Lavori edili: vincoli della Consulta sulle ristrutturazioni

9 Maggio 2020 | Autore:
Lavori edili: vincoli della Consulta sulle ristrutturazioni

La Corte Costituzionale rilegge una norma del 2019 e pone dei paletti su demolizioni e ricostruzioni che rischiano di frenare il rilancio del settore.

Proprio mentre il Governo introduce nel decreto Rilancio un credito d’imposta del 110% per chi effettua dei lavori di ristrutturazione finalizzati al risparmio energetico, l’impulso al settore edile rischia di trovare una frenata a causa di una sentenza della Corte Costituzionale [1] che pone dei vincoli a queste opere. In pratica, la Consulta ha stabilito che le ristrutturazioni effettuate con demolizione e ricostruzione devono rispettare il volume, l’area di sedime e l’altezza preesistenti.

Come piega questa mattina Il Sole 24Ore, i giudici hanno ripercorso le varie norme dell’ultimo ventennio sui parametri da rispettare. In un primo momento, il Testo unico del 2001 imponeva di rispettare sagoma, volume, l’area di sedime e anche il materiale costruttivo dell’edificio preesistente. Inoltre, la ricostruzione doveva essere «fedele e identica», vale a dire con vincoli molto rigidi. Nel 2002, si è abbandonato il riferimento all’area di sedime e ai materiali (oltre che al concetto di fedeltà), mantenendo il rispetto di sagoma e volume di ciò che viene demolito.

Successivamente, sono arrivati i «piani casa» affidati alle Regioni, con misure premiali (volumi aggiuntivi) delocalizzazioni, meccanismi che hanno consentito non solo recuperi ma anche rigenerazioni, riusi, riqualificazioni sia di singoli edifici che di maglie del tessuto urbano. Quasi contemporaneamente, norme sul contenimento dei consumi energetici e sull’adeguamento antisismico, unitamente a benefici fiscali, hanno reso vantaggiosi gli interventi di edilizia sostitutiva.

Adesso, la sentenza della Corte Costituzionale rischia di compromettere tutto ciò, a causa di una lettura restrittiva di una norma del 2019 [2], in cui appare una congiunzione («purché») che interessa due momenti particolari dell’attività edilizia: da un lato la demolizione di ciò che già c’è, dall’altro il rispetto delle distanze dai vicini. Se si demolisce, si perde un bene che, per quanto degradato, ha un valore. I vicini, e in particolare i frontisti, possono reagire, anche a distanza di anni, per ottenere il rispetto delle distanze. Queste ultime poi, secondo parametri validi dal 1968, si attestano sui 10 metri da altre costruzioni, distanza che impedirebbe gran parte degli interventi edilizi di ricostruzione.

In questo contesto, la Consulta interpreta la norma del 2019 che ammette la demolizione e ricostruzione con le distanze preesistenti «purché sia effettuata assicurando la coincidenza dell’area di sedime e del volume dell’edificio ricostruito con quello demolito». In altre parole, e secondo i giudici, vengono consentite demolizioni e ricostruzioni, ma solo nel caso in cui siano identici l’area di sedime, il volume e l’altezza. Questo si traduce nel blocco di tutti gli interventi e dei piani casa, quanto meno perché occorre collocare i volumi premiali e le nuove tecniche costruttive.


note

[1] Corte Cost. sent. n. 70/2020 del 24.04.2020.

[2] Art. 2 bis co. 1 ter Testo Unico dell’edilizia n. 380.


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