Coronavirus, quanto rischiano i cardiopatici

30 Aprile 2020
Coronavirus, quanto rischiano i cardiopatici

Un nuovo studio italiano, proveniente da Brescia, ci dice con precisione qual è l’indice di mortalità per chi ha già una patologia al cuore.

Sapevamo che il Coronavirus tende a non risparmiare chi soffre di più patologie gravi e ha già un quadro clinico delicato. Lo stesso Istituto superiore di sanità (Iss) oggi ha ricordato come, dalle statistiche a sua disposizione, risulti che otto vittime di Covid su dieci soffrissero anche di altre malattie.

Gli ultimi dati

In particolare, l’analisi di 2.316 cartelle cliniche di pazienti che non sono riusciti a vincere la battaglia contro il Coronavirus conferma che i rischi maggiori sono per gli uomini (donne 38% dei decessi) e le persone di età avanzata. L’età media dei malati che non ce la fanno è 81 anni (quella dei contagiati 62 anni) e il 63% dei pazienti morti aveva tre o più patologie e oltre l’80% almeno due patologie preesistenti. Per una letalità complessiva in Italia pari al 12,6%. La conferma di questo triste dato empirico arriva ora da uno studio bresciano, pubblicato sullo European Heart Journal. Ne dà notizia una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos.

Il Coronavirus colpisce più duramente chi ha un cuore già provato. Dal confronto tra pazienti con e senza cardiopatia è emersa la maggiore incidenza di complicanze e soprattutto la maggiore mortalità dei cardiopatici: 36% contro il 15% di chi non ha problemi cardiaci, una percentuale più che doppia.

Nello studio Marco Metra dell’università di Brescia, direttore dell’Unità di cardiologia dell’Asst Spedali Civili, e colleghi descrivono per la prima volta i dati demografici, le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti Covid-19 cardiopatici e confrontano questi dati con quelli di pazienti senza malattia cardiaca concomitante. Tutti i pazienti protagonisti della ricerca sono stati ricoverati per polmonite da Covid-19 tra il 4 e il 25 marzo, nei giorni più intensi dell’emergenza Coronavirus.

I fattori che, più spesso, hanno portato alla morte

“La nostra analisi – dice Metra, che è coordinatore dello studio – ha mostrato che i pazienti Covid-19 con concomitante cardiopatia hanno una prognosi estremamente severa, significativamente peggiore di quella già grave dei non cardiopatici con polmonite da Covid. Cause principali di mortalità sono state la sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), eventi tromboembolici, tra cui l’embolia polmonare, e lo shock settico. Gli studi eseguiti su casistiche cinesi avevano già suggerito la maggiore suscettibilità dei cardiopatici e la possibilità di un danno cardiaco in corso d’infezione. In questo studio, per la prima volta, sono descritte sia le caratteristiche cliniche che i fattori di rischio per aumentata mortalità di questi pazienti: età, storia d’insufficienza cardiaca, storia d’insufficienza renale, diabete”.

Viene anche confermato, prosegue Metra, “il significato prognostico di alcuni parametri laboratoristici quali la creatininemia, la troponina plasmatica, la linfopenia”. La serie dello studio conta 99 pazienti consecutivi con polmonite da Covid-19: 53 pazienti cardiopatici e 46 senza una malattia cardiaca concomitante.

Le patologie cardiache pregresse dei pazienti più a rischio

Tra i pazienti cardiopatici coinvolti, il 40% aveva una storia di insufficienza cardiaca, il 36%, una fibrillazione atriale e il 30% una cardiopatia ischemica; 67 anni l’età media con l’81% dei pazienti maschi. Nella casistica totale, durante il ricovero ospedaliero, il 26% dei pazienti è deceduto, il 15% ha avuto eventi tromboembolici, il 19%, una sindrome da distress respiratorio acuto, il 6% uno shock settico.

Dal confronto tra pazienti cardiopatici e non, è emersa la mortalità più alta dei pazienti con cardiopatia: 36% contro il 15% dei non cardiopatici con un tasso di eventi tromboembolici e di shock settico anche questi più elevati (23% contro 6%, e 11% contro lo 0%, rispettivamente). Descrivendo per la prima volta le caratteristiche cliniche e i fattori di rischio per aumentata mortalità dei pazienti cardiopatici, questo studio – sottolineano gli autori – apre la strada alle future ricerche su infezione da Covid-19 e sistema cardiovascolare.



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