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Quali sono i diritti negati alle coppie di fatto?

7 Maggio 2020 | Autore:
Quali sono i diritti negati alle coppie di fatto?

Partner e reciproci obblighi. Differenze tra matrimonio, unioni civili e relazioni non riconosciute. Onori e oneri dei rapporti affettivi.

La tendenza degli ultimi anni in Italia e in Europa è quella di sostituire il matrimonio con la convivenza. Le relazioni affettive stabili, secondo molti, non devono tradursi necessariamente in una relazione coniugale.

L’idea del “per sempre” può spaventare e, per tal motivo, si sceglie una soluzione intermedia. Infatti, molti decidono di andare a vivere sotto lo stesso tetto senza convolare a giuste nozze. In alcuni casi, si opta per tale soluzione per ragioni prettamente economiche. Non tutte le coppie sono in grado di sostenere i costi di una celebrazione (civile o religiosa), di un ricevimento e di un’eventuale luna di miele.

Tuttavia, a differenza di ciò che si può pensare, se dal punto di vista affettivo i legami non si differenziano, vi possono essere delle divergenze significative sotto il profilo giuridico. Non è, infatti, vera l’affermazione secondo cui i soggetti uniti civilmente, i coniugi e le coppie di fatto hanno stessi diritti e uguali doveri.

Nel nostro articolo intendiamo soffermare l’attenzione sulle dinamiche che caratterizzano tali relazioni e chiederci quali sono i diritti negati alle coppie di fatto. Per fare ciò dobbiamo necessariamente richiamare le disposizioni del diritto di famiglia.

Quali sono i diritti all’interno del matrimonio?

Nel sistema del diritto civile italiano il rapporto coniugale rappresenta la regola generale delle relazioni affettive. La nostra Costituzione afferma, infatti, che la famiglia è la società naturale fondata sul matrimonio.

Negli anni di adozione della Carta fondamentale, il tipo predominante di matrimonio era quello religioso. La società del tempo, infatti, non guardava di buon occhio le nozze civili o celebrate con riti diversi. Il tessuto sociale era impregnato della cultura cristiana cattolica e nell’immaginario collettivo la consacrazione del rapporto d’amore doveva realizzarsi sull’altare dinanzi a Dio.

Nel corso degli anni la situazione è lentamente cambiata e la scelta degli sposi è variata. Molte coppie scelgono ancora oggi il matrimonio concordatario, ma molte altre prediligono il rito civile puro.

In entrambi i casi, però, è necessario realizzare degli adempimenti (pensa, ad esempio, alle pubblicazioni) e seguire una determinata procedura. Le nozze, infatti, devono essere celebrate dinanzi a un ufficiale di stato civile (il sindaco o il sacerdote). Questi, a sua volta, deve leggere pubblicamente le disposizioni relative ai diritti e ai doveri nascenti dal matrimonio.

Ebbene sì: il rapporto coniugale non ha una valenza esclusivamente amorosa, ma ha dei riflessi importanti sul piano giuridico. Il patto nuziale, infatti, impone ai coniugi di mantenere un determinato comportamento l’uno nei confronti dell’altro ed entrambi nei confronti dei figli.

In particolare dal matrimonio derivano le seguenti conseguenze:

  1. marito e moglie si collocano su un piano di parità giuridica: essi assumono gli stessi diritti e doveri. Nessuno dei due è sovraordinato all’altro o è capo della famiglia o detta le regole di condotte alle quali l’altro deve sottostare. Il regime patriarcale del padre padrone è stato definitivamente soppresso;
  2. entrambi i coniugi devono contribuire ai bisogni della famiglia in ragione delle proprie capacità: il contributo non deve essere necessariamente di natura professionale o lavorativa. I padri costituenti, infatti, hanno voluto dare il giusto risalto e un’adeguata importanza anche al lavoro casalingo;
  3. entrambi i coniugi sono reciprocamente obbligati alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla coabitazione, alla collaborazione nell’interesse della famiglia;
  4. gli sposi devono essere tutelati sia nella fase fisiologica (quando, cioè, in famiglia le cose vanno per il verso giusto) sia in un’eventuale fase patologica (ossia in presenza di un’eventuale separazione e/o divorzio).

I principi introdotti dalla Costituzione hanno rivoluzionato il sistema di pensiero degli anni Quaranta e sono stati pienamente attuati in Italia a partire dal 1975, anno di riforma del diritto di famiglia.

Cosa sono le unioni di fatto?

La mutata sensibilità delle coscienze ha spinto il legislatore a prendere atto dei cambiamenti intervenuti nel modo di vedere le relazioni d’amore. Il nostro sistema ha quindi dovuto adattare la normativa vigente alle nuove esigenze delle coppie di fatto. Si tratta sostanzialmente delle convivenze more uxorio (ossia secondo le modalità matrimoniali) che fino a qualche tempo fa non avevano alcuna protezione giuridica.

Nel 2016 è stata così adottata la famosa legge sulle unioni civili [1] finalizzata a disciplinare le relazioni che non potevano o non volevano confluire nel matrimonio. L’obiettivo perseguito dal nostro ordinamento è stato quello di riconoscere loro una tutela il più possibile ampia.

In particolare, per espressa affermazione del legislatore, è stata introdotta l’unione civile tra coppie dello stesso sesso intese come formazioni sociali riconosciute dalla Costituzione.

