Perché le banche sono restie a prestare soldi adesso

6 Maggio 2020 | Autore:
Perché le banche sono restie a prestare soldi adesso

Per quale motivo gli istituti bancari frenano con numerosi ostacoli i prestiti previsti dal Decreto Liquidità e garantiti dallo Stato? 

I prestiti alle imprese ed ai lavoratori autonomi con partita Iva stabiliti dal Decreto Liquidità non sono decollati nonostante la garanzia statale che copre al 100% quelli fino a 25mila euro e al 90% quelli superiori e fino ad 800mila euro.

I ritardi accumulati si misurano ormai in parecchie settimane: molti di coloro che avevano presentato la domanda agli inizi di aprile non hanno ancora ottenuto l’approvazione della pratica da parte della banca. Quindi la liquidità promessa non è arrivata alla maggior parte dei richiedenti. Come abbiamo scritto di recente, la liquidità arriva col contagocce ed abbiamo fornito i dati più recenti disponibili sul numero di domande presentate e accolte oppure ancora giacenti.

Eppure le norme contenute nel Decreto legge non prevedono, per i microprestiti, nessuna valutazione del merito creditizio e anche per quelli di importo superiore dovrebbe seguirsi una procedura accelerata, come auspicato e sollecitato più volte dal Governo. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è arrivato a chiedere alle banche “un atto di amore, uno sforzo per erogare subito liquidità alle imprese”.

Anche l’Abi, Associazione bancaria italiana, in numerosi comunicati ha garantito la piena disponibilità degli istituti ed ha assicurato la massima velocità di erogazione. Ma nonostante le buone intenzioni molte pratiche di finanziamento giacciono ancora in istruttoria all’interno delle singole banche: all’atto pratico, compaiono diversi ostacoli da superare (documenti da produrre, dichiarazioni da presentare, valutazioni da compiere) per ottenere quell’erogazione così necessaria.

Ora, però, emerge il probabile motivo che condiziona e rallenta le decisioni delle banche, e spiega perché sono così restie a prestare soldi adesso. A chiarirlo è in prima persona il premier Giuseppe Conte, che in un’intervista sul Fatto Quotidiano di oggi interviene proprio sulle modalità di erogazione dei prestiti e sul comportamento del sistema bancario.

Innanzitutto, il presidente del Consiglio ricorda che “Per le somme basse, fino a 25mila euro, la procedura consente maggiore speditezza. Sopra quella soglia alle banche occorre un’istruttoria. Anche se la garanzia dello Stato copre pressoché integralmente il rischio delle somme erogate”.

Ma poi spiega che c’è un problema più profondo. “Le banche, dovendo comprimere i tempi d’istruttoria e prestare soldi anche a imprese in tensione finanziaria, temono di essere coinvolte un domani nel concorso in reati collegati alla bancarotta. In pratica di aver contribuito a tenere artificiosamente in vita aziende già decotte”.

Ecco dunque spiegato il motivo che frena le banche (e non è nemmeno facile da raccontare ai clienti): la paura di essere accusate, nel prossimo futuro, di reati di bancarotta per aver concesso con troppa facilità prestiti garantiti dallo Stato ad imprese di cui conoscevano lo stato di difficoltà economica.

In effetti un comportamento di questo genere potrebbe essere considerato dagli inquirenti come un aiuto indebito offerto all’impresa per sfuggire al fallimento e diventerebbe penalmente rilevante nella forma del concorso agevolativo. La difficoltà per le banche è accentuata dal fatto che non è facile distinguere chi si trova in crisi per effetto del Coronavirus da chi lo era già prima dell’emergenza e questo spiegherebbe le maggiori richieste di documenti e i tempi dilatati per le valutazioni da parte delle direzioni degli istituti.

Scrivevamo qualche giorno fa in Imprese: come uscire dalla crisi Coronavirus che uno dei principali rischi dei prestiti previsti dal Decreto Liquidità era proprio quello di bancarotta preferenziale per gli amministratori e ora dalle esternazioni del premier Conte emerge che le stesse banche si preoccupano perché potrebbero essere coinvolte in questo reato.

Se è così, ovviamente, preferiscono rimanerne fuori nel modo più semplice, ossia negando il prestito o sottoponendolo a condizioni più stringenti e garanzie ulteriori rispetto a quelle previste dal Decreto Liquidità, che vieta le erogazioni solo a chi è già iscritto in Centrale Rischi ma non pone alcun ostacolo alla concessione del prestito per chi si trova in difficoltà economica. Anzi, le norme sono state create proprio per favorire il ricorso al credito da parte di chi ha urgente bisogno di liquidità perché ha subito un drastico calo dei ricavi durante i mesi di lockdown e, nel frattempo, deve fronteggiare i costi fissi che permangono.

Anche il segretario generale della Fabi, la Federazione autonoma bancari italiani, è dello stesso parere: “Qualche banca ha rallentato perché corrono il rischio di essere accusati di reati, in concorso, come la bancarotta preferenziale o la bancarotta semplice delle imprese a cui concedono i prestiti garantiti dallo Stato: l’aiuto a imprese di cui già si conosce la difficoltà economica può essere interpretato come il tentativo di posticipare il dissesto e poi il fallimento“, dice Lando Sileoni in un’intevista a ‘Storie italiane’ su Rai Uno riportata dall’Adnkronos.

Mentre sui microprestiti, la liquidità entro i 25mila euro “sono subentrati quei cosidetti ‘casi di fattispecie’ – c’è la bancarotta preferenziale o la bancarotta semplice come ho detto – quindi si è innescato un meccanismo perverso e qualche banca obiettivamente ci ha marciato: valuta che non è conveniente dare i soldi all’azienda entro i 25mila euro”, aggiunge Sileoni in un successivo intervento a Mattino 5 su Canale 5, preannunciando che “su questo usciremo in settimana, abbiamo tutta una serie di documenti e ce lo possiamo permettere”.

La questione, dunque, è ancora aperta anche perché lo stesso segretario generale di Fabi ritiene che le banche pretendano dal Governo uno scudo penale per rendersi immuni da accuse di questo tipo. Ma dalle bozze del Decreto maggio ancora in fase di elaborazione sui tavoli del Governo non trapelano provvedimenti in tal senso. Intanto, molte domande di prestiti rimangono di fatto bloccate; ma il motivo dell’intoppo è finalmente emerso.



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