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Editoriali Il Cnf e la tassa sui futuri avvocati: questa volta nessuna ribellione

Editoriali Pubblicato il 16 ottobre 2013

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> Editoriali Pubblicato il 16 ottobre 2013

Mentre il Cnf è impegnato a dirigere le trattative con il ministro Cancellieri – l’ex nemico giurato – per l’approvazione dei nuovi parametri forensi, la notte scorsa il Governo ha varato, con un colpo a sorpresa, la nuova tassa sui futuri avvocati (leggi l’articolo “Nuova tassa per avvocati, notai e magistrati”). In altre circostanze, la reazione dell’organo rappresentativo degli avvocati sarebbe stata completamente diversa. Il pensiero va a quando venne imposta, con decreto legge, la reintroduzione della mediazione. In quell’occasione, il Consiglio Nazionale Forense protestò a gran voce, lamentando la mancata concertazione con l’avvocatura.

Questa volta, invece, regna un imbarazzante silenzio.

Qual è la differenza tra le due situazioni? Certamente, in prima battuta, gli interessi in gioco. Nel caso della mediazione, ad essere “limitati” erano gli interessi di chi era “già dentro” l’ordine e, soprattutto, degli studi che potevano vantare una certa clientela. Oggi, invece, il pregiudizio lo subisce chi sta “fuori”, i giovani che ancora non sono avvocati, ma che, comunque, hanno svolto gli anni di tirocinio.

Solo alcuni giornali hanno dato la notizia della nuova imposta sull’esame di abilitazione (imposta che applica 50 euro a cranio per ogni aspirante avvocato). Il sito del Cnf, invece, sembra addirittura all’oscuro di ciò.

Eppure ci sarebbero serie ragioni per cui lamentarsi. Non in ultimo il fatto che risulta difficile trovare, in un esame di abilitazione professionale, l’indice di ricchezza che, secondo la nostra Costituzione, è il necessario presupposto per qualsiasi forma di imposizione fiscale.

Anzi, a tutto voler concedere, l’esame di avvocato, oggi, è proprio un indice di “povertà”, di assenza di attività e di reddito (poste peraltro le note incompatibilità).

La storia, come sempre, ci insegna molto.

Quando gli antichi romani conquistarono le terre barbare, ampliarono i loro confini e aumentò il numero dei popoli soggetti all’imperatore. Si trattava prevalentemente di una questione economica: imporre le tasse di Roma e annettere un quarto del globo rese più forti coloro che gestivano il potere centrale.

Come sempre succede, però, l’incremento demografico, se accompagnato da politiche inique e sperequative (specie quelle fiscali), prima o poi crea malcontento. E ribellione. I barbari diventarono più numerosi dei patrizi e conquistarono così le mura della città eterna. Il resto è storia.

Negli scorsi anni, l’avvocatura italiana ha adottato una politica estremamente aperta all’ingresso. Alcune Corti di Appello sono state veri e propri bocchettoni per l’accesso alla professione ed i “tributi” dei neo iscritti hanno, in qualche modo, giovato a chi era già “dentro” l’ordine.

Ma oggi, proprio come gli antichi barbari, i giovani esigono il rispetto dei propri diritti di cittadinanza. Non è perciò tollerabile l’indifferenza e il silenzio di chi sembra ignorare gli interessi dei molti “piccoli”.


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