Coronavirus: gli studi contrastanti sul remdesivir

30 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: gli studi contrastanti sul remdesivir

Messo a punto per combattere l’Ebola, il farmaco si è rivelato efficace contro una grande varietà di virus, compresi i due coronavirus precedenti di Sars e Mers.

Il remdesivir funziona oppure no? Su queste pagine ci siamo occupati più volte dell’argomento, seguendo i numerosi studi sul farmaco. Ad oggi, esistono due ricerche contrastanti sul remdesivir.

Secondo il test americano, i miglioramenti sarebbero significativi. L’antivirale accorcia la malattia da 15 a 11 giorni. Come riporta La Repubblica, i dati positivi sono stati annunciati dalla stessa casa farmaceutica (l’americana Gilead). Al contrario, la sperimentazione cinese, che ha coinvolto un numero di pazienti più limitato, non riscontra benefici. I risultati asiatici sono stati pubblicati su una rivista medica inglese (The Lancet).

Come mai le due sperimentazioni hanno condotto a risultati differenti? Mettiamo i due studi a confronto e analizziamo i risultati ottenuti.

Lo studio americano e lo studio cinese: differenze

Gli Stati Uniti hanno coinvolto nei test 180 ospedali in tutto il mondo. Il remdesivir è risultato efficace nel momento in cui è stato somministrato dopo la comparsa dei primi sintomi del Coronavirus.

Gli antivirali ostacolano la replicazione del virus nelle nostre cellule e la fase iniziale dell’infezione è proprio quella in cui il virus cerca di attaccare l’organismo e prendere il sopravvento sulle difese immunitarie.

Nella fase successiva della malattia, dopo circa una settimana dalla comparsa dei sintomi, il sistema immunitario scatena la tempesta di citochine per liberarsi dell’infezione. In realtà, così facendo provoca danni gravi sull’organismo, in particolare ai polmoni. Secondo i medici, è questo il momento giusto per sfruttare i farmaci antinfiammatori, in grado di ridurre la tempesta delle citochine. A riguardo, uno studio cinese pubblicato su Pnas ha registrato dei miglioramenti significativi grazie al tocilizumab, il medicinale contro l’artrite sperimentato anche in Italia.

Secondo gli esperti americani, lo studio cinese ha coinvolto un numero inferiore di pazienti (precisamente, 158). I 10 ospedali della provincia dello Hubei, all’inizio di marzo, hanno cercato di reclutare 453 pazienti gravi, ma a seguito dell’esaurimento dell’epidemia, il numero è stato ridotto a 237.

I pazienti trattati con il farmaco sono stati messi a confronto con un secondo gruppo che ha ricevuto un placebo, seguendo una delle migliori strategie per valutare l’efficacia di una nuova terapia.

La buona notizia dell’esaurimento dei malati ha reso difficile il raggiungimento dell’obiettivo. Su The Lancet: “Il remdesivir, somministrato per endovena, non ha dato risultati in termini di miglioramento delle condizioni, mortalità o durata della presenza del virus”.

Il test americano ha coinvolto oltre mille pazienti ed è stato coordinato dai National Institutes of Health, l’organismo federale che si occupa di salute e medicina. Mentre un gruppo di malati è stato trattato con il farmaco, l’altro è stato trattato con il placebo. Lo studio ha portato ad un miglioramento in termini di tempistica: 11 giorni di sintomi anziché 15.

Il tasso di mortalità è stato dell’8% fra i pazienti che hanno ricevuto il farmaco e dell’11,6% fra coloro che non l’hanno ricevuto. Questa differenza non è determinante né sufficiente per essere considerata significativa dagli scienziati.

Il trattamento precoce di 5 giorni ha fornito dati positivi, migliori rispetto ad un trattamento di 10 giorni. Anthony Fauci, capo dell’Istituto nazionale americano delle malattie infettive, ha precisato: “Si tratta di un effetto positivo, chiaro e significativo”.



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