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Ciclista investe pedone: chi paga?

8 Maggio 2020
Ciclista investe pedone: chi paga?

Incidente stradale e investimento di una persona che corre per strada o in un parco: chi è responsabile e deve risarcire i danni?

Immaginiamo che un ciclista, nel bel mezzo di una passeggiata, acceleri l’andatura per godere del vento in faccia. Poco più avanti, c’è un corridore che fa jogging. Il ciclista lo vede e intraprende la manovra di sorpasso incanalandosi alla sua sinistra; l’altro però non si accorge del veicolo a pedali e, all’ultimo secondo, si sposta sul lato opposto della strada venendo così investito. Dallo scontro, l’unico a farsi male è il pedone che ora vuole essere risarcito. Il ciclista si rifiuta perché – sostiene – la condotta del “runner” è stata imprudente e imprevedibile, essendogli piombato addosso sul più bello. 

Chi ha ragione? Se un ciclista investe un pedone chi paga? 

La questione è stata decisa, di recente, dalla Cassazione nell’ambito di un processo penale per lesioni personali [1].

Il fatto portato sul banco della Corte riguarda uno scontro tra un ciclista e un pedone avvenuto all’interno di un parco pubblico, ma i principi sanciti dai giudici possono essere usati a regola generale per definire qualsiasi altra situazione. Ma procediamo con ordine. 

La bicicletta è un veicolo?

Partiamo da un concetto che spesso si dimentica o si dà per scontato, senza il quale però non possiamo stabilire chi paga se un ciclista investe un pedone.

Anche la bicicletta è un veicolo. Lo dice l’articolo 46 del codice della strada secondo cui «si intendono per veicoli tutte le macchine di qualsiasi specie, che circolano sulle strade guidate dall’uomo». Si tratta di una nozione molto generica, ma che – non facendo riferimento solo ai veicoli a motore – include anche i carri trainati da animali, le slitte, le biciclette, i motocicli e i ciclomotori. Dunque, se per «veicolo» deve intendersi qualsiasi mezzo meccanico guidato dall’uomo, al suo interno vi si trovano tutti i mezzi il cui motore è costituito dalla forza delle braccia, delle gambe e dei piedi (le biciclette), degli animali (come i carri e le slitte), della combustione e dello scoppio (auto, moto, macchine agricole, ecc).

Del resto, a togliere ogni dubbio in merito all’inclusione della bicicletta nei veicoli, è il successivo articolo 47 del codice della strada a norma del quale tra i veicoli sono compresi anche i velocipedi.

Perché ci è servito sapere se la bicicletta è un veicolo? Perché ai veicoli si applica il codice della strada. Dunque, anche il ciclista deve rispettare i divieti, le precedenze, i limiti di velocità, gli stop, le regole sul sorpasso.

Danni procurati dal ciclista: chi paga?

Per il ciclista non esiste l’assicurazione obbligatoria che è imposta solo agli automobilisti e ai conducenti di motocicli (moto) e ciclomotori (scooter e motorini). Questo per via dei minori danni che un mezzo senza motore può potenzialmente produrre. Ma la conseguenza di ciò impatta sulle tasche del ciclista: in caso di investimento di un pedone – o di qualsiasi altro danno procurato a cose o terzi – dovrà essere lui a risarcire il danneggiato.

Pertanto, nell’ipotesi di lesioni gravi procurate a un passante o a un podista, investito dal ciclista, per quest’ultimo ci sarà, oltre al procedimento penale per le lesioni, anche l’obbligo di risarcire il danno e, nel caso di mancato pagamento, un pignoramento dei beni.

Se un ciclista investe un pedone: chi è responsabile?

I pedoni – ma anche i podisti, i runner, chi fa jogging e, in definitiva, chiunque circola a piedi – sono la “parte debole” degli utenti della strada. Ne consegue che, in caso di incidente, spetta all’investitore dimostrare di non avere alcuna colpa e, in ogni caso, di aver fatto di tutto per scongiurare lo scontro. 

Questo vale anche per i ciclisti: in caso di investimento, dovranno provare al giudice non solo di aver rispettato il codice della strada – stante l’equiparazione ai veicoli – ma anche che la condotta del pedone, per quanto azzardata e imprudente, non poteva essere prevista ed evitata. 

