Processi: come si svolgeranno nella Fase 2 del Coronavirus

5 Maggio 2020 | Autore:
Processi: come si svolgeranno nella Fase 2 del Coronavirus

Udienze da remoto ma non sempre e non per tutti: il caos normativo genera incertezza e mette a rischio i diritti di difesa e di partecipazione delle parti. 

Dal 12 maggio, terminata l’attuale fase di sospensione delle attività considerate non urgenti, la giustizia italiana riprenderà il via, ma non ancora – e per alcuni forse non più – con il regime normale che vigeva prima del Coronavirus. Sono infatti intervenute nuove regole per disciplinare il processo da remoto che, in via tendenziale, dovrebbe essere il modello di riferimento per la Fase 2, fino al termine dell’emergenza che, per ora, in ambito giudiziario è stato fissato al 31 luglio.

Le regole concrete di funzionamento di ciascun ufficio giudiziario saranno stabilite da ogni Tribunale e corte d’Appello secondo «principi di cautela e gradualità». La riapertura non sarà dunque uniforme in tutta Italia, ma progressiva e differenziata a seconda delle specifiche situazioni locali.

Per questo una circolare del ministero della Giustizia prevede l’adozione di «linee guida da concordare con le autorità sanitarie e i Consigli dell’Ordine locali al fine di individuare le modalità di prevenzione del contagio più funzionali al contesto territoriale e di riferimento». Gli avvocati quindi saranno chiamati ad esprimersi sulle modalità più opportune da adottare in ciascun Foro.

Quello che è certo è che gli operatori giudiziari – non solo avvocati e magistrati ma anche cancellieri, periti, polizia giudiziaria e gli stessi cittadini che frequentano le aule come parti del processo o come testimoni – dovranno abituarsi a una “nuova normalità” di cui però resta incerta sia l’effettiva portata sia la durata, più o meno transitoria. Infatti durante l’emergenza sono intervenute nuove disposizioni legislative che hanno modificato profondamente il quadro delle regole processuali.

Il “pasticciaccio” comincia quando sul Decreto Cura Italia appena convertito in legge [1] e che contiene le norme specifiche per tutte le attività giudiziarie – tra le quali spicca l’introduzione del processo a distanza anche nel penale – si innesta il nuovo Decreto legge [2] appena varato dal Governo in materia di giustizia che cambia le regole del gioco proprio sui processi a distanza.

Prevede, infatti, che le regole appena introdotte in via definitiva dal Cura Italia divenuto legge, nel processo penale «non si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti». Il consenso di tutte le parti coinvolte diventa quindi indispensabile per dire sì all’udienza da remoto, svolta in videoconferenza.

A determinare questo importante correttivo apportato dal Governo in via di decretazione d’urgenza ha giocato, probabilmente, sia l’opposizione manifestata dagli avvocati verso un’introduzione indiscriminata e generalizzata del processo a distanza sia alcune constatazioni oggettive sullo stato dell’organizzazione giudiziaria, ritenuta non in grado di reggere a questo improvviso impatto. Ad esempio, i cancellieri che attualmente lavorano in modalità agile, con lo smart working, in molti casi non possono accedere ai registri informatizzati in ambito civile. Il meccanismo penale, invece, non è ancora informatizzato e rimane affidato all’oralità degli interventi e alla produzione di documenti essenzialmente cartacei.

Intanto il nuovo Decreto legge (che ora sta iniziando l’iter approvativo in Senato verso la futura conversione in legge) ha anche stabilito che le udienze, qualora vengano celebrate da remoto, nei processi civili dovranno avvenire con la necessaria presenza del giudice nell’ufficio giudiziario, mentre il Decreto Cura Italia convertito si limitava a prevedere la presenza fisica, nei processi penali, del solo cancelliere nei locali del palazzo di giustizia dove l’udienza deve tenersi, ma non anche del giudice.

Le critiche a questa decretazione d’urgenza che si innesta su una norma appena divenuta legge, oltretutto con interventi parziali e a macchia di leopardo (le nuove norme sulla giustizia riguardano anche le scarcerazioni e le intercettazioni), piovono da più parti. I magistrati protestano soprattutto da un punto di vista formale: «Nella storia della Repubblica non è mai accaduto che una norma processuale introdotta con legge di conversione contenente modifiche ad un precedente decreto legge sia stata a sua volta emendata, il giorno stesso della sua entrata in vigore, da un ulteriore decreto legge contenente modifiche delle modifiche», rimarca la giunta esecutiva centrale dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati.

Gli avvocati, invece, paventano il rischio che l’impatto delle nuove norme incida sul diritto di difesa e in particolare sullo svolgimento del contraddittorio tra le parti processuali, che ne costituisce il principale cardine. Un collegamento, sia pur audiovisivo, a distanza in videoconferenza non è infatti la stessa cosa di un contatto che avviene alla presenza delle parti nel medesimo luogo, ossia con il meccanismo di celebrazione delle udienze previsto dai rispettivi codici di procedura, civile e penale.

Le garanzie difensive, quindi, non vengono assicurate e rischiano di essere seriamente compromesse. Oltretutto, la disparità di trattamento emerge anche dal diverso regime stabilito per le udienze civili rispetto a quelle penali. C’è ancora, però, la possibilità di rimediare. Dal punto di vista normativo, operando durante l’iter di conversione in legge del nuovo decreto giustizia e apportando in via parlamentare tutti i correttivi necessari.

Nella prassi delle attività giudiziarie, invece, potrebbe avvenire che la mancanza di consenso di una delle parti obblighi, nel penale, la celebrazione del processo in modalità tradizionale, oppure, nel civile, che il giudice, dopo una prima udienza tenuta da remoto, fissi il prosieguo disponendo la modalità di trattazione cartolare. Ma in questo modo verrebbe compromesso un altro fondamentale principio del processo che conosciamo, quello dell’oralità.

Comunque l’emergenza Coronavirus non sembra il miglior momento per intervenire a livello normativo sulla disciplina degli impianti processuali, in ambito sia civile sia penale, che meriterebbero molta più ponderatezza. Nel concreto, le parti processuali troveranno invece, con il necessario buon senso dei giudici e degli avvocati e la disponibilità degli operatori amministrativi, le soluzioni adeguate per superare anche questa difficile fase transitoria. E il frutto di questa esperienza potrà meglio orientare le prossime decisioni del legislatore.


note

[1] Art. 83 del D.L. n.18/2020 del 17 marzo 2020, convertito,con modificazioni, in Legge 24 aprile 2020, n. 27  intitolato “Nuove misure urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare“.

[2] D.L. 30 aprile 2020, n. 28 “Misure urgenti per la funzionalità dei sistemi di intercettazioni di conversazioni e comunicazioni, ulteriori misure urgenti in materia di ordinamento penitenziario, nonchè disposizioni integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta Covid-19“.


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