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Stipendio non pagato: quando dare le dimissioni

3 Maggio 2020
Stipendio non pagato: quando dare le dimissioni

Quanto ritardo può fare il datore di lavoro per giustificare le dimissioni per giusta causa del dipendente ai fini del conseguimento dell’assegno di disoccupazione? 

Lo stipendio viene, di solito, versato a fine mese o nei primi giorni del mese successivo. Il più delle volte, il datore di lavoro è puntuale nei pagamenti ma potrebbe succedere che vi sia qualche ritardo.

Il problema sorge quando il ritardo si ripete sistematicamente o, peggio, quando viene saltata qualche mensilità. 

In questi casi, il dipendente che non riceve lo stipendio ha la possibilità di dimettersi per giusta causa. Questa forma di risoluzione del rapporto di lavoro – che può avvenire solo in modalità telematica – garantisce la possibilità di ottenere l’assegno di disoccupazione dall’Inps. Una precisazione non da poco visto che, in generale, quando la cessazione del lavoro dipende dalla volontà del dipendente questi non ha alcun diritto alla Naspi.

Si è però posto un problema spinoso e delicato: quant’è il ritardo che il dipendente può essere tenuto a sopportare o, detta al contrario, entro quale termine massimo il datore di lavoro deve per forza versare la busta paga? Insomma, in caso di stipendio non pagato, quando dare le dimissioni?

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Le dimissioni per giusta causa: cosa sono?

Il rapporto di lavoro può cessare per volontà del datore di lavoro, che in tal caso procede al licenziamento, oppure per volontà del dipendente, che presenterà le dimissioni.

Il licenziamento, a prescindere dalle ragioni che lo giustificano, dà sempre diritto all’assegno di disoccupazione (che, attualmente, si chiama Naspi). Ciò vale quindi – così come precisato dall’Inps – anche nell’ipotesi di licenziamento per giusta causa (determinato cioè da una grave colpa o da malafede del dipendente).

Al contrario, le dimissioni – in quanto atto volontario del lavoratore – non consentono di ottenere l’assegno dell’Inps, a meno che non si tratti di dimissioni per giusta causa. Queste ricorrono tutte le volte in cui il lavoratore è costretto da un inadempimento del datore di lavoro a rinunciare al posto.

Non tutti i comportamenti del datore di lavoro possono giustificare le dimissioni per giusta causa ma solo quelli più gravi, che non consentono cioè la prosecuzione del rapporto. Tipico è il caso di mobbing, di molestie, di violenza, di mancato pagamento dello stipendio. 

Mancato pagamento stipendio e dimissioni per giusta causa

A questo proposito, si è posto un dubbio: dopo quanto ritardo, rispetto al termine per il versamento della retribuzione, il dipendente può dimettersi per giusta causa? 

La questione è assai delicata: se, infatti, il lavoratore dovesse sciogliere il rapporto di lavoro troppo presto potrebbe trovarsi senza posto e senza assegno di disoccupazione.

Risulta, quindi, vitale distinguere il ritardo che può essere tollerato e quello invece intollerabile e che, come tale, garantisce le dimissioni per giusta causa. 

Sul punto, la giurisprudenza ci aiuta a definire come ci si deve comportare. La legge non dice, infatti, quasi nulla.

Il temine entro cui pagare lo stipendio viene normalmente indicato dal contratto collettivo di categoria (il cosiddetto Ccnl) che peraltro potrebbe non limitarsi a specificare la data entro cui debba avvenire l’accredito ma potrebbe anche stabilire che il mancato rispetto di tale scadenza si considera come «giusta causa di dimissioni». In pratica, è il Ccnl stesso a indicare al lavoratore quando può dimettersi per giusta causa. Così, in tali ipotesi, anche un solo giorno di ritardo rispetto al termine fissato dal contratto collettivo consente di presentare le dimissioni per giusta causa e dopo la domanda di Naspi all’Inps.

Quanto sopra lo si evince da una serie di sentenze. Ad esempio, il tribunale di Milano [1] e la Cassazione [2] hanno scritto che: 

«La previsione di un contratto individuale o collettivo, che configuri come giusta causa di dimissioni il ritardo nel pagamento della retribuzione può legittimamente determinare una presunzione assoluta di intollerabilità del ritardo». La Suprema Corte ha, in tale caso, ritenuto che la clausola contrattuale, che configura come giusta causa di dimissioni il ritardo di dieci giorni nel pagamento della retribuzione, deve essere interpretata nel senso che, superato il predetto termine, può presumersi la intollerabilità del ritardo, senza che il protrarsi di esso faccia venire meno il diritto del lavoratore al recesso per giusta causa.

Il problema potrebbe porsi se il Ccnl non preveda nulla. In tali ipotesi, la giurisprudenza ritiene che il ritardo di qualche giorno, così come il mancato versamento di una sola retribuzione, non possa considerarsi inadempimento così grave da giustificare il recesso del lavoratore per giusta causa. Insomma, questi dovrebbe attendere almeno il mancato versamento della seconda mensilità per poter presentare le dimissioni e ottenere la disoccupazione dall’Inps.


note

[1] Trib. Milano, sent. del 4.11.2014.

[2] Cass. sent. n. 16067/2003.


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