Diritto e Fisco | Editoriale

L’avvocato e i verbali d’udienza: l’incubo della fotocopiatrice perduta

16 ottobre 2013


L’avvocato e i verbali d’udienza: l’incubo della fotocopiatrice perduta

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 ottobre 2013



L’amore dell’avvocato verso la carta è già stato dimostrato e discusso in varie sedi. C’è un caso però in cui basta liberare un po’ la fantasia per risparmiare tempo e fatica: quello delle copie fotostatiche dei verbali d’udienza e degli altri documenti di causa.

Ho un incubo ricorrente: partecipo a un’udienza civile, redigendo di mio pugno il verbale (ovviamente secondo la radicata prassi e le indicazioni del giudice). Alla fine dell’udienza il giudice appone la sua firma, prende il foglio di protocollo e lo infila nel faldone.

Dopo di che saluto tutti, me ne torno in studio e il giorno successivo mi reco presso la cancelleria, mi metto diligentemente in coda e, dopo qualche ora, finalmente riesco ad entrare, recuperare il fascicolo ed estrarre il foglio di protocollo con l’ultima parte del verbale da me redatta solo 24 ore prima. A questo punto dell’incubo, mi reco all’unica fotocopiatrice messa a disposizione per gli avvocati, faccio un’altra coda. Ma quando arriva il mio turno, la fotocopiatrice è rotta.

In quel momento solitamente mi sveglio agitato. Guardo sul mio comodino e mi tranquillizzo vedendo che lì c’è il mio fido smartphone, lo stesso smartphone con cui a fine udienza normalmente faccio una fotografia al verbale (ovviamente chiedendo sempre al giudice se non ha nulla in contrario) e me torno in studio a scaricare l’immagine sul pc, nella cartella dedicata alla pratica.

Per fortuna, in certi frangenti la tecnologia ci rende davvero la vita più facile. Non mi spiego, però, come mai continuo a vedere colleghi avvocati (o forse più probabilmente i loro praticanti) in coda alla fotocopiatrice con, in mano, verbali d’udienza. E mentre sono in coda, per ingannare la noia, giocano con il loro smartphone da seicento euro, nuovo di pacca, dotato di ben due fotocamere ad alta risoluzione.

A volte ho provato a chiedere ad alcuni di loro come mai non utilizzino la loro “fotocopiatrice portatile” con cui stavano, fino a pochi minuti fa, chattando… e quasi tutti mi hanno guardato come un marziano. Come a dire: “Ma non vedi che questo è un telefono!”

Ricordo che ormai 10 anni fa, quando iniziai a mettere la testa dentro le prime aule di tribunale, gli avvocati più all’avanguardia avevano degli aggeggi stranissimi, a forma di bacchetta e contenenti una specie di scanner portatile. Soluzione all’epoca molto innovativa, ma anche abbastanza costosa, considerata la sua limitata possibilità di utilizzo.

Oggi (quasi) tutti noi abbiamo in tasca dei dispositivi che permettono di fare copie istantanee di documenti, che, con alcune semplici accortezze a livello di luce e impostazione dell’ottica, non hanno nulla da invidiare ad una normale fotocopia. Con la sostanziale differenza di non avere costi, non costringerci a fare code e quindi permetterci un generale risparmio di tempo e risorse. Basta ingegnarsi un attimo.

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Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

di SIMONE ALIPRANDI



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2 Commenti

  1. Alcuni colleghi mi hanno segnalato che in qualche foro vi è un espresso divieto di effettuare fotografie dei verbali. Io ho riportato la mia esperienza che è legata ai fori lombardi. Ahimè, anche in questo caso pare che le prassi prevalgano sulle norme giuridiche. Non mi è nota una norma giuridica che espressamente vieti questa pratica. La norma di riferimento dovrebbe essere il D.P.R. 115/2002, che non onsidera questa ipotesi, nemmeno con gli “aggiornamenti” portati dal D.L. 193/2009. A mio avviso, se la copia del verbale avviene in corso di udienza, sotto gli occhi del giudice e dietro sua esplicita autorizzazione, non vedo alcuna violazione.

  2. Segnalo una interessante “Nota della Presidente del Tribunale per i Minorenni di Venezia a proposito dei diritti di copia per atti acquisiti mediante scanner o copiati su supporti diversi da CD–ROM”. Interessante per mostrare quanto sia radicata la resistenza verso la transizione a metodi digitali; interessante anche per confermare come effettivamente non vi sia una regolamentazione chiara della questione e come le prassi locali siano predominanti. Riusciremo mai a capire che nel mondo digitiale in cui viviamo è proprio il concetto di “copia” a dover essere reinterpretato?

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