito il pagamento, in considerazione della impossibilità di accertare con esattezza il luogo in cui è stato conseguito il profitto)».

[3] Trib. Avellino, sent. n. 1997/2018.

[4] Trib. Udine, sent. n. 1642/2018.

[5] Cass. sent. n. 10093/2020.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 13 gennaio – 16 marzo 2020, n. 10093

Presidente Izzo – Relatore Socci

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’Appello di Messina con sentenza del 12 luglio 2019, confermava la sentenza del Tribunale di Messina del 13 settembre 2017, che aveva condannato V.G. alla pena di mesi 8 di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, relativamente al reato di cui all’art. 515 c.p., comma 1, perché, nell’esercizio dell’attività commerciale, consegnava all’acquirente D.S. , una bicicletta dotata di potenziometro, e quindi assimilabile ad un ciclomotore, dichiarando che si trattava di una bicicletta con pedalata assistita e pertanto non soggetta agli obblighi previsti per i ciclomotori; commesso il (omissis) .

2. L’imputato ha proposto ricorso in cassazione (integrato con successiva memoria) a mezzo del proprio difensore deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

2.1. Violazione di legge (art. 559 c.p.p., comma 4, in relazione all’art. 546 c.p.p., comma 3).

Il giudice che aveva provveduto al dibattimento (v.s. ) non ha poi redatto la motivazione e sottoscritto la sentenza. La stessa risulta sottoscritta dal Presidente della Sezione penale come annotato nella sentenza, senza peraltro specificare chi ha redatto la motivazione della decisione. Sussiste pertanto incertezza assoluta su chi ha predisposto la motivazione.

Inoltre, c’è un generico riferimento alle ragioni di salute del giudice v.s. , senza alcuna specificazione che ne consenta il controllo sull’effettività dell’impedimento (Cassazione n. 6660 del 1997). Ne consegue che la mancata sottoscrizione del giudice del dibattimento deve ritenersi ingiustificata (non assoluta) con la nullità della decisione.

2.2. Violazione di legge (art. 521 c.p.p.).

Nell’imputazione è contestata la sola vendita della bicicletta a D.S. , mentre nella motivazione della Corte di appello si fa riferimento a vendite generalizzate di biciclette con pedalata assistita che in realtà erano motocicli. La Corte di appello, quindi, ha modificato il fatto contestato, da una singola vendita ad un’attività generalizzata di vendite.

2.3. Omessa pronuncia su un motivo dell’atto di appello.

Con il terzo motivo dell’appello il ricorrente contestava la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato in relazione al fatto che l’acquirente (come da lui stesso dichiarato in udienza) era a perfetta conoscenza del potenziometro posto sul manubrio, tanto che lo utilizzava.

L’acquirente era del resto stato informato del doppio uso, con o senza il potenziometro e sugli obblighi dell’uso con potenziometro. Conseguentemente non si configura il reato di cui all’art. 515 c.p..

Infatti, i testi R. , A. e anche Ve.Ga. (figlio e collaboratore del ricorrente) dichiaravano che agli acquirenti erano specificati i due usi in maniera dettagliata.

La Corte di appello non motiva sulla specifica conoscenza dell’acquirente dell’uso del potenziometro a sua volontà e discrezione e, quindi, non risponde ad uno specifico e dettagliato motivo di impugnazione.

2.4. Violazione di legge (art. 515 c.p.).

L’acquirente è stato informato sull’uso e sugli oneri del potenziometro, tanto che lo aveva fatto volontariamente funzionare e pertanto nessun mezzo diverso da quello pattuito è stato consegnato a D. e non risulta configurabile il reato contestato.

2.5. Motivazione illogica e contraddittoria.

La Corte di appello ha ritenuto la responsabilità del ricorrente dal fatto che sui ciclomotori, detenuti per la vendita in negozio, già era installato il potenziometro e che avrebbe omesso di avvisare gli acquirenti sul potenziometro (che faceva considerare il mezzo un motociclo e non più una bicicletta, con obbligo di assicurazione, abilitazione alla guida e casco).

La motivazione suddetta si pone in palese contrasto con quanto dichiarato dai testi R. , A. e anche Ve.Ga. (figlio e collaboratore del ricorrente), ovvero che agli acquirenti erano specificati i due usi in maniera dettagliata. R. infatti sceglieva di non montare il potenziometro, dopo le spiegazioni sul suo uso.

Conseguentemente il montaggio e l’uso del potenziometro erano a scelta del cliente.

