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Canapa alimentare: quando è legale?

16 Maggio 2020
Canapa alimentare: quando è legale?

Sono titolare di un’azienda agricola. Abbiamo realizzato un prodotto alimentare di canapa sativa L. che abbiamo chiamato “Preparato alimentare”, composto da semi di canapa (raccolti dalla piantagione) e parte vegetale secca, il tutto macinato finemente (come farina) e con THC inferiore allo 0,2%.

Leggendo però il decreto 4 novembre 2019, ci siamo accorti che non possiamo commercializzare in Italia il nostro preparato, perché è stata aggiunta parte vegetale secca della pianta. Nello stesso decreto però abbiamo letto l’articolo 7 che si esprime sul mutuo riconoscimento.

La mia domanda è: avendo qualche aggancio in Paesi esteri  (Svizzera, ecc.), se invio il mio prodotto ad una azienda che ha sede in uno di questi Stati, loro lo confezionano e me lo rimandano pronto e confezionato, ed io riporto ciò sull’etichetta, posso venderlo sia in Italia che in Europa che nei paesi firmatari dell’Efta?

La normativa italiana sulla canapa è ondivaga. In effetti, il d.m. del Ministero della Salute del 4 novembre 2019, all’allegato 1, stabilisce che gli alimenti derivati dalla canapa sono soltanto i semi, la farina e l’olio ottenuti dai semi. Si tratta delle soli parti di canapa che possono essere regolarmente impiegate nella produzione alimentare. Pertanto, pare escludersi ogni elemento diverso, incluse le infiorescenze e ogni parte differente da quelle elencate.

Dunque, fermo il rispetto del thc inferiore allo 0,2 % (e, comunque, nei limiti di cui all’allegato II del decreto ministeriale), solo gli alimenti derivanti dalla canapa sopra descritti sono autorizzati in Italia.

L’art. 7 del decreto prevede l’applicazione del principio del mutuo riconoscimento, in base al quale possono considerarsi compatibili con le disposizioni del succitato provvedimento i prodotti alimentari provenienti da un altro Stato Membro dell’Ue, dalla Turchia o da un altro Stato Efta firmatario dell’accordo sullo Spazio economico europeo (See), a condizione che tali prodotti siano legalmente commercializzati nel Paese di provenienza, anche se secondo prescrizioni diverse da quelle italiane, purché sia equivalente il livello di tutela della salute e sicurezza alimentare perseguito. A tal fine, l’applicazione del decreto in esame è sottoposta alle procedure stabilite da reg. (CE) n. 764/2008 relativo all’applicazione di determinate regole tecniche nazionali a prodotti legalmente commercializzati in un altro Stato Membro.

Tutte queste merci vengono considerate compatibili in automatico, dunque legalmente commercializzabili anche in Italia. Di fatto, vengono esonerate dai limiti stringenti imposti dal decreto italiano, in ossequio al regolamento Ue n. 764 del 9 luglio 2008.

Affinché la canapa alimentare esposta nel quesito possa essere venduta anche in Italia occorre che sia già commercializzata in uno dei Paesi per i quali vale il mutuo riconoscimento; non è sufficiente, dunque, che la canapa sia lavorata all’estero e poi venduta in Italia: occorre al contrario che sia venduta all’estero ed eventualmente importata per la vendita in Italia.

Alla luce della normativa, dunque, si ritiene possibile che la canapa alimentare costituita da elementi diversi da quelli indicati dal decreto ministeriale possa essere venduta in Italia solamente se già commercializzata all’estero e, nello specifico, in uno degli Stati sopra indicati. Non si potrebbe farla lavorare all’estero per poi rivenderla in Italia, se non sotto forma di prodotto già regolarmente messo in vendita al di fuori dei confini italiani.

Pertanto, a sommesso parere dello scrivente, ciò che si potrà fare è esportare la canapa (sempre nel rispetto delle procedure legali inerenti a questa procedura) affinché altre aziende interessate nei Paesi per cui vige il mutuo riconoscimento possano metterla in commercio come canapa alimentare (beninteso, ammesso che le singole discipline nazionali consentano la canapa alimentare con l’aggiunta della parte vegetale secca della pianta). Fatto ciò, questo prodotto potrà essere rivenduto in Italia, ma solo se già messo in commercio fuori dei confini nazionali, e sempre nel rispetto dei limiti di thc indicati nel decreto ministeriale.

È appena il caso di ricordare che il decreto ministeriale (allegato II) prevede i seguenti livelli massimi di tetraidrocannabinolo negli alimenti:

  • semi e farina: 2,0 mg di THC totali su 1 kg di prodotto;
  • olio ottenuto da semi di canapa: 5,0 mg/kg;
  • integratori alimentari contenenti alimenti derivati dalla canapa: 2,0 mg/kg.

Tali limiti devono essere rispettati, sebbene siano restrittivi se paragonati a quelli vigenti in altri Stati: basti pensare che in Svizzera, su semi e farina di semi il valore è di 10 mg/kg e su olio è di 20 mg/kg; in Canada, per tutte le categorie, è di 10 mg/kg.

Dunque, nonostante il mutuo riconoscimento, deve ritenersi comunque vietata l’importazione di sostanze derivanti dalla canapa (compresa quella a uso alimentare) che superi le soglie di thc sopra indicate; questa considerazione risulta corroborata dai numerosi casi di sequestro che si sono verificati per la canapa importata da Paesi come Svizzera e Canada.

Peraltro, è appena il caso di ricordare che il Regolamento (Ue) 1308/2013, all’art. 189, ai fini dell’importazione, fissa allo 0,2% il tenore massimo di thc della canapa greggia.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva


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