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Bossing: ultime sentenze

8 Giugno 2020
Bossing: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: mobbing verticale discendente o bossing; differenza tra mobbing e bossing; strategia aziendale finalizzata all’estromissione del lavoratore dall’azienda; indebolimento delle resistenze psicologiche; manipolazione del soggetto mobbizzato; aggressione o vessazione psicologica della vittima; demansionamento; lesione dei diritti fondamentali del lavoratore.

Bossing: cos’è?

Per “mobbing” si intende un comportamento, reiterato nel tempo, da parte di una o più persone, colleghi o superiori della vittima, teso a isolarla e a respingerla dell’ambiente di lavoro, con conseguenze negative dal punto di vista sia psichico sia fisico. Per “bossing” (o “mobbing” verticale) si intende la vessazione da parte di un superiore gerarchico del lavoratore, di solito utilizzato per ridurre il personale, ringiovanire o riorganizzare uffici o reparti.

Tribunale Milano, 23/07/2004

Bossing e mobbing: differenze

Il fenomeno del “mobbing” consiste in una condotta vessatoria, reiterata e duratura, individuale o collettiva, rivolta nei confronti di un lavoratore ad opera di superiori gerarchici (“mobbing” verticale) e/o colleghi (“mobbing” orizzontale), oppure anche da parte di sottoposti nei confronti di un superiore (“mobbing” ascendente), mentre, in alcuni casi si tratta di una precisa strategia aziendale finalizzata all’estromissione del lavoratore dall’azienda (“bossing”).

Tribunale Pinerolo, 14/01/2003

Bossing: strategia aziendale vessatoria 

Perché si possa parlare di atti di “mobbing”(persecuzione) e/o “bossing”(sottomissione), necessita che si sia determinata sul luogo di lavoro un’oggettiva situazione persecutoria, per essere stato il dipendente sottoposto ad una serie continua di comportamenti arbitrari da parte dei superiori (mobbing verticale) e/o altri colleghi (mobbing orizzontale), con l’unico scopo di danneggiare il sottoposto e/o collega, in quella che é la sua posizione lavorativa. Ciò implica, in definitiva, una consapevole strategia unitaria vessatoria e non singoli atti che possono rientrare nell’ordinaria dinamica del rapporto di lavoro e che si pongono come conseguenti a conflitti interpersonali causati da antipatia, sfiducia, scarsa stima.

T.A.R. Pescara, (Abruzzo) sez. I, 20/06/2012, n.300

Danno esistenziale

In ipotesi di mobbing, la lesione dei diritti fondamentali del lavoratore è produttiva di danno esistenziale ravvisabile nelle ferite inferte alla sfera di autostima ed eterostima in ambito lavorativo ed alla immagine professionale del lavoratore medesimo, ridimensionata senza sua colpa a seguito di quanto subito dai colleghi di pari grado (c.d. mobbing orizzontale) e/o dai superiori (mobbing verticale o bossing): tale danno alla professionalità del lavoratore, tutelata dagli art. 2, 35 e 41 cost., è risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Tribunale Forli’, 10/03/2005

Mobbing e bossing: gli elementi caratterizzanti

In tema di mobbing, gli elementi caratterizzanti sono: l’aggressione o la vessazione psicologica della vittima; la potenzialità lesiva della condotta; la durata nel tempo dei comportamenti vessatori; la ripetizione e/o reiterazione delle azioni ostili, che le rende sistematiche; l’andamento progressivo della persecuzione psicologica, con l’individuazione di sei fasi di sviluppo del fenomeno; il dolo specifico.

(Nella specie, non ricorrendo contestualmente tutti i parametri oggettivi che trasformano un normale conflitto interpersonale sul posto di lavoro in una vera e propria situazione di mobbing verticale o bossing, la Corte ha respinto la domanda).

Corte appello L’Aquila sez. lav., 03/03/2016

Estromissione del lavoratore dall’azienda

Il c.d. “mobbing” consiste in una condotta vessatoria, reiterata e duratura, individuale o collettiva, rivolta nei confronti di un lavoratore ad opera di superiori gerarchici (“mobbing” verticale) e/o colleghi (“mobbing” orizzontale), oppure anche da parte di sottoposti nei confronti di un superiore (“mobbing” ascendente), talora corrispondente ad una precisa strategia aziendale finalizzata all’estromissione del lavoratore dall’azienda (“bossing”).

Il lavoratore subordinato sottoposto al c.d. “mobbing” può invocare tutela non solo sul piano extracontrattuale ma anche in forza del contratto di lavoro subordinato con riferimento ai diritti assicurati dagli art. 2087 e 2103 c.c. Il “mobbing” da diritto al risarcimento del danno subito anche non patrimoniale, nelle sue varie componenti (danno biologico, esistenziale e morale).

Tribunale Pinerolo, 03/03/2004

Vessazione da parte di un superiore gerarchico 

È noto che per “mobbing” si intende un comportamento, reiterato nel tempo, da parte di una o più persone, colleghi o superiori della vittima, teso a isolarla e a respingerla dall’ambiente di lavoro, con conseguenze negative dal punto di vista, sia psichico sia fisico. Il cd. “bossing” (o “mobbing” verticale) è la vessazione da parte di un superiore gerarchico del lavoratore, di solito utilizzata per ridurre il personale, ringiovanire o riorganizzare uffici o reparti.

