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Cosa si rischia a spostare una panchina pubblica?

4 Maggio 2020
Cosa si rischia a spostare una panchina pubblica?

Spostare una panchina da una piazza a una via integra reato? Si può punire chi si impossessa di una semplice sedia di proprietà del Comune?

Immagina di vivere vicino a una piazza. Qualche centinaio di metri più avanti c’è una panchina in ferro, agganciata a terra da solidi fermi. Ogni volta, per andarti a sedere su di essa, devi fare diversi passi a piedi. E siccome nessuno la usa, hai deciso, una bella notte, di smontarla e sistemarla poco più in là, vicino alla tua abitazione. Lo puoi fare? Cosa si rischia a spostare una panchina pubblica da una strada ove è fissata con le viti? Il semplice fatto di dislocare la seduta da un luogo pubblico ad un altro, magari limitrofo, ma più comodo a chi agisce, può essere sanzionato? Di questo particolare caso si è occupata la Cassazione con una recente sentenza [1]. Ecco la sintesi della pronuncia. 

La Corte si è occupata del caso di un uomo che, in un piccolo paese della Puglia, si era impossessato, a fine di profitto, di una panchina in ghisa, di proprietà del Comune, «commettendo il fatto con violenza sulla cosa esposta a pubblica fede».

Si può parlare, in un caso del genere, di reato? Assolutamente sì, secondo la Corte che, nel caso di specie, ha condannato l’imputato per furto.

Secondo i giudici supremi prelevare una panchina pubblica posizionata in una piazza e collocarla in un vicolo non è condotta catalogabile come mero trasferimento. Pertanto, scatta la condanna per furto con l’aggravante connessa alla violenza praticata sul bene pubblico: nel caso di specie, si era appurato, difatti, che la panchina era stata portata via grazie alla rimozione degli agganci e delle viti che la fissavano al terreno e ciò aveva reso necessaria una reinstallazione per riportarla alla sua collocazione originaria. 

Da ciò si evince che lo stesso reato di furto si potrebbe configurare anche con riferimento a una panchina di plastica, magari di quelle che vengono collocate nelle vie della città in occasione di feste e sagre. Il semplice fatto che la panchina possa essere, in pochi istanti, ricollocata lì dov’era prima non conta. Né conta – sottolinea la Corte – il fatto che il bene sia rimasto comunque sul suolo pubblico. Ciò che rileva, ai fini dell’integrazione del reato di furto, è la sottrazione dal luogo ove la panchina si trovata e l’impossessamento da parte del reo. 

Dunque, chi sposta una panchina – fissa o mobile che sia – da un luogo all’altro della stessa strada o anche dello stesso Comune risponde sempre di furto.

Decisiva l’azione delle forze dell’ordine che prima hanno constatato che «la panchina, situata in una piazza del paese, era stata smontata dal suolo, e che sul posto erano stati lasciati solo i bulloni», poi attraverso l’attività di indagine hanno «individuato il responsabile, reo confesso» e, infine, hanno rinvenuto la panchina, che era stata collocata in un vicolo, a ridosso del muro esterno di alcune abitazioni.

In sostanza, «la panchina non risultava più destinata ad uso pubblico, essendo stata solo appoggiata ad un muretto», ed «essendo stata sottratta al dominio della pubblica amministrazione», è logico parlare di furto, osservano i giudici di merito. Riconosciuta, peraltro, anche «l’aggravante della violenza sulla cosa, essendo stata alterata l’integrità funzionale del bene».

A nulla è valsa la difesa dell’uomo il quale ha fatto leva sul fatto che la panchina non fosse stata nascosta nella propria abitazione o nel giardino ma era rimasta comunque in un luogo pubblico, aperta all’utilizzo di tutti, rimanendo così nella sfera di vigilanza del possessore, cioè il Comune. Tesi però respinta dalla Cassazione secondo cui «ai fini della consumazione del delitto di furto è sufficiente che la cosa sottratta sia passata, anche per breve tempo, sotto l’autonoma disponibilità dell’agente» e in questo caso l’uomo «spostando la panchina in altra zona della città se ne era evidentemente impossessato» e quindi «la permanenza del bene su suolo pubblico appare irrilevante», osservano i giudici.