2.6. Violazione di legge (art. 515 c.p. in relazione all’art. 640 c.p.). Il ricorrente sottacendo le caratteristiche effettive del mezzo consegnato all’acquirente avrebbe commesso in effetti una truffa (art. 640 c.p.) e non una frode in commercio (art. 515 c.p.). Per la truffa manca la querela.

La Corte di appello sul punto si limita ad osservare che i due reati potevano “semmai concorrere”. Si tratta di motivazione apparente e comunque erronea. D. ha riferito di sapere come funzionava il potenziometro, ma di essere stato ingannato sulle caratteristiche del mezzo, “se volevo un motorino, andavo ad acquistare un motorino”.

L’inganno, quindi, avrebbe riguardato le effettive caratteristiche del mezzo e pertanto il reato configurabile è quello della truffa e non il reato di cui all’art. 515 c.p..

2. 7. Violazione di legge (art. 131 bis c.p.); motivazione apparente o illogica.

Il mezzo acquistato ha un prezzo di acquisto modesto e con la disattivazione del potenziometro risulta una bicicletta con pedalata assistita. Il potenziometro accresce il valore del mezzo, non lo diminuisce; è un optional. Conseguentemente il danno è insignificante se non assente. Inoltre, la Corte di appello richiama per escludere la particolare tenuità del fatto la perdurante attività di vendita di mezzi identici, circostanza che però non risulta contestata nell’imputazione.

2.8. Violazione di legge (artt. 62 bis e 133 c.p.); motivazione apparente sul trattamento sanzionatorio.

La Corte di appello riferendosi genericamente all’antigiuridicità (elemento astratto e vacuo) della condotta conferma la pena irrogata dal primo giudice, senza alcuna motivazione sull’omesso riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e su tutti i criteri di cui all’art. 133 c.p..

Ha chiesto quindi l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

3. Preliminarmente si deve rilevare l’infondatezza del primo motivo processuale, la nullità della sentenza per la sottoscrizione del Presidente della Sezione penale, in relazione all’impedimento del giudice relatore.

La sottoscrizione della sentenza da parte del Presidente della Sezione importa logicamente anche l’assunzione di paternità del contenuto della motivazione; sul punto, quindi, non sussiste alcuna incertezza su chi ha redatto la motivazione, come prospetta il ricorrente.

Il generico riferimento alle ragioni di salute – ritenuto dal ricorrente illegittimo, per l’impossibilità di un controllo dell’impedimento, se assoluto o no – deve ritenersi idoneo, in quanto l’art. 559 c.p.p., comma 4 e l’art. 542 c.p.p., comma 2, richiedono letteralmente solo “la previa menzione della causa della sostituzione”. La norma, quindi, richiede una mera menzione non un’indicazione dettagliata e, peraltro, non è prevista alcuna nullità.

Infatti, da ultimo, questa Corte di legittimità ritiene valida solo una indicazione dell’impedimento, senza ulteriori aggiunte o dettagli della causa: “In tema di requisiti della sentenza, nel caso in cui, per l’impedimento del Presidente, la sentenza sia sottoscritta dal componente più anziano del collegio, questi deve fare menzione dell’impedimento medesimo, certificandone l’esistenza, ma non è tenuto a specificare quale sia la natura dello stesso, e neanche a formulare generico richiamo agli atti d’ufficio”. (Sez. 1, n. 20446 del 12/02/2014 – dep. 16/05/2014, Buscemi e altri, Rv. 25979001; invece vedi Sez. 6, n. 34628 del 27/06/2008 – dep. 04/09/2008, Sartarelli, Rv. 24078501, e Sez. 6, n. 6660 del 09/05/1997 – dep. 09/07/1997, Dragone ed altri, Rv. 20973201, per il rinvio agli atti d’ufficio, cui le parti possano accedere per il controllo; vedi per l’assenza di nullità Sez. U, n. 600 del 29/10/2009 – dep. 08/01/2010, Galdieri, Rv. 24517401).

Del resto, nessuna lesione del diritto di difesa o di altri istituti di garanzia è stata prospettata nel ricorso in cassazione.

Anche nel processo civile l’attestazione dell’impedimento da parte del Presidente non risulta sindacabile in sede di impugnazione, in relazione al margine di discrezionalità riconosciuta dalla norma: “In tema di provvedimenti del giudice civile, la menzione, da parte del presidente del collegio che sottoscriva la sentenza, dell’impedimento dell’estensore nel frattempo collocato a riposo, è assistita da fede privilegiata, ai sensi dell’art. 2700 c.c., solo in relazione all’attestazione dell’impedimento medesimo, ma non investe il giudizio ad essa attestazione connesso, dal quale scaturisce, se positivo, la legittimità della mancata sottoscrizione da parte del magistrato impedito. Ciò nondimeno lo stesso giudizio, se erroneo, non può essere sindacato in sede di impugnazione, essendo ad esso intrinseco un margine di discrezionalità, direttamente attribuito dalla legge” (Sez. 3, Sentenza n. 10797 del 09/07/2003, Rv. 564921 – 01).