Questo perché chi guida un qualsiasi mezzo non deve limitarsi a tenere una condotta prudente, rispettosa dei limiti di velocità e delle regole di legge, ma deve anche prefigurarsi la possibilità che pedoni o altri conducenti possano violare il codice e, quindi, evitare ogni possibile fonte di pericolo.

Tradotto in termini pratici, il ciclista che fa un sorpasso troppo stretto, senza cioè lasciare un sufficiente spazio per scansare eventuali manovre improvvise del podista, è responsabile per il suo investimento. 

C’è peraltro il discorso dei limiti di velocità che, se anche sono rispettosi di quelli imposti dalla segnaletica o dal codice, devono comunque conformarsi allo stato dei luoghi. E, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che, all’interno di un parco, l’andatura debba essere particolarmente moderata e deve tenere conto della presenza di persone dedite alla corsa.  

I giudici supremi hanno così ritenuto il ciclista colpevole di aver pedalato in modo troppo veloce. Di qui, la conferma della condanna per lo scontro con un uomo impegnato a fare jogging: se avesse tenuto una condotta più prudente alla guida del velocipede, difatti, avrebbe potuto reagire prontamente allo spostamento del corridore. 

Al ciclista era stato addebitato di avere «proceduto ad una velocità non adeguata alle circostanze di tempo e di luogo» e di avere perciò «investito un uomo che passeggiava all’interno del parco, cagionandogli la frattura composta della spalla sinistra e numerose altre fratture, lesioni giudicate guaribili in trenta giorni»

Il runner ha spiegato che «stava praticando jogging» quando è stato «urtato violentemente da dietro alla schiena da un ciclista e scaraventato a terra» e ha aggiunto che «non era riuscito ad alzarsi». Il ciclista ha ribattuto «di aver visto il pedone situato alla propria destra e di aver impegnato la parte sinistra per evitarlo, ma, mentre con la ruota anteriore lo aveva sorpassato, il pedone si era spostato verso sinistra e si era determinato un contatto tra la propria spalla e quella del pedone».

Per i giudici di merito, però, poiché l’incidente è avvenuto all’interno di un parco, «al ciclista era richiesta una particolare diligenza nell’affrontare i sentieri del parco stesso, evitando l’investimento di pedoni, la cui presenza era prevedibile». Ciò significa, secondo i giudici, che «il ciclista avrebbe dovuto prefigurarsi la possibilità di incontrare corridori e avrebbe dovuto adeguare la propria condotta di guida, secondo normali criteri di prudenza». In questo caso, se il ciclista «avesse commisurato la velocità allo stato dei luoghi, avrebbe potuto impedire l’impatto col corridore frenando prontamente la bicicletta».

Per i giudici della Cassazione, la responsabilità penale del ciclista è risultata acclarata proprio alla luce della dinamica dell’incidente, ricostruita grazie alle dichiarazioni della persona offesa, dichiarazioni compatibili con le lesioni da essa subite e con tutti gli ulteriori elementi probatori acquisiti.

Decisiva, in sostanza, la evidente «violazione delle regole generali di prudenza e di diligenza» ad opera del ciclista, anche tenendo presente «la prevedibilità della presenza di corridori e dei loro ipotetici spostamenti laterali». Ciò significa che il ciclista «avrebbe dovuto moderare la velocità e superare il runner mantenendo un ampio margine di distanza di sicurezza da lui».

Cosa deve fare il ciclista per evitare la responsabilità?

Oltre a rispettare le regole del codice della strada e tenere una velocità, oltreché rispettosa dei limiti, commisurata allo stato e alle condizioni dei luoghi, il ciclista deve sempre prevedere la possibilità che un pedone sbuchi fuori dalle siepi o attraversi la strada senza guardare. 

In fase di sorpasso, egli deve lasciare un ampio margine di spazio per evitare manovre ravvicinate che potrebbero causare una perdita di equilibrio e la caduta del pedone.

In più, il ciclista deve anche segnalare la propria presenza al corridore mediante i dispositivi acustici, dei quali la bicicletta doveva essere obbligatoriamente dotata.


note

[1] Cass. sent. n. 13591/20 del 5.05.2020. 

