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Cosa vuol dire cattivi pagatori

10 Maggio 2020
Cosa vuol dire cattivi pagatori

Insolvenza: cosa comporta avere debiti e quali sono le conseguenze di chi viene segnalato nelle liste nere. 

Quante volte abbiamo sentito la parola cattivi pagatori e l’abbiamo associata a un concetto negativo, a un disvalore. Ma chi sa dire davvero cosa vuol dire cattivi pagatori? Cosa significa e cosa comporta questa etichetta e chi decide chi è e chi non è un cattivo pagatore? Esiste una banca dati, una lista di cattivi pagatori e, in tal caso, come ci si può cancellare?

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Cosa significa essere cattivi pagatori?

Non esiste alcuna norma di legge che usi l’espressione «cattivi pagatori». Si tratta dunque di un termine che, per quanto ormai entrato nel linguaggio comune, non assume in termini giuridici alcuna valenza né effetti.

Ciò non toglie, però, che il diritto preveda una serie di conseguenze per chi non paga i debiti, conseguenze che variano a seconda dell’entità dell’importo e del soggetto creditore. 

La definizione di cattivo pagatore richiama la parola debiti e il concetto di insolvenza episodica o strutturale (ossia transitoria o definitiva). È un cattivo pagatore chi non può pagare – non necessariamente per volontà ma anche per incapacità – una mensilità di affitto, un leasing, il finanziamento, una o più rate di mutuo con la banca, una bolletta della luce o del gas e così discorrendo. 

Volendo dunque tradurre in linguaggio giuridico la parola «cattivo pagatore» potremmo usare il termine «insolvente». E, come noto, accanto agli insolventi episodici, ci sono quelli cronici, insieme agli afflitti dalla crisi e dalle reali difficoltà economiche sfilano anche i «furbetti» del pagherò, i quali contribuiscono a connotare di negativo la categoria dei cattivi pagatori.

Quanti sono i cattivi pagatori in Italia?

Quello del sovraindebitamento è un problema sociale che sfugge nella sua reale dimensione. Ci sono i dati di Banca d’Italia, quelli informali dell’Agenzia delle Entrate, quelli delle Centrali rischi. 

Secondo stime pubblicate da Il Sole 24 Ore, in Italia i sovraindebitati sono 1,8 milioni. 

In dettaglio, l’elaborazione (effettuata su dati Banca d’Italia e della Fabi) individua tre macrocategorie: le famiglie e le imprese famigliari (con debiti variabili da 250 euro a 125mila, l’81,71% del totale), le piccole imprese (con esposizioni variabili da 125mila a 500mila, il 13,55% del totale) e le imprese da medio piccole a grandi dimensioni (il 4,74% del totale) con esposizioni superiori al mezzo milione.

Esiste una lista dei cattivi pagatori?

Per quanto si sente spesso parlare di «liste nere» (o black list) dei cattivi pagatori non esiste alcun registro con l’elenco di chi non può pagare i debiti, salvo quando il creditore sia una banca o un altro intermediario finanziario (ad esempio, una finanziaria).

Chi non paga una bolletta, una fattura di un fornitore o il canone di affitto non viene “segnalato” e non subirà alcune conseguenze se non l’azione giudiziaria e il successivo pignoramento da parte del creditore.

Invece, quando il debito pende nei confronti di una banca, le cose vanno diversamente. La legge, infatti, ha istituito delle banche dati pubbliche (la famosa Centrale Rischi interbancaria gestita dalla Banca d’Italia) e private (i Sic, ossia i Sistemi di Informazioni Creditizie, come la Crif, Experian, ecc.) rivolte a garantire il sistema creditizio e la sua stabilità. In particolare, affinché le banche non abbiano a trattare con soggetti non solvibili, che potrebbero incrementare le perdite degli istituti, al ricorrere di determinati indici di rischio i nomi di essi vengono inseriti in tali banche dati. Di lì discendono una serie di conseguenze come l’impossibilità di ottenere prestiti, l’incapacità ad emettere assegni o aprire conti correnti, ecc.

La giurisprudenza ha chiarito che non si può essere “segnalati” per un ritardo di pochi giorni nel pagamento di una rata o per un debito di poche centinaia di euro se la situazione complessiva del debitore non lasci intendere che ci sia una oggettiva e non transitoria insolvenza. 

Inoltre, la segnalazione può partire solo dopo che il debitore abbia ricevuto una diffida scritta da parte del proprio istituto di credito che gli ricordi di saldare il conto. 

Cosa succede a un cattivo pagatore?

Come anticipato, l’etichetta di cattivo pagatore non è un’invenzione del diritto, ma del lessico comune. Sicché, chi viene definito tale non deve per forza preoccuparsi. 

Bisogna, infatti, verificare la natura e l’entità del debito per comprendere quali sono le conseguenze dell’essere un soggetto insolvente. Ricordiamo, qui di seguito, i principali casi:

  1. chi non può pagare un debito con le banche: se il debito con la banca non supera sette rate, il debitore rischia il pignoramento (eventualmente con attivazione dell’ipoteca) e la segnalazione alla Centrale Rischi. Dopo otto rate non saldate (anche non consecutive), la banca può revocare il prestito e chiedere la restituzione dei soldi in un’unica soluzione;
  2. chi non può pagare i debiti con il Fisco: Agenzia Entrate Riscossione notifica le cartelle esattoriali e procede al pignoramento del quinto dello stipendio o del conto corrente bancario (per i lavoratori dipendenti e i pensionati sono previsti dei limiti di non oltre il quinto dei vari accrediti mensili e di non oltre il triplo dell’assegno sociale per le somme già versate al momento del pignoramento). Il pignoramento sulla prima casa è illegittimo, ma se il debitore ha più di un immobile è possibile il pignoramento solo per debiti superiori a 120mila euro;
  3. chi non può pagare assegni e cambiali rischia il protesto e le sanzioni amministrative della Prefettura, oltre alla segnalazione nel registro dei protesti, al divieto di emettere assegni;
  4. chi non può pagare debiti con società private, ivi comprese bollette per utenze rischia solo il pignoramento. Non sono previste segnalazioni o altre conseguenze. 


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