Coronavirus e terapia del plasma, cosa sappiamo

4 Maggio 2020
Coronavirus e terapia del plasma, cosa sappiamo

Tra le varie sperimentazioni che si stanno conducendo per trovare una cura al Covid-19 c’è anche quella che utilizza gli anticorpi sviluppati dai guariti.

Si fa un gran parlare della terapia del plasma contro il Coronavirus. Un trattamento che divide la scienza (ma è difficile trovare un aspetto di questa pandemia che non divida virologi, immunologi e scienziati in genere). Si tratta, sostanzialmente, di iniettare ai malati di Covid il plasma iperimmune, cioè proveniente da pazienti che hanno sviluppato anticorpi al virus dopo la guarigione.

Perché la terapia fa ben sperare

Oggi, il Corriere della Sera riporta un’intervista di Giusi Fasano a Giuseppe De Donno, primario di Pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova. De Donno sostiene che il trattamento stia funzionando e racconta il caso specifico di un 28enne contagiato, che la scorsa settimana si era aggravato. “Abbiamo chiesto al comitato etico di usare il plasma, ci hanno dato il consenso… Dopo 24 ore era già sfebbrato e stava bene, ieri lo abbiamo svezzato dal ventilatore. È un ragazzo arrivato qui senza altre patologie oltre al Covid, doveva essere intubato e invece fra due giorni lo potremo restituire ai genitori”.

L’ospedale di Mantova, insieme a quello di Pavia, hanno avviato la sperimentazione su poco meno di 100 pazienti, cui si è aggiunto il 28enne salvato in extremis. De Donno sostiene che funzioni in base ai risultati che lo studio, in attesa di pubblicazione: c’è il caso del 28enne, ma anche il fatto che nessun malato di Covid curato con plasma iperimmune sia morto durante tutto il mese di aprile, e nessuno si è aggravato.

C’è comunque una precisazione importante che De Donno fa: “Non possiamo alimentare false speranze – dice al CorrSera -. Se la malattia ha lavorato a lungo fino a compromettere la funzionalità degli organi non c’è plasma che tenga. In quel caso la mortalità resta alta perché la virosi non c’è più e quindi non è più il virus il nemico ma sono i danni prodotti dal virus. Per questo i pazienti molto gravi non possono essere arruolati nel nostro protocollo di ricerca”. In pratica: agire tempestivamente è la chiave per salvare vite, se questo tipo di terapia è in grado di farlo.

Per De Donno, ospite oggi a su Radio Cusano Tv Italia, la terapia potrebbe rivelarsi importante anche per la Fase 2. “Il plasma può essere congelato e durare fino a 6 mesi in stoccaggio – ha detto il primario di Pneumologia di Mantova – , per questo abbiamo creato una banca del plasma. Riusciamo anche ad aiutare altri ospedali. Creando banche plasma in giro per l’Italia riusciremmo ad arginare un’eventuale seconda ondata“.

Perché c’è cautela da parte di alcuni scienziati 

Certamente può essere definita promettente come terapia, ma per alcuni colleghi di De Donno i risultati della sperimentazione non sono abbastanza. Tra questi c’è il virologo Roberto Burioni che, sul suo sito Internet Medical Facts, scrive che “i risultati preliminari di questa pratica sembrano incoraggianti, ma ancora riguardano un numero troppo esiguo di pazienti (5, 10 e 6) e soprattutto manca il fondamentale ‘braccio di controllo’ (pazienti che dovrebbero ricevere il ‘placebo’, in questo caso il siero – o il plasma – di individui sani), e proprio per questo sono in corso studi in tutto il mondo che ci daranno una risposta chiara a questa domanda. In questo momento disperato si sta tentando di percorrere questa strada anche per curare le persone colpite dal Coronavirus: si prende il plasma (che è tutto quello che c’è nel sangue tolti globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, quindi la parte liquida) di un individuo guarito, si verifica la presenza degli anticorpi e infine si somministra ai malati”.

Burioni menziona proprio l’ospedale di Pavia, dove, precisa, “è stata introdotta una variante: non vengono arruolati nella donazione del plasma tutti i pazienti, ma solo quelli che contengono un’alta quantità di anticorpi in grado di neutralizzare il virus, e in questo caso i risultati sembrano ancora più incoraggianti. Questa terapia è molto promettente, ma dobbiamo capirne bene i limiti”.

Burioni ritiene anche che gli anticorpi per la terapia possano provenire non solo dall’uomo (e quindi essere in quantità comunque limitata) ma anche dalle più avanzate tecnologie, che permettono di “isolarne i geni e produrne in laboratorio una quantità illimitata, grazie al clonaggio di anticorpi monoclonali umani. Il problema è che per produrre e sperimentare il siero artificiale ci vuole tempo, tempo durante il quale avere una terapia efficace – pur con tutti i limiti descritti – sarebbe importantissimo”.



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