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 18 febbraio – 5 maggio 2020, n. 13591

Presidente Di Salvo – Relatore Esposito

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe, il Tribunale di Roma ha confermato la sentenza del Giudice di Pace di Roma del 4 settembre 2017, con cui To. Fa. era stato condannato alla pena di Euro ottocento di multa e al risarcimento dei danni in favore della parte civile in relazione al reato di cui all’art. 590 cod. pen. («perché, alla guida di una bicicletta, per colpa generica, procedendo ad una velocità non adeguata alle circostanze di tempo e di luogo, investiva Ca. De Me., che passeggiava all’interno del Parco degli Acquedotti, cagionandogli la frattura composta della spalla sinistra e numerose altre fratture, lesioni guaribili in giorni trenta» – fatto del 15 settembre 2011, in Roma, nel parco degli Acquedotti).

Il De Me. dichiarava che, alle ore 17.30/18.00, mentre stava praticando jogging, veniva urtato violentemente da dietro alla schiena da un ciclista scaraventato a terra e non era riuscito ad alzarsi. Il To. riferiva di aver visto il pedone situato alla propria destra e di aver impegnato la parte sinistra per evitarlo, ma, mentre con la ruota del manubrio lo aveva sorpassato, il pedone si era spostato verso sinistra e si era determinato un contatto tra la propria spalla e quella del pedone.

Secondo il Tribunale, il Giudice di Pace aveva fatto corretto uso dei criteri di valutazione delle prove e dei principi in materia di prova logica. Il Tribunale ha dato atto della linearità del racconto reso dalla parte civile, dell’assenza di intento calunnioso nei confronti dell’imputato e dei riscontri alla sua deposizione costituiti dalla documentazione medica e dall’esame testimoniale dell’operante e del teste di difesa.

Trattandosi di incidente avvenuto all’interno di un parco, al ciclista era richiesta una particolare diligenza nell’affrontare i sentieri del parco stesso, evitando l’investimento di pedoni, la cui presenza era prevedibile. Nella fattispecie, il ciclista avrebbe dovuto prefigurarsi la possibilità di incontrare corridori e avrebbe dovuto adeguare la propria condotta di guida, secondo normali criteri di prudenza. Se il To. avesse commisurato la velocità allo stato dei luoghi avrebbe potuto impedire l’impatto col corridore frenando prontamente la bicicletta. Tale circostanza era avvalorata dall’agevole sorpasso del pedone ad opera del ciclista Marcangeli Federico, teste di difesa. L’imputato avrebbe dovuto segnalare la propria presenza al De Me. mediante i dispositivi acustici, dei quali la bicicletta doveva essere dotata. Il riferimento alle norme del Codice della Strada risultava sovrabbondante, dovendosi giungere alle medesime conclusioni applicando le regole di diligenza di cui all’art. 590 cod. pen..

2. Il To., a mezzo del proprio difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza del Tribunale, proponendo due motivi di impugnazione.

2.1. Violazione di legge con riferimento all’art. 192 cod. proc. pen..

Si rileva che il giudice di secondo grado è incorso in molteplici carenze motivazionali, non avendo valutato quanto segue: a) la particolare diligenza richiesta ai soggetti dediti allo jogging; b) l’imprevedibilità del mutamento di direzione da parte del corridore; c) l’irrilevanza della presunta inadeguata velocità del ciclista, in quanto l’urto si verificava tra la spalla sinistra della parte offesa e quella destra dell’imputato, cioè quando i due erano affiancati e la metà anteriore della bicicletta aveva già superato il pedone; d) la mancanza di un obbligo del ciclista, al di fuori degli ambiti della circolazione stradale, di dotarsi di campanello; e) l’impossibilità di stabilire la velocità dell’imputato; f) la ricollegabilità delle lesioni all’urto contro il terreno.