Al pari del matrimonio, la procedura si compie attraverso una dichiarazione di due soggetti maggiorenni dinanzi a un ufficiale di Stato civile che, in tal caso, può essere soltanto il sindaco. Non è, infatti, ipotizzabile un’unione civile concordataria in quanto la Chiesa non riconosce relazioni diverse da quelle coniugali.

L’unione civile viene registrata dal sindaco (altra analogia con il matrimonio). Da tale adempimento derivano un complesso di diritti e di doveri riconosciuti ai componenti della coppia. In particolare, le parti:

  1. possono scegliere di adottare un cognome comune;
  2. assumono gli stessi diritti e doveri, tra cui, in particolare l’obbligo alla coabitazione, il dovere di contribuire ai bisogni della famiglia con le proprie risorse professionali o casalinghe e il dovere alla reciproca assistenza morale e materiale;
  3. adottano, salva diversa convezione patrimoniale, il regime della comunione dei beni;
  4. sono soggette a tutte le norme che si riferiscono al matrimonio contenute nel codice civile e nelle leggi speciali: pensa, ad esempio, al diritto al risarcimento del danno nel caso di decesso di una delle due parti per colpa di un altro soggetto, al diritto di fare visita in carcere alla persona, al diritto di assistere il proprio compagno durante il ricovero in ospedale.

Le disposizioni contenute nella legge Cirinnà si applicano anche ai conviventi eterosessuali che stipulano un apposito contratto. In questo caso si utilizza l’espressione di conviventi di fatto per intendere l’unione di due persone maggiorenni non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da unione civile.

Quali sono i diritti negati ai conviventi di fatto?

Anche se il rapporto di convivenza regolato dalla legge presenta molte analogie con il matrimonio, vi sono delle divergenze importanti che distinguono le due situazioni. Le differenze fondamentali rispetto al rapporto coniugale riguardano i seguenti ambiti:

  • adozione: gli uniti civilmente non possono adottare o ottenere in affidamento dei figli. Questo divieto si estende anche all’ipotesi di adozione del figlio del proprio compagno o della propria convivente;
  • obbligo di fedeltà: non è menzionato all’interno della legge e, dunque, non è valutato come vigente tra le parti della relazione;
  • rapporti ereditari: il convivente di fatto non è considerato erede legittimo del suo compagno e, dunque, non ha diritto alla quota di riserva in caso di decesso. Il legislatore riconosce alla parte superstite la possibilità di rimanere nella casa in cui è stata fissata la residenza comune per un minimo di due anni e un massimo di cinque in assenza di figli e per un minimo di tre anni in presenza di figli minorenni;
  • cessazione degli effetti dell’unione civile: a differenza della separazione e del divorzio, la procedura per sciogliere l’unione è soltanto una, ossia la dichiarazione dinanzi all’ufficiale di stato civile. Nel matrimonio, al contrario, si può scegliere tra sistema tradizionale (separazione consensuale con omologazione del giudice o separazione giudiziale con sentenza del tribunale) e sistema breve (separazione con negoziazione assistita o dinanzi al sindaco). Inoltre, nell’unione civile i termini sono molto brevi e, quindi, è più difficile che si verifichino dei ripensamenti.

Quali sono i diritti negati per chi non stipula il contratto di convivenza?

Situazione ancora diversa dal matrimonio e dalle unioni civili è quella delle coppie di fatto senza contratto di convivenza. In tal caso si fa riferimento a due persone dello stesso o di diverso sesso che hanno deciso di non perfezionare il proprio rapporto con il matrimonio o con l’unione civile. Essi si distinguono anche dai semplici fidanzati perché vivono sotto lo stesso tetto e, quindi, hanno avviato una relazione stabile e duratura (almeno nelle intenzioni).

Tali relazioni non sono disciplinate da apposite norme e, di conseguenza, il convivente di fatto che non ha sottoscritto un contratto di convivenza si trova sprovvisto delle tutele riconosciute dalla legge. In tal caso, dunque, non esistono diritti riconosciuti espressamente dall’ordinamento giuridico se non quelli attribuiti al singolo individuo nella sua qualità di persona. Si tratta, in altri termini, delle ipotesi in cui i due soggetti, pur volendo condividere la propria esistenza, decidono di mantenere separati i profili giuridici. Facciamo un esempio.

Luca e Giada sono due giovani ventenni che si trasferiscono a Roma per studiare all’Università. Sono fidanzati da un paio di anni e, quindi, anche per risparmiare sull’affitto, decidono di condividere una casa. Anche se si amano sono troppo piccoli per firmare un contratto che regoli i loro rapporti. Decidono, quindi, di convivere senza assumere specifici impegni.

In casi del genere, dunque, entrambi i ragazzi, pur vivendo insieme, continuano a condurre la propria vita sia da un punto di vista personale sia da un punto di vista giuridico. Essi sono due entità separate che si amano e condividono un appartamento. Non costituiscono in altri termini un nucleo familiare in senso stretto. Luca e Giada possono vantare i diritti che il sistema giuridico riconosce loro come persone (es. istruzione, salute, ecc.), ma non come coppia (pensa, ad esempio, all’adozione dei figli o al regime della comunione dei beni o all’apertura della successione).


note

[1] Legge 20.05.2016 n. 76 “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”


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