Quanto poi all’aggravante della violenza sulle cose, essa scatta tutte le volte in cui il soggetto, per commettere il fatto, manomette l’opera dell’uomo posta a difesa o a tutela del suo patrimonio in modo che per riportarla ad assolvere la sua originaria funzione sia necessaria un’attività di ripristino.   


note

[1] Cass. sent. n. 13505/20.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 4 marzo – 30 aprile 2020, n. 13505

Presidente Ciampi – Relatore Esposito

Ritenuto in fatto e in diritto

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, ha confermato la sentenza del Tribunale di Taranto del 26 febbraio 2018, con cui Sh. Vi. era stato condannato alla pena di mesi otto di reclusione ed Euro quattrocento di multa in relazione al reato di cui agli artt. 624 e 625 cod. pen. (per essersi impossessato a fine di profitto di una panchina di ghisa di proprietà del Comune di Manduria, commettendo il fatto con violenza sulla cosa esposta a pubblica fede) (in Manduria il 15 maggio 2009).

Il personale di P.G. aveva constatato che la panchina, situata nella piazza di S. Antonio di Manduria era stata smontata dal suolo e che sul posto erano stati lasciati solo i bulloni. Grazie alle attività di indagine, era individuato il responsabile, reo confesso, ed era rinvenuta la panchina, che si trovava in vico Torrerossa, a ridosso del muro esterno delle abitazioni.

La panchina non risultava più destinata ad uso pubblico, essendo stata solo appoggiata ad un muretto. Essendo stata sottratta al dominio della pubblica amministrazione, ricorrevano gli estremi del reato di furto.

Era altresì riscontrabile l’aggravante della violenza sulla cosa, essendo stata alterata l’integrità funzionale del bene.

2. Lo Sh., a mezzo del proprio difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello, proponendo due motivi di impugnazione.

2.1. Violazione di legge per insussistenza dell’elemento oggettivo del reato.

Si deduce che la panchina sottratta era rimasta nella sfera di vigilanza del possessore, cioè il Comune di Manduria, in quanto non era stata nascosta in un’abitazione privata, ma era stata riposta un vicoletto, magari poco frequentato, ma comunque esposto al pubblico passaggio.

2.2. Violazione di legge per insussistenza dell’aggravante della violenza sulle cose. Si rileva che la panchina non era stata danneggiata, rotta, trasformata in altro né che fosse stata mutata la sua destinazione. Essa era stata collocata il luogo dove assolveva comunque alla medesima finalità di uso pubblico cui era stata destinata.

2.3. Violazione di legge in relazione alle norme sulla prescrizione del reato.

Si osserva che, per effetto dell’esclusione della contestata aggravante, il reato doveva ritenersi prescritto.

3. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato, in quanto ai fini della consumazione del delitto di furto è sufficiente che la cosa sottratta sia passata, anche per breve tempo, sotto l’autonoma disponibilità dell’agente (Sez. 5, n. 41145 del 22/10/2010, D’Agostino, non massimata; Sez. 4, n. 21757 del 30/03/2004, Scipioni, Rv. 229167; Sez. 4, n. 31461 del 03/07/2002, Carbone, Rv. 222270; Sez. 5, n. 2622 del 29/10/1992, dep. 1993, Demirov, Rv. 194318; Sez. 2, n. 13324 del 18/03/1986, Loticco, Rv. 174451).

Nel caso in esame, infatti, lo Sh., spostando la panchina in altra zona della città se ne era evidentemente impossessato, per cui la permanenza del bene su suolo pubblico appare irrilevante ai fini della configurabilità del reato.

4. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato, poiché, in tema di furto, l’aggravante della violenza sulle cose è configurabile tutte le volte in cui il soggetto, per commettere il fatto, manomette l’opera dell’uomo posta a difesa o a tutela del suo patrimonio in modo che per riportarla ad assolvere la sua originaria funzione sia necessaria un’attività di ripristino (Sez. 5, n. 7267 del 08/10/2014, dep. 2015, Gravina, Rv. 262547).

Tale principio è applicabile al caso in esame, perché la panchina era stata chiaramente asportata mediante la rimozione degli agganci e delle viti che consentivano di mantenerla infissa al terreno e sarebbe stata necessaria una sua nuova reinstallazione, al fine di ricollocarla stabilmente nel posto originario.

5. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato, perché, in conseguenza della correttezza della qualificazione del reato come furto aggravato il termine massimo di prescrizione di anni dodici e mesi sei non è ancora scaduto alla data odierna.

6. Per le ragioni che precedono, il ricorso va dichiarato inammissibile con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e – non sussistendo ragioni di esonero – al versamento della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


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