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Coronavirus, l’Oms: Non torneremo alla normalità

6 Maggio 2020
Coronavirus, l’Oms: Non torneremo alla normalità

Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità fanno il punto da Ginevra e, per il futuro, non si lasciano andare a previsioni rosee.

Sono lontani i giorni in cui si aspettava a dichiarare la pandemia perché, tutto sommato, c’erano solo ampi focolai di Coronavirus in alcuni paesi, alcuni dei quali vasti come la Cina. Oggi, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), durante la conferenza stampa da Ginevra sull’andamento della pandemia, ha detto che “retrocederà, ma non possiamo tornare alla normalità“. È stato il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus a dichiararlo, senza dare ulteriori spiegazioni sul perché, se il Coronavirus dovesse retrocedere, non potremmo anche riuscire a riconquistare l’agognata normalità, dal cinema agli “assembramenti” a cena con gli amici.

Diciamo che gli esperti dell’Oms, dalla dichiarazione di pandemia in poi, non sono mai stati particolarmente ottimisti sull’evoluzione del virus. Forse anche per cercare di lanciare messaggi che facciano da deterrente a comportamenti imprudenti. Anche oggi, da Ginevra, si è parlato di un possibile, futuro ritorno al lockdown: “Il rischio – ha avvertito il dg – rimane molto reale se i Paesi non gestiscono la transizione con molta attenzione”.

Ghebreyesus ha proposto anche, in qualche modo, ai governi, di vedere nell’attuale pandemia un’opportunità per non farsi mai più trovare impreparati e per rendere più efficienti i sistemi sanitari. “Mentre lavoriamo per rispondere alla pandemia di Covid-19, dobbiamo anche lavorare di più per prepararci per la prossima – ha detto -. Ora c’è un’opportunità per gettare le basi di sistemi sanitari resilienti in tutto il mondo. Questo include che i sistemi si preparino a prevenire e rispondere a patogeni emergenti. La pandemia di Covid alla fine retrocederà, ma non possiamo tornare alla normalità. Il mondo spende circa 7,5 trilioni di dollari per la salute ogni anno, quasi il 10% del Pil globale. Ma i migliori investimenti sono nella promozione della salute e nella prevenzione delle malattie a livello di medicina del territorio, che salverà vite e porterà a risparmi. Prevenire non è solo meglio che curare, è anche più economico”.

Abbiamo già visto come non tutti, nella comunità scientifica, siano sempre d’accordo con quanto l’Oms afferma, in conferenza stampa o nelle sue linee guida. Com’è successo con le mascherine e con il loro uso esteso: l’Organizzazione ritiene che non ci sia alcuna prova della loro efficacia in termini di contrasto al virus (leggi l’articolo: Coronavirus e mascherine, l’Oms controcorrente). Il che fece insorgere (su Twitter) il virologo Roberto Burioni, ma sappiamo anche come lo stesso Burioni sostenesse inizialmente che in Italia il rischio fosse pari a zero. Questo solo per dire che il margine di errore, anche per esperti la cui professionalità è indiscussa, è alto, perché siamo di fronte a un cosiddetto “nemico invisibile” che difficilmente si lascia conoscere in tutte le sue problematiche. Perfino dalla scienza.

L’Oms è intervenuta anche sul calcio, le cui decisioni in materia spettano a governi e federazioni. Certo: riaprire si può se in sicurezza. “La questione che ci poniamo – ha detto Mike Ryan, capo programma di emergenze sanitarie Oms – è quali misure saranno prese per far sì che giocatori e staff siano in sicurezza. Tutti noi vorremmo tornare alla normalità anche per quanto riguarda lo sport, ma dovremmo avere più informazioni su come vengono gestiti i rischi“. Si è parlato anche dell’app per il tracciamento dei contatti, che per l’Organizzazione può essere utile, ma solo come secondario strumento di supporto, rispetto al prioritario impegno di tutti, attraverso la responsabilità individuale e le precauzioni che conosciamo, nel contrastare il virus (leggi l’articolo: Coronavirus, i dubbi dell’Oms sull’app).

Poi una riflessione sui primi contagi in Europa, avvenuti già a fine 2019. “È possibile – ha detto il responsabile tecnico Oms per il Covid Maria Van Kerkhove – che ci siano stati casi, ad esempio in Francia, a fine dicembre, se pensiamo che il primo cluster a Wuhan si è verificato i primi di dicembre”. Kerkhove ha aggiunto che gli esperti Oms non escludono un’altra missione in Cina, per approfondire “gli aspetti epidemiologici e cosa è successo all’inizio a livello di esposizione di diverse specie animali“.



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1 Commento

  1. Certo che non torniamo mai più alla “normalità”, che comunque non lo era già da parecchio tempo. E non è colpa di coronavirus che stato solo un acceleratore della tendenza.

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