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Cane che scappa

5 Maggio 2020
Cane che scappa

Il cane esce per strada e aggredisce un uomo: il padrone è responsabile? Risarcimento e multa.

Lasciare scappare un cane dal cancello può costare caro. Innanzitutto, per il cane che scappa è prevista una sanzione amministrativa da 25 a 258 euro. Si tratta di un comportamento che un tempo era punito come reato e che, successivamente, è stato depenalizzato. La condotta sanzionata è quello di chi lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta. 

Si deve trattare di animali pericolosi, sicché non ci sarà illecito penale per chi si lascia sfuggire un gatto o un cagnolino di piccola taglia non aggressivo. 

Il cane che scappa però potrebbe causare danni ad altri animali o lesioni alle persone. Così, se il quadrupede dovesse azzannare una gallina del vicino questi avrebbe comunque diritto a chiedere il risarcimento del danno.

In più, c’è il classico morso al passante o la caduta del ciclista contro cui il cane abbia abbaiato. In tali casi, può scattare innanzitutto una condanna penale per il reato di lesioni personali colpose. Inoltre, c’è la condanna civile al risarcimento dei danni subiti dalla vittima.

A ricordare le principali conseguenze del cane che scappa dal cancello o da altro recinto – ma il discorso potrebbe essere pacificamente esteso anche al cane che sfugge dal guinzaglio del proprio padrone quando lo porta a spasso – è stata una recente sentenza della Cassazione [1].

La responsabilità per animali in custodia scatta – ai sensi dell’articolo 2052 del codice civile – a prescindere dalla volontà del padrone. È sufficiente un rapporto di qualsiasi tipo con l’animale per rispondere di tutte le conseguenze da questi procurate a terzi, salvo dimostrare che il fatto sia avvenuto per un «caso fortuito» ossia inevitabile ed imprevedibile (è il caso del cane innervosito dal passante volontariamente).

Ai fini della condanna penale, tuttavia, è necessario accertare anche che vi sia stata una colpa del padrone nella custodia del quadrupede, colpa che invece il codice civile non richiede (si parla a riguardo di responsabilità oggettiva).

Secondo la Corte, consentire al proprio cane – di grossa taglia – una facile uscita in strada può costare una condanna penale se il comportamento del padrone denota scarsa diligenza nella custodia del grosso animale.

Nel caso di specie, la donna titolare dell’animale aveva aperto il cancello elettrico della propria casa e non si era resa conto che il cane era subito uscito dalla recinzione per poi aggredire un passante causandogli una lesione alla coscia sinistra.

Questa disattenzione è stata ritenuta sufficiente per condannare la donna, a cui è stato contestato di non avere provveduto alla «adozione delle cautele necessarie alla custodia» dell’animale. Un comportamento più prudente avrebbe richiesto una maggiore attenzione, soprattutto alla luce della potenziale pericolosità del quadrupede. 

A inchiodare la padrona, quindi, «l’obbligo di custodia degli animali», obbligo che sorge ogni qualvolta sussista «una relazione di semplice detenzione, anche solo materiale o di fatto, tra l’animale e una determinata persona». 

La responsabilità penale prescinde peraltro dall’appartenenza e risulta irrilevante il dato formale relativo alla registrazione dell’animale all’anagrafe canina o all’apposizione di un microchip di identificazione. Per cui, il marito rimasto d’estate in città con il cane di proprietà della moglie può essere responsabile dei danni da quest’ultimo causati a terzi.

La Cassazione rimarca che «in materia di lesioni colpose si è specificato che la posizione di garanzia assunta dal detentore di un animale impone l’obbligo di controllarlo e di custodirlo adottando ogni cautela per evitare e prevenire le possibili aggressioni a terze persone anche all’interno dell’abitazione», e in questa ottica va tenuto presente che «la pericolosità del genere animale non è limitata esclusivamente ad animali feroci ma può sussistere anche in relazione a quelli domestici o di compagnia come il cane, di regola mansueto, così da obbligare l’adozione di tutte le possibili cautele necessarie a prevenire le prevedibili reazioni dell’animale ed idonee a neutralizzare il rischio di eventi pregiudizievoli per le terze persone, prevedibili alla stregua delle norme di comune esperienza».

«Al fine di escludere la colpa rappresentata dalla mancata adozione delle debite cautele nella custodia di animali, non è sufficiente che esso si trovi in un luogo privato e recintato ma è necessario che tale luogo abbia caratteristiche idonee ad evitare che l’animale possa sottrarsi alla custodia e al controllo, superare la recinzione, raggiungere la pubblica via ed arrecare danno a terze persone».


note

[1] Cass. sent. n. 13464/20 del 30.04.2020.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 4 marzo – 30 aprile 2020, n. 13464

Presidente Menichetti – Relatore Tornesi

Ritenuto in fatto

Con sentenza emessa in data 18 maggio 2019 il Giudice di Pace di Vibo Valentia dichiarava S.M. responsabile del reato di cui all’art. 590 c.p. e la condannava alla pena di euro 800 di multa.

1.1. Alla predetta imputata veniva ascritto di avere omesso di impedire, per colpa consistita nella mancata adozione delle cautele necessarie alla custodia di un cane di grossa taglia, che il predetto animale aggredisce la persona offesa L. causandogli una lesione personale alla coscia sinistra.