I seguenti fattori minavano la credibilità e l’attendibilità del dichiarante: 1) il De Me. era portatore di un interesse patrimoniale ingente, avendo richiesto la somma di Euro quarantaduemila a titolo di risarcimento; 2) il De Me. sosteneva che il ciclista proveniva a velocità inadeguata, mentre, avendo lo sguardo rivolto dinanzi a sé, non poteva conoscerne l’andatura; 3) le dichiarazioni della vittima erano prive di riscontri, in quanto gli altri testi non avevano visto la dinamica dell’incidente; 4) il De Me. non aveva rispettato l’obbligo previsto per i pedoni di transitare, nelle strade sprovviste di marciapiedi o di banchine, lungo il margine opposto alla marcia dei veicoli.

2.2. Violazione di legge in riferimento all’art. 533 cod. proc. pen..

Si osserva che, come sostenuto dal To., il De Me. aveva compiuto un brusco scarto laterale alla propria sinistra di circa 1/1,5 m.. Qualora la bicicletta lo avesse urtato da tergo, l’impatto sarebbe avvenuto con la ruota anteriore o col manubrio ed avrebbe riportato lesioni agli arti inferiori o all’altezza dell’anca.

3. Con memoria difensiva ex art. 611 cod. proc. pen. della difesa della parte civile De Me. Ca., si rileva che i motivi di ricorso si risolvono in una diversa prospettazione del fatto priva di riscontri probatori. Sono altresì censurate tutte le argomentazioni considerate dal ricorrente quali indici di contraddittorietà della motivazione.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

Con riferimento ad entrambi i motivi di ricorso, con cui si formulano plurimi rilievi alla tenuta logica dell’impianto probatorio della sentenza impugnata in riferimento alla carenza di elementi idonei ad affermare la responsabilità di To. Fa. in relazione al reato ascrittigli, è manifestamente infondato.

Va premesso che, secondo l’orientamento consolidato di questa Corte, l’impugnazione di legittimità è proponibile soltanto se denuncia la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la mancanza, la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento gravato, secondo i canoni della logica e i principi di diritto, ma non anche quando attiene a censure che – benché formalmente prospettanti una violazione di legge o un vizio di motivazione – mirano in realtà a sollecitare una diversa ricostruzione dei fatti o una diversa valutazione degli elementi esaminati dal giudice di merito (Sez. 6, n. 11194 del 08/03/2012, Lupo, Rv. 252178; Sez. 5, n. 46124 del 08/10/2008, Pagliaro, Rv. 241997).

Alla Corte di Cassazione spetta soltanto di verificare, in relazione alla peculiare natura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, la congruenza logica e l’adeguatezza della motivazione sul punto (Sez. 4, n. 26992 del 29/05/2013, Tiana, Rv. 255460), senza nessun potere di revisionare le circostanze fattuali della vicenda.

2. Il Tribunale ha dato conto adeguatamente delle ragioni della propria decisione, la quale è sorretta da motivazione lineare e coerente e, pertanto, è sottratta a ogni sindacato nella sede del presente scrutinio di legittimità.

Dalla logica ricostruzione della vicenda criminosa emerge che il giudice a quo ha illustrato le ragioni della credibilità e dell’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, ritenendole compatibili con le lesioni da essa subite e con tutti gli ulteriori elementi probatori acquisiti.

Nella sentenza impugnata la responsabilità è stata affermata alla luce della riscontrata violazione delle regole generali di prudenza e di diligenza e della prevedibilità della presenza di corridori e dei loro ipotetici spostamenti laterali, in quanto il To. avrebbe dovuto moderare la velocità e superare il De Me., mantenendo un ampio margine di distanza di sicurezza da lui.

Le doglianze difensive, benché formalmente dirette a denunciare la contraddittorietà e l’illogicità della motivazione resa dal Tribunale capitolino, si esauriscono in realtà in una contestazione, nel merito, degli elementi di fatto e delle risultanze d’indagine che il giudice a quo giudicava idonei a integrare il compendio probatorio.

3. Per le ragioni che precedono, il ricorso va dichiarato inammissibile con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e – non sussistendo ragioni di esonero – al versamento della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

Il ricorrente va condannato altresì al pagamento delle spese di giudizio sostenute dalla parte civile Ca. De Me., che, tenuto conto della relativa complessità del procedimento, vanno liquidate nell’importo di Euro tremila, oltre accessori come per legge.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende nonché alla rifusione delle spese di giudizio sostenute dalla parte civile Ca. De Me., che si liquidano in Euro tremila, oltre accessori, come per legge.


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