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Separazione con figlio

3 Maggio 2020
Separazione con figlio

Mantenimento e assegnazione della casa: diritti e doveri della coppia. Come si devono comportare marito e moglie e come una coppia di conviventi.

Una nostra lettrice ci pone il suo particolare caso di separazione con figlio. Vorrebbe conoscere quali sono i diritti di una madre con un bambino minore che intende separarsi; chi avrà diritto a restare nella casa dopo la separazione e chi pagherà bollette e condominio? A quanto potrebbe ammontare un eventuale mantenimento per lei e per il figlio?

La domanda è generica. Bisognerebbe conoscere una serie di circostanze concrete quali l’eventuale rapporto di coniugio o di convivenza tra i due genitori, i relativi redditi e la titolarità di ulteriori patrimoni immobiliari, la titolarità della casa. Cerchiamo comunque di dare alcune risposte pratiche, rinviando agli svariati approfondimenti che già sono stati pubblicati in questo stesso giornale. Ma procediamo con ordine e vediamo come avviene una separazione con figlio e quali potrebbero essere le decisioni che il tribunale è tenuto ad adottare.

Separazione con figlio e mantenimento all’ex

Se i due genitori sono sposati, la separazione verrà dichiarata dal tribunale su ricorso di uno o di entrambi i coniugi. Non è necessario che vi sia il consenso di entrambi. Quindi, ad esempio, se uno dei coniugi dovesse opporsi alla separazione, l’altro potrebbe agire ugualmente rivolgendosi a un avvocato e ottenendo ugualmente la separazione. 

Se marito e moglie trovano un accordo, si procede con la separazione consensuale: i due predispongono un atto con i punti dell’intesa raggiunta tramite i propri avvocati (è possibile avere anche un solo legale) e poi lo sottopongono al tribunale per la conferma. 

Il tutto si risolve in una sola udienza all’esito della quale la coppia viene autorizzata a vivere separatamente e a iniziare nuove relazioni. Dopo 6 mesi si potrà procedere col divorzio.

È possibile separarsi anche con un atto redatto dagli avvocati e poi sottoscritto dalle parti (cosiddetta negoziazione assistita) senza l’intervento del giudice. Il costo è pressoché identico.

Se marito e moglie non trovano un accorso viene avviata una causa ma già dopo la prima udienza il giudice sospende la convivenza e stabilisce i provvedimenti in materia di mantenimento.

Solo per le coppie sposate è previsto l’assegno di mantenimento all’ex coniuge. Ai conviventi non è dovuto nulla. 

Tale assegno però spetta solo se il richiedente è privo di reddito o ha un reddito insufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita di prima ed è, nello stesso tempo, impossibilitato a procurarselo. Così viene negato o fortemente ridotto il mantenimento alla giovane donna, con formazione universitaria, ancora in grado di lavorare (si pensi alla trentenne con esperienze lavorative). 

Il mantenimento viene negato se il giudice accerta che la fine del matrimonio è dovuta a una condotta colpevole del richiedente: infedeltà, abbandono del tetto coniugale, violenze, mancanza di assistenza morale e materiale, ecc. Viene così dichiarato il cosiddetto addebito.

La procedura di separazione non è ovviamente praticabile per le coppie non sposate le quali potranno agire in tribunale solo per la quantificazione dell’assegno di mantenimento per i figli (v. successivo paragrafo).

Separazione con figlio e mantenimento del bambino

Tanto per le coppie sposate quanto per quelle di conviventi, è possibile presentare ricorso in tribunale per chiedere la quantificazione del mantenimento ai figli, mantenimento che è sempre dovuto, a prescindere dalle condizioni economiche dei due coniugi. 

Il tribunale fissa un assegno di mantenimento a carico del genitore che andrà a vivere da solo. L’assegno sarà versato nelle mani del genitore presso cui i bambini vengono collocati.

Si tratta di un importo annuale, diviso in 12 mensilità, per cui va pagato anche per quelle frazioni dell’anno in cui i figli vanno a vivere dall’altro genitore.

Gli alimenti per i figli vengono calcolati sulla base del tenore di vita che questi avevano al momento della convivenza con entrambi i genitori e devono soddisfare non solo le esigenze alimentari, ma anche quelle di salute, sport, educazione, vita di relazione. Di solito non supera mai un terzo del reddito del genitore.

La collocazione dei figli viene quasi sempre assegnata alla madre che, di solito, è ritenuta la figura più adeguata per crescere la prole in età scolare. 

L’affidamento però resta congiunto a entrambi i genitori: padre e madre quindi avranno il potere di prendere le scelte più importanti per la crescita, educazione e istruzione. Decisioni unilaterali da parte del genitore convivente sono consentite solo per quanto attiene all’ordinaria amministrazione.

Il genitore che non vive coi figli avrà il diritto-dovere di far loro visita secondo un calendario fissato dal tribunale in base all’età dei bambini e alle loro esigenze. Di solito si tratta di tre giorni a settimana, con alternanza durante le feste e le vacanze.

Assegnazione della casa

A prescindere dal fatto che sia in affitto o di proprietà dell’ex coniuge, la casa viene assegnata al genitore presso cui vanno a stare i bambini. Questi ha diritto a restarvi finché non si trasferisce o fino a quando i figli non andranno a vivere da soli.

Con l’assegnazione della casa, però, il genitore si assume anche l’obbligo di pagare le utenze e le spese condominiali. 

Il mutuo resta a carico del proprietario dell’immobile che ritorna nel possesso non appena cessa il diritto di abitazione dell’ex.


note

Autore immagine: it.depositphotos.com


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