Fatto commesso in Tropea il 14 novembre 2013.

1.2 Il giudice di merito preveniva al convincimento della colpevolezza della predetta imputata rappresentando che risultava comprovato che la mattina del 14 novembre 2013 S.M., nell’aprire il cancello elettrico della sua casa in Tropea, non si avvedeva del fatto che il cane di grossa taglia usciva dalla recinzione della sua abitazione ed aggrediva la persona offesa e il suo cagnolino.

2. S.M. ricorre per cassazione avverso la predetta sentenza denunciando il vizio di violazione di legge in relazione agli artt. 43 e 590 c.p., 125, comma 3, 192, commi 1 e 2, 546, comma 1, lett. e) c.p.p. e il vizio motivazionale.

Sostiene che il giudice di merito si è limitato ad una mera ricostruzione del fatto senza procedere al doveroso approfondimento sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato.

Evidenzia che non è stata fatta corretta applicazione dei principi di diritto in tema di omessa custodia di animali, che impone di accertare la loro effettiva pericolosità. Lamenta inoltre che non è stato operato alcun giudizio sul tema della prevedibilità in concreto circa la condotta aggressiva del cane.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.

2. I motivi di ricorso, in quanto strettamente connessi, vengono esanimati unitariamente.

3. Osserva il Collegio che il giudice di merito ha considerato compiutamente i fatti ravvisando positivamente – e cioè senza ricorso alle presunzioni legali di cui all’art. 2052 c.c. – la sussistenza del rapporto di causalità tra la condotta tenuta da S.M. e l’evento addebitato ed accertata altresì la colpa della predetta rimarcando la circostanza che si trattava di un cane di grossa taglia e che non erano state adottate dalla predetta, la quale aveva azionato l’apertura del cancello elettrico, le debite cautele nella custodia, tant’è che il predetto animale era uscito dal cancello della sua abitazione.

Tale decisione risulta conforme a diritto non presenza i vizi denunciati, facendo corretta applicazione dei principi di diritto in subiecta materia.

Per valutare la condotta in questione può aversi riguardo a quanto stabilito dall’art. 672 c.p. che, a prescindere dalla intervenuta depenalizzazione avvenuta ai sensi degli artt. 33 e 38 della legge 24 novembre 1981, n. 689, costituisce tuttora un valido termine di riferimento per la valutazione della colpa sul tema della omessa custodia e mal governo di animali.

Si rammenta che, secondo giurisprudenza di legittimità (sez. 4, n. 51448 del 17/10/2017, Rv. 271329; sez. 4, n. 34813 del 2/7/2010, Rv. 248090), l’obbligo di custodia degli animali ai sensi di tale disposizione sorge in ogni qualvolta sussista una relazione di semplice detenzione, anche solo materiale o di fatto, tra l’animale e una determinata persona non essendo necessario un rapporto di proprietà in senso civilistico. Ed invero tale posizione di garanzia prescinde dalla nozione di appartenenza e risulta irrilevante il dato formale relativo alla registrazione dell’animale all’anagrafe canina o all’apposizione di un microchip di identificazione (sez. 4, n. 17145 del 17/1/2017).

Ed ancora, in materia di lesioni colpose si è specificato che la posizione di garanzia assunta dal detentore di un animale impone l’obbligo di controllarlo e di custodirlo adottando ogni cautela per evitare e prevenire le possibili aggressioni a terzi anche all’interno dell’abitazione (sez. 4, n. 18884 del 16/12/2011 Rv. 18814) e che la pericolosità del genere animale non è limitata esclusivamente ad animali feroci ma può sussistere anche in relazione a quelli domestici o di compagnia come il cane, di regola mansueto, così da obbligare l’adozione di tutte le possibili cautele necessarie a prevenire le prevedibili reazioni dell’animale ed idonee a neutralizzare il rischio di eventi pregiudizievoli per i terzi, prevedibili alla stregua delle norme di comune esperienza (sez. 4, n. 6393 del 10/1/2012, Rv. 251951).

Risulta pienamente conferente al caso di specie il richiamo all’indirizzo giurisprudenziale cui questo Collegio intende dar continuità che, al fine di escludere la colpa rappresentata dalla mancata adozione delle debite cautele nella custodia di animali, ha affermato che non è sufficiente che esso si trovi in un luogo privato e recinto ma è necessario che tale luogo abbia caratteristiche idonee ad evitare che l’animale possa sottrarsi alla custodia e al controllo, superare la recinzione, raggiungere la pubblica via ed arrecare danno a terzi (sez. 4, n. 47141 del 09(10/2007, Rv. 238251; affermazioni analoghe si rinvengono anche in Sez. 4, n. 14829 del 14/03/2006, rv. 234035).

Né nel caso in esame è stata allegata, da parte della S., l’esistenza di un evento imprevedibile ed inevitabile estraneo al rischio tipico relativo alla fattispecie (che la prova dell’esistenza del caso fortuito gravi sull’imputato cfr. ex plurimis, Sez. 2, n. 20171 del 07/02/2013, Rv. 255916).

4. Il rigetto del ricorso comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 


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