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Il trasferimento della sede della società all’estero non cancella i debiti

17 Luglio 2014
Il trasferimento della sede della società all’estero non cancella i debiti

Non serve andare fuori confine per sfuggire ai creditori: anche se il trasferimento è effettivo, si è continuità dell’azienda, salvo che vi sia stato il procedimento di liquidazione nel nostro territorio.

Se l’azienda italiana trasferisce la propria sede legale all’estero (anche se assume una forma giuridica vigente nello Stato “di atterraggio”) non fa venir meno la continuità giuridica della società trasferita e quindi i rapporti giuridici di cui è parte permangono in capo ad essa.

È quanto ribadito dalla Cassazione in una recente sentenza [1].

La sentenza è importante perché non sono isolati i casi di società italiane che fisiologicamente cercano di allocarsi all’estero, alla ricerca di benefici di ogni tipo (fiscali, burocratici, lavoristici, eccetera).

Ci sono poi anche le vicende patologiche: le società che credono, con il trasferimento all’estero, di rendersi inaggredibili dai creditori e quelle che si trasferiscono solo fittiziamente (e cioè che all’estero non apprestano alcun tipo di organizzazione, riducendosi all’acquisizione di un mera domiciliazione).

È chiaro che queste ultime non reggono a qualsiasi prova di resistenza e cioè rispetto alla pretesa di una controparte (ad esempio un creditore che intenda far valere le sue ragioni) che ne asserisca la perdurante vigenza in Italia, a discapito del formale (e fittizio) trasferimento di sede [2].

Quanto invece ai casi di trasferimento effettivamente organizzato, si pone il tema se la società trasferita sia un soggetto giuridico “nuovo” rispetto a quello preesistente alla trasformazione. Se si trattasse di un soggetto nuovo indubbiamente ci sarebbe un problema di interruzione dei rapporti giuridici che facevano capo al soggetto giuridico esistente anteriormente al trasferimento.

La Cassazione scongiura questa eventualità: laddove la cancellazione di una società dal Registro delle imprese italiano sia avvenuta non a compimento di un procedimento di liquidazione della società (o per il verificarsi di altra situazione che implichi la cessazione dell’esercizio dell’impresa e da cui la legge faccia discendere l’effetto necessario della cancellazione dal Registro imprese) bensì come conseguenza del trasferimento all’estero della sede della società, e quindi sull’assunto che questa continui, invece, a svolgere attività imprenditoriale, tale trasferimento (benché in altro Stato) non determina il venir meno della continuità giuridica della società trasferita.

Insomma, il trasferimento di sede e l’assunzione di una forma giuridica propria della legislazione vigente nello Stato “di atterraggio” non valgono quale cancellazione delle posizioni debitorie della società “decollata”. In particolare, sotto il profilo fallimentare, non si rende applicabile la norma [3] per il quale il fallimento della società cancellata dal Registro delle imprese può essere fatto valere solo entro un anno dalla cancellazione. Invero, la cancellazione la legge fallimentare è quella che deriva per cessazione dell’attività sociale e non quella derivante da trasferimento di sede: in quest’ultimo caso la società trasferita continua a subire la legislazione del Paese “di decollo” (e cioè la legge italiana) per l’insolvenza che essa manifesti in relazione a posizioni debitorie maturate prima del trasferimento di sede.


note

[1] Cass. sent. n. 15596 del 9.07.2014.

[2] Cass. sent. n. 1508 del 24.01.2014.

[3] Art. 10 Rd. 267/42 (legge fallimentare)


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