Tribunale Milano, 06/05/2005

Mutamento delle mansioni del lavoratore

Non può considerarsi idonea a configurare bossing o mobbing la mera decisione aziendale di mutare le mansioni del lavoratore in quanto essa costituisce esercizio dello “ius variandi” del datore di lavoro, salvo provarne la illegittimità per la violazione dell’art. 2103 c.c. e con le sole conseguenze in tale norma prevista.

Tribunale Milano, 30/06/2006

Tutela delle condizioni di lavoro: disagi e pressioni 

La dequalificazione (o cd. demansionamento) si distingue da fenomeni piuttosto similari ad essa e, tra questi, spiccano principalmente le cd. vessazioni sul lavoro e cioè il cd. “mobbing” e il cd. “bossing”.

Infatti, mentre “mobbing” e “bossing” rappresentano condotte datoriali illecitamente finalizzate a mortificare il lavoratore al di là di qualunque ragionevole misura con lo scopo, rispettivamente, di farlo sentire colpevolmente o incolpevolmente amareggiato (“mobbing”) e di allontanarlo dall’ambiente lavorativo (“bossing”), la dequalificazione professionale si estrinseca fondamentalmente nel denegato riconoscimento della qualifica impiegatizia acquisita dal prestatore di lavoro, previo affidamento, allo stesso, di incarichi che presentino un minor grado di responsabilità e di rilevanza all’interno dell’ufficio, incarichi che dovrebbero essere affidati al personale collocato nelle qualifiche inferiori. Ed è proprio la detta componente che vale a distinguere l’aspetto dequalificatorio da qualsiasi altro atteggiamento che non sia direttamente collegato alla qualifica rivestita dal soggetto dequalificato o in via di dequalificazione.

L’adibizione del dipendente a mansioni inferiori comporta, di regola, la sua dequalificazione professionale, ma se all’assegnazione si accompagna una condotta datoriale lesiva e denigratoria, cioè se l’attribuzione dei compiti di minore qualità si palesa quale pretesto finalizzato a vessare il dipendente, verrà a configurarsi un vero e proprio “mobbing”.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. II, 02/03/2015, n.3421

La configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro

Il mobbing consiste nel susseguirsi di attacchi frequenti e duraturi e di soprusi da parte dei superiori gerarchici (cd. mobbing verticale discendente o bossing) o di altri colleghi di lavoro (cd. mobbing orizzontale, ove avvenga tra soggetti parigrado, ovvero mobbing ascendente, ove il soggetto passivo dei comportamenti in esame sia un superiore gerarchico) che hanno lo scopo di isolare il lavoratore, di danneggiarne i canali di comunicazione, il flusso di informazioni, la reputazione o la professionalità, di intaccare il suo equilibrio psichico, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in sé stesso, nonché di provocarne le dimissioni.

Si tratta, in altre parole, di una successione di episodi traumatici correlati l’uno con l’altro ed aventi come deliberato scopo l’indebolimento delle resistenze psicologiche e la manipolazione del soggetto “mobbizzato”. Il fenomeno in esame si caratterizza, sotto il profilo soggettivo, dal dolo del soggetto agente, da intendersi nell’accezione di volontà di nuocere o infastidire o comunque svilire in qualsiasi modo il proprio sottoposto o collega di lavoro.

In sostanza, ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Tribunale Roma sez. lav., 11/04/2019, n.3673



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3 Commenti

  1. Ho avuto un capo che mi faceva uscire pazzo… Praticamente mi diceva di fare una cosa, dopo averla fatta, mi diceva di cambiare di nuovo tutto. Mi faceva svolgere mansioni che richiedevano l’intervento di un tecnico, cose su cui davvero avrei potuto rischiare conseguenze gravi….Insomma, poi, dopo che ho letto una notizia di cronaca grave, ho deciso di dare le dimissioni, perché non ce la facevo più e non volevo mettere a rischio la mia vita

  2. Io penso che una persona debba sentirsi tranquilla di lavorare senza che il capo ti rivolga continui insulti e ti disprezzino sul piano personale… Cioè, fammi pure commenti e critiche sul mio lavoro, ma non dire che non valgo nulla come persona, non entrare nella mia vita privata dicendo ecco perché tuo marito ti ha abbandonata, ecco perché i tuoi figli fanno quello che vogliono, ecc…cioè devi restare fuori da queste dinamiche personali e private… Io sono andata in depressione, poi sono andata incontro all’anoressia…metti il divorzio e queste situazioni spiacevoli… ho pensato per un attimo di volerla fare finita..ma poi grazie all’aiuto di un professionista ora sono rinata ed ho mandato a quel paese quell’infame del mio capo.

  3. I capi o i superiori dovrebbero farti sentire sereno sul lavoro. Se io realizzo un lavoro e tu per tuoi capricci personali lo elimini e poi mi vieni a dire che non l’ho fatto perché non vuoi pagarmi e non rispondi al telefono per darmi spiegazioni sei un vigliacco e un infame… questi giochetti ho scoperto che il furbetto li aveva già fatti con altri. Io ho abbandonato la barca in tempo prima di affondare, anche se purtroppo ho perso un bel po’ di soldi… Tuttavia, anche psicologicamente, mi stava distruggendo quella pressione e quello stress, perché il soggetto in questione secondo me non stava neanche tanto bene e faceva impazzire anche me se avessi proseguito quel lavoro…

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