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Furto in azienda: il datore può far pagare i dipendenti?

7 Maggio 2020
Furto in azienda: il datore può far pagare i dipendenti?

Il datore di lavoro può trattenere dalle buste paga dei lavoratori le somme a titolo di risarcimento del danno per gli ammanchi di cassa?

Al termine della giornata lavorativa, nel fare la verifica degli incassi, il tuo capo si è accorto di un grosso ammanco di denaro. Secondo lui non è la prima volta che si verifica tale situazione, ragion per cui ha intenzione questa volta di farvela pagare e di spalmare la perdita su tutti i dipendenti tenuti a vigilare la cassa (e che evidentemente non l’hanno fatto). Così, anche per te, come per i tuoi colleghi, dalla busta paga del prossimo mese sarà detratto un importo. Il tutto, però, senza che venga sporta alcuna querela contro ignoti. 

È legittimo un comportamento del genere? In caso di furto in azienda il datore può far pagare i dipendenti? Cerchiamo la risposta nelle banche dati della giurisprudenza e verifichiamo cosa, in passato, hanno detto i giudici in materia. 

Il datore di lavoro può chiedere un risarcimento del danno ai dipendenti?

Il comportamento qui sopra descritto, per come compiuto dal datore di lavoro, è illegittimo per più di una ragione che avremo modo di spiegare qui di seguito. In teoria, nulla esclude che l’azienda possa rivalersi contro i propri dipendenti nel caso in cui questi abbiano arrecato un danno al patrimonio o alla produzione, ma per farlo deve svolgere una specifica procedura. Procediamo con ordine e vediamo perché, in caso di furto in azienda, il datore non può far pagare i dipendenti.

Innanzitutto, affinché il datore possa chiedere un risarcimento al lavoratore deve intervenire una di queste due condizioni:

  • il riconoscimento esplicito del dipendente che ammetta, senza alcuna costrizione, di essersi impossessato dei beni o del denaro dell’azienda;
  • l’accertamento da parte di un giudice della condotta illecita. 

Dunque, salvo confessione espressa da parte del colpevole, il datore di lavoro non può giudicare e condannare il proprio lavoratore sulla base delle proprie personali convinzioni, per quanto fondate possano apparire. Questo potere è riconosciuto solo al tribunale. 

Tribunale che dovrà peraltro essere interessato o a seguito di una denuncia contro ignoti o persone da identificare oppure attraverso una causa civile di risarcimento del danno. Nella prima ipotesi, è necessario l’accertamento della responsabilità penale, mentre nella seconda è sufficiente dimostrare il mancato adempimento, da parte del dipendente, dei propri obblighi di contratto (ad esempio, una non corretta gestione della cassa).

Il datore di lavoro non può far pagare i dipendenti per il furto in azienda anche per una seconda ragione: prima di ogni sanzione disciplinare, questi deve adottare il particolare meccanismo previsto dallo Statuto dei lavoratori che impone un iter ben definito:

  • invio di lettera di contestazione entro breve termine rispetto all’accertamento dell’illecito disciplinare;
  • concessione di 5 giorni di tempo per la difesa scritta e/o per la richiesta di un colloquio verbale;
  • successiva comunicazione del procedimento disciplinare, con eventuale irrogazione della sanzione. 

Chiaramente, senza alcuna valida prova di colpevolezza, il datore di lavoro non può né applicare la sanzione disciplinare (che altrimenti sarà illegittima), né pretendere un risarcimento del danno.

Che deve fare il datore di lavoro per trattenere dalle paghe dei dipendenti il danno per il furto in azienda?

Se il datore di lavoro ha interesse a recuperare i soldi persi per il furto in azienda dalle buste paga dei dipendenti deve quindi:

  • avviare il procedimento disciplinare per come sopra descritto;
  • azionare una causa civile con richiesta di risarcimento (ammesso che non voglia sporgere querela contro il responsabile, nel qual caso, con la certezza del colpevole, potrà anche procedere al licenziamento).

All’esito della causa, il tribunale valuterà se c’è stata colpa – per scarsa diligenza – nell’omesso controllo della cassa da parte dei dipendenti e, in tal caso, condannerà questi al pagamento di una somma di denaro.

Una volta quantificato esattamente l’importo che il singolo dipendente è tenuto a rimborsare al proprio capo, è diritto di quest’ultimo trattenere la corrispondente somma dalla/e successiva/e busta paga del dipendente medesimo.

A riguardo, la giurisprudenza ritiene che, quando vi è l’esigenza di compensare un risarcimento con lo stipendio del lavoratore, il datore può eseguire una trattenuta superiore a un quinto dello stipendio (limite che viene normalmente imposto solo per i pignoramenti). Dunque, ad esempio, ben potrebbe l’azienda compensare interamente – fino al pareggio – una o più buste paga con le somme che il lavoratore colpevole deve a titolo di risarcimento a seguito di condanna del giudice. 


note

Autore immagine: it.depositphotos.com


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