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Coronavirus: cosa ci può portare a un nuovo lockdown

1 Maggio 2020 | Autore:
Coronavirus: cosa ci può portare a un nuovo lockdown

Un decreto del ministro Speranza stabilisce gli indicatori da monitorare nella fase 2. Un algoritmo dirà se è il caso di richiudere alcuni settori.

A scanso di equivoci, e ancor prima che la fase 2 dell’emergenza coronavirus abbia ufficialmente inizio, il ministero della Salute mette le mani avanti. Con un decreto appena firmato, Roberto Speranza avverte: non è detto che, ad un certo punto, si debba tornare indietro e ci sia l’esigenza di iniziare un nuovo lockdown.

Che cosa può portare ad un clamoroso dietrofront? Il decreto Speranza presenta uno schema strutturato in tre punti e 20 indicatori. Il primo punto è quello relativo agli «indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio». Si riferisce alla possibilità concreta di controllare almeno il 60% dei casi notificati, cioè delle persone che sono positive al Covid-19 che restano a casa e di quelle che finiscono in ospedale. Inoltre, sarà necessario avere sottomano ogni settimana i dati di almeno il 50% delle Rsa, cioè delle case di riposo.

Il secondo punto riguarda gli «indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti». In pratica, sarà valutata la percentuale di tamponi positivi effettuati, così come i tempi entro i quali si possono avere i risultati dei test, in modo da far scattare l’allerta nel caso di aumento di pressione sull’ospedale. Secondo il decreto, tra il momento in cui si presentano i sintomi e quello in cui viene effettuato il tampone, non devono passare più di tre giorni. Non viene sottovalutata nemmeno la capacità di gestire le risorse per il contact-tracing, l’isolamento e la quarantena: servirà un numero sufficiente di persone in organico.

Infine, il punto che riguarda gli «indicatori di risultato relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari». Fra i tre, potrebbe essere quello più importante per decidere un eventuale ritorno al lockdown: si tratta, infatti, di valutare l’andamento del contagio.

Non verranno trascurati gli accessi al pronto soccorso e la situazione nelle terapie intensive. Secondo il decreto Speranza, i posti dedicati al coronavirus non devono superare il 30% della loro capacità e nemmeno il 40% dei reparti dell’area medica.

Questi dati saranno inviati ogni giorno, oppure ogni cinque o sette giorni a seconda del tipo di informazione da raccogliere e da trasmettere. Il ministero della Salute mette in conto che nei primi giorni della fase 2 il numero dei contagi possa salire per l’aumento degli spostamenti. Ma sarà un algoritmo a far scattare il campanello di allarme e a suggerire, in base agli indicatori ricevuti, se si dovrà fare marcia indietro.



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