Il padre non deve mantenere il figlio che non cerca lavoro

8 Maggio 2020 | Autore:
Il padre non deve mantenere il figlio che non cerca lavoro

Ai genitori l’onere del sostegno finanziario finché necessario, alla prole quello di impegnarsi a raggiungere l’autonomia economica.

Se hai 34 anni e non ti adoperi per mantenerti da solo, la tua è “inerzia colpevole“. È la conclusione del tribunale civile di Firenze, che ha esaminato il caso di un giovane avvocato. Il padre, fino all’anno scorso, versava regolarmente un assegno mensile di mantenimento per lui, dopo aver divorziato dalla moglie. L’uomo chiedeva di esserne dispensato, essendo il figlio ormai adulto e con una professione. Il tribunale ha accolto il suo ricorso, stabilendo, fondamentalmente, un principio: avendo il 34enne superato l’esame da avvocato (tra l’altro nel 2017) ha tutti gli strumenti per rendersi economicamente autonomo dalla famiglia, facendo quindi venir meno l’obbligo del genitore.

Questione di oneri reciproci

Nel caso specifico, il giovane avvocato ha terminato gli studi dieci anni fa. Ha tentato la strada dei concorsi pubblici, senza passarli. Nel 2017, ha superato l’esame per esercitare la professione legale e ha vissuto, finora, tra casa della madre e quella della nonna. Per il tribunale deve cessare tanto la “legittimazione attiva della madre”, quanto il contributo aggiuntivo del padre. Perché è vero che i genitori hanno in carico i figli finché non sono economicamente autosufficienti, ma è anche vero che l’autosufficienza va cercata e questo è un onere in capo ai figli.

In poche parole, i figli dovrebbero quantomeno adoperarsi, “anche accettando occasioni di lavoro non definitive – scrive il collegio dei giudici – ma solo idonee a consentire di perseguire le proprie aspirazioni professionali”.

L’inerzia colpevole

Quando il figlio non assume l’onere della propria autonomia, si può parlare secondo la Cassazione, di “inerzia colpevole” [1]. È un’espressione che il tribunale riprende, facendo presente che non si può applicare indistintamente a tutti i casi in cui un figlio diventa adulto e non lavora. Possono esserci circostanze che glielo impediscano, come motivi di salute o altre contingenze personali che rappresentino oggettive difficoltà. Ma se queste contingenze non ci sono e non c’è neppure il tentativo di trovare un lavoretto anche transitorio, allora questo costituisce un “indicatore forte di inerzia colpevole”.

In pratica, il tribunale rimprovera il giovane di non aver tentato altre strade dopo i concorsi. Magari anche un impiego modesto che potesse assicurargli anche un piccolo stipendio per affrancarsi dai genitori. E si riporta l’esempio dei tanti studenti universitari, specialmente fuori sede, che si arrangiano come possono per non far gravare il peso del proprio mantenimento sulla famiglia. La conclusione? Darsi una mossa, in sostanza. Altrimenti non è più il genitore a finanziare il figlio, ma il contrario, proprio come in questo caso: il padre non dovrà versare più un euro, mentre ex moglie e figlio pagheranno le spese di lite.


note

[1] Cass. sez. 1, n. 12952 del 22 giugno 2016; Cass. sez. 6-1, ord. n. 5088 del 5 marzo 2018.


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