Comprare banche dati che risultano rubate è ricettazione

7 Maggio 2020
Comprare banche dati che risultano rubate è ricettazione

La sentenza della Cassazione, che ha confermato la condanna per un imputato, accusato di essersi impossessato di pc e memorie portati in una discarica.

Comprare beni rubati è ricettazione, banche dati comprese. Lo chiarisce una sentenza della Corte di Cassazione [1] depositata proprio oggi, che affrontava il caso di un imputato prima assolto, poi condannato per ricettazione. Parliamo di un uomo cui la polizia, tempo fa, ha trovato in casa una serie di computer e memorie digitali contenenti dati altrui. Non è chiaro come l’uomo se ne fosse impossessato, fatto sta che tutto quel materiale informatico non doveva trovarsi in casa sua, né altrove: doveva essere distrutto, i proprietari avevano portato pc e hardisk in discarica.

Le prove logiche dell’illecito 

Da una prima sentenza, l’uomo era uscito assolto perché, per i giudici, mancava la prova del reato di base della ricettazione e cioè, in questo caso, il furto, l’intrusione abusiva in sistemi informatici altrui o entrambi. È su questo che non ha concordato la Corte d’Appello che ha esaminato il caso in secondo grado. Proprio il fatto che pc e hardisk si trovassero in una discarica per essere distrutti e siano, invece, usciti e ritrovati in mano all’uomo, implica che siano stati rubati.

Non è importante che sia stato l’imputato che li ha poi ricevuti o comprati a rubarli, né che il furto sia specificamente accertato in ogni suo particolare, autori compresi: basta che sia logicamente deducibile. Proprio a “prove logiche“, infatti, si riferisce la Cassazione quando dice che “la provenienza delittuosa del bene può essere desunta”. Appunto, attraverso prove logiche.

La mala fede di chi compra

E non è determinante nemmeno che il reato o i reati presupposti dalla ricettazione siano indicati nel capo di imputazione (anche se in questo caso erano stati indicati). Perché si venga condannati per ricettazione, insomma, basta che l’imputato abbia ricevuto o comprato beni dall’origine oscura o perché “omessa” o perché “non attendibile”: in questo i giudici vedono una “volontà di occultamento” e, quindi, una “mala fede” che rende chi acquista/riceve “inevitabilmente consapevole dell’illecita provenienza” della merce che ha comprato/ricevuto.


note

[1] 13950/20 Cass. sez. II, 07/05/2020.


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