4. Il ricorso risulta fondato, invece, relativamente alla qualificazione giuridica del reato, se truffa o frode in commercio. L’appello sul punto con il 4^ motivo aveva specificamente sottoposto alla Corte di appello il problema della qualificazione giuridica dei fatti alla luce delle dichiarazioni dell’acquirente D. che riferiva di essere stato ingannato sulle caratteristiche del mezzo acquistato (“se volevo un motorino, andavo ad acquistare un motorino”).

La Corte di appello sullo specifico motivo di appello risponde con una motivazione carente e manifestamente illogica: “Quanto al reato di truffa esso poteva semmai concorrere, ricorrendone la procedibilità con quello di frode in commercio”.

Per il ricorrente al momento della conclusione del contratto (l’accordo) ci sarebbe stato un artificio nell’ingannare D. facendogli credere che il mezzo acquistato fosse una bicicletta e non un motorino con i relativi obblighi (casco, assicurazione, permesso di guida ecc.). Come emerge dalla stessa sentenza impugnata nel negozio del ricorrente c’erano locandine che specificavano “Bici con pedalata assistita no patente no assicurazione”; questa circostanza non è stata analizzata in relazione alla volontà di D. di concludere il contratto di acquisto che altrimenti non avrebbe concluso (“se volevo un motorino, andavo ad acquistare un motorino”).

Sul punto deve richiamarsi la giurisprudenza di questa Corte di legittimità che individua il reato di truffa contrattuale quando l’inganno sia stato determinante per la conclusione del contratto e, invece, la frode in commercio quando si consegna una cosa diversa da quella dichiarata o pattuita ma con un contratto liberamente intervenuto, senza alcun raggiro o artificio: “La fattispecie della truffa contrattuale si distingue da quella della frode in commercio perché l’una si concretizza quando l’inganno perpetrato nei confronti della parte offesa sia stato determinante per la conclusione del contratto, mentre l’altra si perfeziona nel caso di consegna di una cosa diversa da quella dichiarata o pattuita, ma sul presupposto di un vincolo contrattuale costituito liberamente senza il concorso di raggiri o artifici. (Fattispecie di annullamento di sentenza di condanna per il reato ex art. 515 c.p., avendo la Corte ravvisato il diverso reato ex art. 640 c.p. nella consegna di autovettura, in cambio di denaro, previa induzione ad acquistarla mediante inganno sulle caratteristiche del motore della stessa)” (Sez. 3, n. 40271 del 16/07/2015 – dep. 07/10/2015, Manconi, Rv. 26516301).

Nello stesso senso già Sez. 6, n. 11914 del 17/06/1977 – dep. 29/09/1977, ARNALDI, Rv. 13686801: “Il delitto di truffa si distingue da quello di frode in commercio per l’esistenza del raggiro o dell’artificio, che costituisce un plus rispetto alla frode in commercio e può realizzarsi anche nella fase di esecuzione del contratto. Pertanto, risponde del delitto di truffa il venditore che, in sede di esecuzione del contratto, avvalendosi di artifici e raggiri, induca l’altra parte ad accettare condizioni diverse da quelle pattuite”.

I due reati sono alternativi – tranne ipotesi particolari e specifiche che non risultano nel caso in giudizio – e non concorrono, poiché il reato di truffa si distingue da quello di frode in commercio per l’esistenza del raggiro o dell’artificio, che costituisce un plus rispetto alla frode in commercio.

L’analisi in fatto su questi elementi è mancata da parte della Corte di appello, pur in presenza di specifico motivo di impugnazione.

Può conseguentemente esprimersi il seguente principio di diritto: “La fattispecie della truffa contrattuale si distingue da quella della frode in commercio perché l’una si concretizza quando l’inganno perpetrato nei confronti della parte offesa sia stato determinante per la conclusione del contratto, mentre l’altra si perfeziona nel caso di consegna di una cosa diversa da quella dichiarata o pattuita, ma sul presupposto di un vincolo contrattuale costituito liberamente senza il concorso di raggiri o artifici; la truffa contrattuale ha, quindi, un plus costituito dall’artificio o dal raggiro non presente nella frode in commercio”.

Si impone pertanto l’annullamento della decisione con rinvio alla Corte di appello di Reggio Calabria.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di appello di Reggio Calabria.

 


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