Imprese: come uscire dalla crisi Coronavirus

4 Maggio 2020 | Autore:
Imprese: come uscire dalla crisi Coronavirus

Ottenere liquidità con i prestiti bancari garantiti dallo Stato non è una buona idea: l’erogazione è lenta, l’indebitamento sale e ci sono rischi di fallimento.

Con l’avvio della Fase 2 i problemi per le imprese permangono e per certi versi si acuiscono. Chi riapre deve fare i conti con tutti i costi del riavvio produttivo e con le misure organizzative da adottare per garantire il rispetto dei protocolli di sicurezza. Tutto questo in un momento in cui il fatturato degli ultimi due mesi è stato spesso pari a zero e il bisogno di liquidità è estremamente urgente.

Intanto dallo Stato gli aiuti economici promessi stentano ad arrivare. Il nuovo decreto legge atteso per aprile (era stato promesso entro Pasqua) dovrà essere ribattezzato “Decreto maggio” e sarà varato, sperabilmente, entro questa settimana dal Consiglio dei ministri. Metterà in campo 55 miliardi, ma più della metà saranno destinati a sussidi per lavoratori e non, come il nuovo Reddito di emergenza.

Imprese grande e piccole di tutti i settori in questo momento sono accomunate dalla stessa domanda: come uscire dalla crisi Coronavirus. Alcuni si sono rivolti verso i prestiti alle imprese garantiti dallo Stato in base al Decreto liquidità di inizio aprile: la garanzia è del 100% per gli importi fino a 25mila euro e del 90% per quelli superiori e fino a 800mila euro e l’ammontare del prestito trova il limite del 25% del fatturato dell’anno precedente.

Poche imprese hanno tentato questa strada: i dati finora disponibili dicono che le domande pervenute al Fondo garanzia sono meno del 4% della platea degli aventi diritto, anche se proprio oggi il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, comunica i dati di Mediocredito centrale, secondo cui sono pervenute 65.800 domande, di cui 31.400 accolte per un importo di oltre 4,6 miliardi di euro di finanziamenti, dei quali 970 milioni per finanziamenti fino a 25mila euro (per questi microprestiti le domande sono 52.300).

Sembra ancora molto poco rispetto all’ampio numero dei potenziali beneficiari, stimabile in almeno 5 milioni di imprese ed autonomi. Forse molte pratiche sono ancora giacenti in istruttoria presso le banche e qui si rivela un grosso svantaggio del meccanismo: ottenere il finanziamento non è facile, ci sono molti ostacoli da superare e la procedura non è rapida come promesso dal Governo e come servirebbe alle aziende.

I ritardi nell’erogazione sono di parecchie settimane e spesso sono dovuti alla valutazione del merito creditizio. Per sbloccare questa situazione, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha chiesto alle banche «un atto di amore, uno sforzo per erogare subito liquidità alle imprese».

Ma le banche non agiscono per beneficienza, sono imprese anch’esse e quando prestano denaro guardano innanzitutto, per non dire esclusivamente, il loro interesse. Dunque è ben difficile che accolgano questo sollecito di natura politica e offrano una disponibilità fattiva e concreta, superando le norme e le procedure che regolano la loro attività di concessione del credito, seppur garantito dallo Stato.

Ma soprattutto, i debiti contratti dalle imprese attraverso questi nuovi prestiti aggravano ulteriormente la loro situazione finanziaria che, per la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19, nella maggior parte dei casi è già compromessa. I soldi ottenuti con il prestito sarebbero destinati a pagare i debiti recentemente accumulati verso i fornitori e le tasse, non appena terminerà il breve periodo di sospensione. Alcune banche pretendono che parte del finanziamento venga destinato a saldare insoluti pregressi nei loro stessi confronti.

Così queste risorse fresche verrebbero utilizzate per risolvere in emergenza una serie di situazioni debitorie già pendenti e si dissolverebbero in fretta, come la pioggia assorbita dal deserto, senza riportare affatto l’impresa in salute. Questo tipo di finanziamenti purtroppo non favorisce la ripresa del tessuto produttivo, con nuovi investimenti e nuova occupazione.

Anzi, le imprese che ricorrono ai prestiti bancari si troveranno ancor più indebitate di prima ed è prevedibile che, se la crisi non si risolverà a breve, non riusciranno a restituire i finanziamenti ottenuti. A quel punto, la banca si troverebbe nella posizione di creditore privilegiato e l’impresa che non è in grado di rimborsare non avrebbe via di scampo dalle sue pretese esecutive, che sarebbero esercitate in maniera molto più forte di quanto potrebbe fare un normale creditore privato e non munito di garanzie.

Finora, infatti, i decreti legge emanati dal Governo non hanno minimamente toccato la rigorosa procedura prevista dalla legge fallimentare, al di là della breve sospensione per la proposizione delle istanze durante lo stretto periodo emergenziale. Per gli amministratori ci sarebbe addirittura il rischio di bancarotta preferenziale se dovesse emergere che il denaro è stato utilizzato per parare i creditori sociali, come i fornitori, anziché la banca creditrice della restituzione rateale del finanziamento. E se la crisi era già grave al momento della richiesta di prestito, scatterebbe anche il reato di ricorso abusivo al credito bancario.

Sarebbe opportuno che il nuovo Decreto legge intervenisse in questo ambito per prevenire questi rischi molto più gravi e profondi di quello della crisi dovuta al Coronavirus. Occorrono provvedimenti specifici e urgenti per fornire un aiuto reale, non illusorio o addirittura, come abbiamo visto, potenzialmente dannoso, alle imprese in difficoltà. Una soluzione potrebbe essere, ad esempio, quella di prevedere indennizzi proporzionati ai danni subiti dal sistema produttivo in termini di calo di fatturato o di ricavi: contributi o finanziamenti a fondo perduto, non prestiti. Oppure quella di ristrutturare tutti i debiti che le aziende hanno incolpevolmente maturato durante l’emergenza e a causa della crisi. «Per ripartire servono aiuti, non prestiti», ha detto il Commissario europeo al mercato unico, Thierry Breton. Perché senza aiuti “veri” le imprese rischiano di ridurre l’attività, licenziare il personale, chiudere e addirittura fallire.



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